DUE INCENDI, SCOPPIATI A DUE MILLENNI DI DISTANZA L’UNO DALL’ALTRO NELLA STESSA CITTÀ: UN CONFRONTO TRA L’INCENDIO DI CASTELFUSANO (2017) E IL GRANDE INCENDIO DI ROMA (65 d.C.) ENTRAMBI CIRCONDATI DA UN ALONE DI MISTERO ATTORNO ALLE CAUSE E AI MOTIVI.

L’estate romana del 2017 è stata segnata da un tragico e infelice evento: la pineta di Castelfusano continua, da giorni, ad ardere e rodere senza sosta, a causa di diversi roghi e incendi scoppiati nella zona. I cieli del litorale di Roma continuano a riempirsi di nubi nere e fitte, e le fiamme hanno già arso e spazzato via ogni albero e sterpaglia a loro portata. I volontari della Protezione Civile e i Vigili del Fuoco, stremati, sono costretti a fare avanti e indietro, giorno e notte, senza alcuna pausa, per cercare di riportare la situazione alla normalità. Assieme a loro collaborano tre Canadair, velivoli che, da ore, sganciano ettolitri d’acqua dal cielo, nella speranza di estinguere l’incendio che sta radendo al suolo la pineta di Castelfusano.    
L’estate, è risaputo, è una stagione dove gli incendi e i roghi sono all’ordine del giorno: a volte per l’eccessiva calura, che abbattendosi sulle erbe e sulle piante secche sprigiona le fiamme e le combustioni; ma a volte anche a causa di maniaci e piromani, che per divertimento o per noia, si divertono ad appiccare il fuoco in boschi e foreste, provocando la desolazione in quei luoghi dove regnano la serenità e la tranquillità, laddove amici, coppiette di fidanzati e famiglie cercano un momento di riposo per spezzare la pesante routine quotidiana e per riposarsi all’ombra di freschi pini e ampi faggi. Nel caso dell’incendio di Castelfusano di questi giorni, i Carabinieri hanno già fermato un presunto responsabile: trattasi di un idraulico bustese di ventidue anni, colto in flagrante mentre dava alle fiamme un pacchetto di fazzoletti, da usare come combustibile per l’incendio.  
Perché è giunto dalla provincia di Varese a Roma per incendiare una pineta? Perché, o meglio per chi stava appiccando il rogo? Sono queste e tante altre le domande a cui il giovane dovrà ora rispondere in questura, e tra i sospetti delle forze dell’ordine spunta anche l’ipotesi di incendio doloso a stampo criminale: la criminalità organizzata infatti, negli ultimi anni, è riuscita addirittura a lucrare sullo smaltimento dei rifiuti combusti e sulla cura del verde. Ma il timore di molti è quello che, tra le intenzioni delle mafie e delle associazioni a delinquere, vi sia il progetto di devastare le aree verdi della pineta romana per renderle edificabili e adatte per la costruzioni di palazzi o centri abitati, su cui investire montagne di capitale.

Nonostante le dovute differenze e la distanza storica, al giorno d’oggi si sta ripresentando una situazione che la capitale ha già vissuto secoli fa. Quando si citano le parole “incendio” e “Roma” all’interno della stessa frase, non si può non pensare alla più grande catastrofe a cui ha assistito l’Urbe capitolina: il grande incendio di Roma del 64 d.C. La coincidenza vuole che il disastro accadde proprio a metà luglio, nello stesso periodo in cui oggi si sta verificando l’incendio della pineta romana, e tutti gli storici sono concordi nel confermare che l’incendio fu di natura dolosa. Dei quattordici quartieri (“regiones” come erano chiamate all’epoca) di Roma, stando a quanto ci riporta lo storico Publio Cornelio Tacito (Annales XV, 38-45) solo quattro rimasero intatti, senza che le fiamme ne lambissero i palazzi e i templi. I morti si stima che fossero dieci o ventimila circa, mentre i feriti e gli invalidi ammontarono a più di centomila. Ma, appurato che l’incendio fu di natura dolosa o involontaria, una volta estinto il fuoco, si dovette procedere alla ricostruzione del misfatto: di chi era la colpa di quel disastro?

Le ipotesi e le teorie fiorirono a dozzine, e un’accusa certa non fu mai trovata. Alcuni sostengono che l’incendio fu accidentale e che partì dalle insulae, i “condomini” romani in cui abitava la fascia medio-bassa della popolazione capitolina, che essendo costruiti con materiali a volte mediocri e spesso scadenti, erano facilmente soggetti al fuoco; altri invece puntano il dito contro lo stesso imperatore Nerone: secondo tale ipotesi Nerone, intenzionato ad allargare la Domus Aurea, la sua maestosa e lussuosa reggia imperiale, volle dare fuoco ai quartieri circostanti, approfittandone del disastro per avere mano libera nell’appalto edilizio. Inoltre si narra (Cassio Dione, LXII, 16.1) che l’imperatore, nei giorni precedenti all’incendio, durante un banchetto vaneggiò, fantasticò e accarezzò l’idea di ricreare a Roma un incendio che simulasse quello della città di Troia, quando quest’ultima fu arsa dai Greci (Nerone non faceva segreto infatti della sua passione per la poesia greca). Di fronte a quest’accusa, Nerone scaricò invece la colpa sui cristiani, i seguaci di questa nuova “deleteria superstizione” (secondo la definizione di Plinio il Giovane) che cominciava a prendere piede a Roma. Ad alimentare tale diffamazione furono le dicerie e le maldicenze che circolavano sui cristiani: riuniti nelle catacombe, si diceva che praticassero riti orgiastici, sacrifici umani, libagioni di sangue e addirittura rapporti zoofili e pedofili. Non fece molta fatica Nerone a convincere il Senato e il popolo di Roma che gli artefici di tale disastro fossero questi cristiani, colpevoli di aver appiccato il fuoco per un qualche motivo legato alle loro “nefandezze”.

Nonostante le varie teorie, quasi tutti gli storici sono d’accordo nel delegare la responsabilità di tale incendio all’imperatore Nerone (tuttavia è giusto riportare che la storiografia antica ci tramanda una visione distorta di Nerone, che viene descritto da Svetonio e Tacito come un tiranno odioso e stravagante. Una rivalutazione della figura dell’imperatore la si sta avendo solo grazie alla storiografia moderna).
Quel che è certo è che, nei successivi quattro anni di regno, l’imperatore ridisegnò l’assetto urbano della città, occupandosi della riedificazione di templi ed edifici, tra cui la costruzione di una buona parte della sua stessa Domus Aurea. Non pare dunque così infondata l’accusa che Nerone, desideroso di trarre un vantaggio dall’intensa attività edilizia, abbia dato alle fiamme quelle stesse zone della città nelle quali, tempo dopo, le vie anguste e buie furono sostituite da strade accoglienti e lastricate.

Oggi a Castelfusano si cerca un colpevole, si cercano le cause, si cercano delle motivazioni. Proprio come nella Roma Imperiale. Ancora una volta la storia ci insegna che:

Conoscere le vicen­de del passato è utile poiché alcune di esse nel tempo futu­ro, per le leggi immanenti al mondo umano, s’attueranno in modo simile, o persino identico” (Tucidide, Storie I, 22)

Arrivati a questo punto, rimane solo da chiedersi: chissà se anche oggi non vi sia un qualche Nerone che, alla vista delle fiamme che consumano e disintegrano la pineta del litorale romano, gongola e festeggia, nella speranza di guadagnare dalla distruzione di quanto abbiamo di più caro.

Michele Porcaro