Si riaccende la tensione nella regione del Nagorno Karabakh. Tra Azerbaijan e Armenia si contano già 300 morti e un migliaio di feriti

Baku (Azerbaijan)- Il conflitto nel Nagorno Karabakh nasce da rancori di lunga durata ormai radicati in profondità. Era il 1921 quando il Nagorno Karabakh fu assegnato all’Azerbaijan dalla Russia sovietica, accendendo i malumori dell’allora Armenia sovietica che non poteva accettare tale scelta. Da allora la contesa di questa regione, oggi Repubblica del Nagorno Karabakh (Lernayin Gharabaghi Hanrapetutyun), non ha smesso di segnare la vita della popolazione armena e di quella azera.

Sarà però nel 1991, con l’annullamento dell’autonomia dell’oblast (proclamata nello stesso anno dal Parlamento del Nagorno Karabakh) da parte del Soviet supremo dell’Azerbaijan, che il conflitto passa ad una dura fase armata.

Era dal 1994 che il Nagorno Karabakh non vedeva un conflitto così intenso come quello del quale si legge in questi giorni. Sembra infatti che quelle che prima erano solo delle scaramucce di confine, si siano intensificate a tal punto da far pensare che il frozen conflict tra Azerbaijan e Armenia si sia infine scongelato. Si contano già più di mille feriti e trecento morti.

L’invito di Putin a rispettare il cessate il fuoco in vigore dal 1994 (ovvero a rispettare il “Protocollo di Bishkek”, alternativamente violato dall’una o dall’altra parte) e a moderarsi per evitare ulteriori vittime, può far pensare che forse, questa volta, le cose potrebbero aver preso una piega più seria rispetto alle precedenti esperienze di scontri al confine. Con riguardo a ciò, non si può in effetti sostenere che il conflitto nel N.K. sia propriamente “congelato”, anzi, le dinamiche che storicamente lo hanno accompagnato dimostrano come esso sia, piuttosto, un conflitto fluido e decisamente caldo. Già nel 2014 lo si è potuto vedere passare ad una fase di riacutizzazione, dimostrando, tra le altre cose, come gli sforzi del Gruppo di Minsk (organo istituito dall’OSCE nel   1992 con Francia, USA e Russia come co-presidenti) abbiano ottenuto risultati ben poco significativi, come d’altronde non è servito il “Processo di Praga” nel 2004 (organizzato dall’OSCE) nè il Consiglio di Madrid del 2007 con i suoi pricipi. Principi tra i quali compaiono l’astensione dalla minaccia dell’uso della forza, il rispetto dell’integrità territoriale ed il diritto all’autodeterminazione.

Al di là delle preoccupazioni che il riaccendersi delle ostilità può scatenare, la possibilità che nella regione scoppi quella che, a tutti gli effetti, potrebbe essere chiamata guerra rimane comunque molto remota e improbabile. Sono infatti diversi i motivi che fanno pensare che almeno l’Azerbaijan non dovrebbe avere interessi a riaccendere tale conflitto. Baku difficilmente potrebbe avere la reale intenzione di innescare un conflitto che destabilizzi la regione e che avrebbe ripercussioni geopolitiche decisamente rilevanti. Da un punto di vista prettamente militare, come ha sostenuto  Aldo Ferrari (ricercatore presso l’ Istituto per gli studi di politica internazionale –Ispi- di Milano) in un’intervista rilasciata all’ANSA, “Mosca ha truppe in Armenia e non credo che l’Azerbaigian possa o voglia scatenare una guerra contro un paese formalmente alleato della Russia: avrebbe solo da perdere in un conflitto di questo genere”. Guardando invece alla politica energetica azera (di grande interesse sia per la Turchia e la Georgia, sia per l’Europa), è assai difficile pensare che l’Azerbaijan voglia davvero entrare in un’impresa simile dal momento in cui la sua attenzione dovrebbe essere focalizzata (per fare qualche esempio) sullo sviluppo interno, sull’ottimizzazione dello sfruttamento delle sue importanti risorse energetiche (quali sono il gas, il petrolio e i suoi derivati) e sui suoi progetti per le energie rinnovabili; progetti che rischierebbero di andare in fumo qualora le risorse azere dovessero venir dissanguate da una guerra.

Federico Molfese