Dossier

Rocketman non è il solito biopic, è molto di più…

Nonostante gli incassi registrati siano al di sotto delle aspettative, la pellicola biografica su Elton John è una chicca innovativa, dove i vizi, gli eccessi e i drammi interiori della pop-rockstar inglese sono mostrati nella loro più cristallina autenticità. A metà tra musical, documentario, fantasy e biopic, Rocketman è un film straordinario. Inevitabile il confronto con Bohemian Rhapsody, con il quale il biopic condivide il regista Dexter Fletcher.

Quando gli studios della Paramount e della 20th Century Fox chiesero a Sir Elton John di ridurre o di ovattare alcune scene troppo forti (dove la star era mostrata mentre faceva sesso con altri uomini o mentre consumava droghe) onde evitare di essere costretti ad apporre il divieto di visione per i minori di 13 anni, la rockstar inglese rispose con un laconico: “Io non ho vissuto una vita adatta ai minori di 13 anni”. Questo aneddoto da backstage riassume esaustivamente lo spirito con cui nasce il film basato sulla vita di Elton John, “Rocketman“, che prende il nome da uno dei successi più fortunati dell’artista e da uno dei suoi soprannomi. La pellicola porta la firma del regista Dexter Fletcher, che già ha avuto a che fare con un altro biopic dedicata a un artista il cui apice del successo si accompagnò a una vita di eccessi e bagordi: stiamo parlando di Bohemian Rhapsody, la pellicola dedicata ai Queen ma soprattutto a Freddie Mercury, della quale Fletcher dovette portare a termine il lavoro lasciato in sospeso da Bryan Singer, che sebbene fu licenziato poche settimane dal termine delle riprese, fu riconosciuto come unico regista del film, mentre Fletcher rimase screditato. A indossare gelosamente (al punto tale da recitare lui stesso una scena in cui l’artista, dopo un mix di alcol e farmaci, ha un attacco di cuore e cade dalle scale, rifiutando di essere sostituito da uno stuntman) i panni di Elton John è l’attore gallese Taron Egerton, divenuto famoso dopo un ruolo da co-protagonista in Kingsman – il cerchio d’oro. 

Gran parte del film è una lunga analessi che ripercorre la vita di Elton John dalla sua infanzia, non proprio spensierata, fino al successo presso il grande pubblico, addentrandosi nella sua vita pubblica e privata, fatta di tour stancanti, droghe e lussuria sfrenata. Punto di partenza (e, senza fare troppi spoiler) di chiusura, secondo uno schema circolare, è una clinica di riabilitazione per tossicodipendenti e alcolisti in cui il cantante decide di farsi curare dopo aver realizzato di aver raggiunto un punto di non ritorno. Lì, l’artista si presenta in pompa magna, sfoggiando un vestito sgargiante con brillanti, due gigantesche ali nere e due corna da Malefica, presentandosi agli altri pazienti con quella che è la sua nuova identità: Elton Hercules John. Immagine correlata

Cresciuto in una famiglia dove riceveva poco amore, Reginald Kenneth Dwight (nome di battesimo di Elton John) scopre come valvola di sfogo e punto d’evasione la musica, una passione che, nonostante sia un’eredità dei suoi genitori (il padre, Stanley Dwight, era un amante del jazz, mentre la madre Sheila Harris gli fece scoprire il rock ‘n roll di Elvis Presley) l’unica persona che lo incita a coltivarla è la nonna materna Ivy. Nonostante il formidabile talento nella musica classica, Reggie aspira a diventare esponente e pioniere un nuovo stile, a un nuovo tipo di musica più innovativo, d’avanguardia, che mescoli l’eleganza della musica classica all’eccletismo del pop e del glam rock. La scalata al successo sarà lunga e di certo non priva di ostacoli e diffidenze, ma Reggie Dwight, che sceglierà come nome d’arte Elton John, si farà strada grazie alla sua voce melodica e armoniosa, alla sua poliedricità artistica e ai bellissimi testi scritti assieme al paroliere e cantautore Bernard John “Bernie” Taupin, collega ma prima di tutto amico fraterno, uno dei pochi che all’epoca accettò e rispettò l’omosessualità di Elton-Reggie.

