Oltre il Ponte

SACERDOTE IN DITTATURA

La storia di Padre Francesco, sacerdote e una vita dedicata alla Missione in Argentina. Anni duri e difficili, caratterizzati dalla dittatura militare. Lo sguardo fiero e il cuore che si apre agli altri. E il pensiero va a un altro Francesco, argentino anche lui…

Roma- È un parroco molto molto speciale Padre Francesco. Uno sguardo profondo, un modo fermo, chiaro, risoluto nel parlare che mostra la passione di chi porta sulle spalle le forti esperienze di una lunga militanza nelle missioni. Un uomo in cui è percepibile ancora oggi il battito di un cuore Missionario, di cui ci ha voluto fare dono in questa intervista.

Altri problemi sono il lavoro minorile. Ad esempio in miniera, bambini senza identità ne futuro, molti vanno in strada già a 6 anni, come anche si riscontrano molti casi di nascite di bimbi tra i minorenni

Come e quando è iniziata la sua esperienza di “missionario”?

«Durante gli studi in seminario ho avuto l’occasione di conoscere, molte persone provenienti da paesi stranieri, specialmente da quelli “in via di sviluppo”, da qui è nato il mio interesse e la mia passione per una vita missionaria, inoltre, in gioventù non avevo un buon rapporto con gli aspetti strettamente burocratici della Chiesa, importanza che poi ho compreso con il passare degli anni ed una maggiore esperienza.  Così tra il 1968 e il 1969, chiedo espressamente di essere missionario. La prima destinazione scelta per me fu l’Africa, ma per problemi di stabilità politica venni dirottato verso l’America Latina. Il 29 Giugno andai presso un villaggio di baraccati in Argentina. I primi cinque anni furono abbastanza complicati anche per la distanza dagli affetti familiari, il primo anno in particolare mi venne chiesto di fare il meno possibile e di preoccuparsi di imparare la lingua. Fortunatamente incontrai molti italiani che ridussero la pena iniziale. In complesso sono stato 18 anni in Argentina alternati con il Cile e la Colombia per un totale di 38 anni passati attraverso diverse dittature militari».

Com’era la situazione giovanile durante quelle dittature e com’è oggi?

«Ricordo che il sistema più repressivo fu quello di Vidal. Nei giovani, in particolare si notava inquietudine anche per il problema del lavoro, che risultava e risulta molto più critico che qui in Italia. I giovani sono stati il primo bersaglio da parte di queste dittature, con vere e proprie forme di coercizione psicologica. Ho conosciuto diversi ragazzi che frequentavano la parrocchia prestando servizio come chirichetti e che ho visto completamente trasformati una volta di ritorno dal servizio militare, che in alcuni di quei paesi inizia a 16 anni e dura per ben due anni. Molto più aggressivi e spesso più arroganti. In Cile ad esempio ad alcuni ragazzi veniva richiesto di agire come spie in cambio del pagamento degli studi universitari. Per non dimenticare poi, nei periodi più duri le esecuzioni o le scomparse di molte persone, alcune rapite dai militari, alcune di cui non si sa più nulla compresi miei colleghi sacerdoti, qualcuno anche mio amico personale. Quello che ho notato in particolare è la disinformazione su determinate situazioni in questi paesi. Ad esempio i problemi avvenuti a causa dell’inflazione, dove i prezzi al dettaglio variavano tre volte al giorno».

Qual è il ruolo della chiesa?

«La Chiesa ha avuto un ruolo molto importante, in particolare con il Cardinale Raul Silva Enriquez che ha istituito la Vicaria della Solidarietà. Ricordo che i nostri superiori ci avvisarono, diverse volte, di stare attenti alle prediche a quello che dicevamo e facevamo. Nonostante questo i missionari attraverso questa istituzione si sono sforzati di fornire tutta l’assistenza possibile anche legale a tutte quelle persone a cui era scomparso un proprio caro, di chiedere conto alle autorità. In molti casi l’esito è stato favorevole e molte persone sono potute tornare a casa dai propri cari. Ricordo il discorso di una Donna Comunista, “Marie”, che ringraziava la Chiesa Cattolica per essere riuscita a salvare diversi compagni».

Qual è la situazione scolastica in questi paesi?

«Ci sono due tipi di istituzione scolastica quella privata, in mano ai ricchi e quella pubblica, inutile dire che spesso il condizionamento giovanile è passato anche attraverso l’istruzione. Anche la chiesa ha questi due tipi di istituzione scolastica e cerca di utilizzare il ricavato delle scuole private per garantire un’istruzione anche ai più poveri, come ad onor del vero fanno anche altre istituzioni non cattoliche. Il problema maggiore esiste per quelle scuole denominate di frontiera in cui un insegnante, da solo, tiene 50 bambini, comprendenti spesso tutte le classi dalla prima alla quinta, dove non solo si deve preoccupare di insegnare, ma anche di cucinare e perchè no anche di curare, poca igiene, se non del tutto assente, mezzi a disposizione al minimo. Molti bambini vivono li durante l’anno scolastico, altri fanno cinque, sei chilometri ogni giorno per andare a scuola. Capita a volte che alcuni bambini non si presentano a scuola perchè devono fare la fila per comprare viveri per la famiglia, patate, farina etc… La vita è molto diversa, è senza tempo intrisa di una forma passiva di fatalismo ad esempio esiste una forte promisquità, spesso molte donne hanno figli di diversi padri perchè sostenute da questi uomini in un dato periodo, per loro è una cosa normale, c’è da dire che bisogna comunque avere un certo rispetto per queste culture diverse dalle nostre, cercando il più possibile di calarcisi dentro. Quello che si nota è una certa assenza dello stato. Ad esempio un insegnante, mio amico, mi ringraziava per l’aiuto ricevuto, in particolare in termini di medicine, visto che le sovvenzioni statali annuali ammontavano ad una scatola di aspirine.  Purtroppo ci sono delle multinazionali che condizionano molto la vita di questi paesi in moltissimi aspetti, anche politici e strutturali. Altri problemi sono il lavoro minorile. Ad esempio in miniera, bambini senza identità ne futuro, molti vanno in strada già a 6 anni, come anche si riscontrano molti casi di nascite di bimbi tra i minorenni».

Molti bambini vivono li durante l’anno scolastico, altri fanno cinque, sei chilometri ogni giorno per andare a scuola. Capita a volte che alcuni bambini non si presentano a scuola perchè devono fare la fila per comprare viveri per la famiglia, patate, farina. La vita qui è molto diversa

Non si è mai chiesto dove sia la presenza di Dio in tutto questo?

«Il problema non è chiedersi dove sia il Signore, ma chiedersi dove sia l’uomo che si ostina nel non ascoltarlo, Dio è sempre presente, la Sua presenza è viva e piena di vita, ma l’uomo si ostina a perseguire vie piene di arroganza e presunzione, vie di morte».

Stefano Di Tomassi

 

 

 

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Stefano Di Tomassi

Stefano Di Tomassi è Operatore Socio Pedagogico, Insegnante di Scuola Elementare con incarichi amministrativi, Capo Scout, Attore. E' membro dell'Associazione Pedagogisti Educatori Italiani. È il promotore socio culturale dell'Ufficio del Dialogo e della Pace nel X municipio di Roma, deliberato con doc. prot. 10975/2015 . Ha fondato la Ciurma Associazione.

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