Nonostante i tour in sold out, i milioni di dischi venduti, i primi posti in tutte le classifiche musicali e le ricchezze provenienti dal suo successo, i problemi personali di Elton sembrano non solo persistere, ma addirittura amplificarsi: con il padre non riuscirà mai a instaurare alcun tipo di rapporto; la madre, pur consapevole della sessualità del figlio, non sembra accettare la sua omosessualità; John Reid, suo manager e produttore discografico, approfitterà del sentimento che l’artista prova per lui per sfruttarlo e per manipolarlo. La vita pubblica di Elton John, fatta di abiti griffati, occhiali glamour e gioielli si affianca a un dissidio interiore, a una depressione permanente che nemmeno le più potenti droghe, psicofarmaci e alcolici riescono ad arginare ma che anzi trascineranno l’artista sull’orlo del baratro. Man mano che Elton John racconta il suo passato in quel della rehab, a poco a poco si spoglia dei pezzi di quell’abito costosissimo con cui era entrato, metafora di un guscio protettivo al di sotto del quale si cela un uomo debole, incapace di affrontare il suo passato, al contempo vittima e carnefice di sé stesso. 

Rocketman non è il classico biopic dove si elogia e si incensa un artista edulcorandone o addirittura celandone i difetti, i quali in questo film vengono invece messi a nudo, quasi alla berlina. Gli eventi raccontati in questa pellicola non sono riportati “nudi e crudi“, senza troppe smussature. Bohemian Rhapsody, che sia ai botteghini che agli occhi della critica ha avuto più successo, aveva proprio questo difetto: quello di non mostrare troppo approfonditamente l’edonismo di Mercury per non peccare di lesa maestà nei confronti del compianto frontman dei Queen. Se l’omosessualità del Freddie di Bohemian Rhapsody era citata, accennata, ammiccata, quella dell’Elton John di Rocketman è mostrata nella sua integrità, senza troppi finti perbenismi e imbarazzi di sorta: stiamo parlando del primo film di una major dove è mostrata una scena di sesso gay in modo esplicito. E ancora, se in Bohemian Rhapsody i festini di Freddie Mercury erano stati banalizzati a carnevalate molto animate (quando in realtà erano dei veri e propri baccanali sfrenati, dove si racconta che addirittura vi erano nani che servivano piatti di cocaina agli ospiti) i vizi e gli eccessi di Elton John sono mostrati in Rocketman con una fedeltà praticamente assoluta. Punto in comune con il biopic sui Queen potrebbe essere una buona manciata di libertà creative e di licenze poetiche, ma a differenza di Bohemian Rhapsody eventi e personaggi non risultano pesantemente romanzati. Rocketman segue, per lo schema narrativo degli eventi narrati, lo stesso tòpos cinematografico del film di Singer: origini, successo, follia, declino e redenzione. Tuttavia, il film di Fletcher cerca di non rimanere troppo ancorato a questo clichè ma di superarlo, di mostrare al meglio l’io umano di Elton John.

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La musica non può non avere una sua centralità nel film: a differenza di Bohemian Rhapsody tuttavia, Rocketman non si sofferma particolarmente sulla genesi di album e canzoni, ma sottolinea invece quanto i più grandi successi dell’artista siano pregni di un aspetto autobiografico. Taron Ergeton, oltre a recitare la parte di Elton John, canta i suoi brani più famosi, che vengono inseriti nel film a mo’ di musical, accompagnati da effetti speciali, coreografie spettacolari e sequenze oniriche che rendono Rocketman, di fatto, un fantasy musical, come la ha definito lo stesso Elton John. L’interpretazione di Taron Egerton è magistrale e riesce a cogliere le molteplici sfumature dell’artista, da quelle esuberanti e stravaganti che la pop-rockstar inglese sfoggia sul palco, a quelle più deboli e fragili dell’intimità e della vita privata. Le sequenze delle canzoni, nella loro fantasiosa rappresentazione musical, oltre a estasiare i fan (storici e occasionali) dell’artista inglese, conferiscono all’intera pellicola colore, passione e fantasia, omaggiando quello stile glam tanto caro all’Uomo Razzo.

Rocketman si propone dunque di abbattere gli standard troppo rigidi del genere biopic, innovandolo, o quanto meno provando a innovarlo. Cerca di riproporre gli eventi senza ancorarsi troppo a uno schema documentaristico, ma nel farlo, commette qualche scivolone in sede di sceneggiatura e post-produzione. Manca totalmente un’indicazione cronologica degli eventi: si passa da un Reggie Dwight bambino a un Elton John maturo in cerca di riscatto, passando per un Elton John spigliato e senza freni inibitori, senza mai avere idea dell’anno in cui il film sta catapultando lo spettatore. Il transito da una fase all’altra della carriera e della vita della pop-rockstar inglese si configura non come un passaggio, ma come un volo pindarico, con conseguente banalizzazione di diversi passaggi della vita di Elton John. L’esempio più eclatante è indubbiamente la resa della pseudo-relazione tra Elton John e la sua assistente Renate Blauel: dal matrimonio al divorzio passa poco più di un giro di orologio. Questa e altre scene sono il risultato di un taglio drastico effettuato in sala di montaggio: stando a quanto riporta la stessa Paramount in un comunicato stampa, la prima versione del film durava 158 minuti, a fronte dei 121 minuti della pellicola in questo momento in distribuzione nei cinema di tutto il mondo. Il sacrificio di molte scene (soprattutto relative agli affetti e alla vita privata del cantante) presenta i suoi pro e i suoi contro, che penalizzano il film ma che fortunatamente non ne intaccano lo spirito.

Rocketman, prima di essere un film biografico di uno dei più grandi artisti della nostra epoca, è prima di tutto la storia di un uomo in perenne conflitto con sé stesso e con il mondo circostante, che nasconde la sua fragilità, la sua intima delicatezza dietro paillettes, occhiali e costumi kitsch. Le musiche di Elton John più che a fare da colonna sonora del film svolgono la funzione di un coro tragico greco, catartico e riflessivo, che mettono in risalto la natura sensibile e creativa di un formidabile artista inglese, le cui note risuoneranno fino al 2021, anno in cui Elton John appenderà il microfono al chiodo per dedicare il resto della sua vita al marito David Furnish e ai suoi figli. 

Un film brillante, pulito, con poche sbavature e tante emozioni, unico nel suo genere. La commistione di biopic, fantasy e musical funziona senza essere stucchevole, e mette in risalto sbalorditivamente la profonda umanità di Sir Elton John, l’Uomo Razzo. Non un semplice biopic, ma molto di più…

Voto finale: Risultati immagini per 4 stars out of 5

                                                                                                                                      Michele Porcaro

 

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Michele Porcaro

Giornalista, scrittore e archeologo. Nato a Benevento nel 1995, è diplomato al Liceo Classico “Anco Marzio” di Ostia e laureato in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Roma “Sapienza” con tesi in Archeologia. Appassionato di lingua, civiltà, storia e archeologia greca e romana, è autore di saggi e romanzi storici sul mondo antico, e ha girato il documentario "ASSTEAS - Storia del Vaso più bello del mondo" in collaborazione con Vittorio Sgarbi. Nel tempo libero svolge attività di rievocazione storica, collaborando a progetti di ricostruzione archeologica sperimentale sull'ambito religioso, civile e militare dei Greci, Romani ed Etruschi.

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