Un tredicenne scopre quasi per caso un tesoro inestimabile di oltre mille anni fa, risalente probabilmente al regno del sovrano danese Harold Blatand. Ma quanti sanno che da questo re deriva il nome (e il simbolo) della tecnologia Bluetooth?

La maggior parte delle scoperte archeologiche è frutto di scavi, impegno, ricerca e dedito studio. Ma esistono anche dei ritrovamenti che sono figli del caso, risultato di pura e mera fortuna, compiuti casualmente da persone che non sono consapevoli del tesoro che stringono tra le mani. L’esempio più noto è quello dei pastori di Qumran, nel Mar Morto, che nel 1947 scoprirono una giacenza di rotoli e manoscritti antichissimi in lingua ebraica, siriaca e greca, contenenti interi frammenti dell’Antico Testamento, libri interi considerati apocrifi o deuterocanonici, codici che riportavano le regole della comunità qumranica e trascrizioni di altre opere antiche. Quella compiuta dall’archeologo dilettante René Schoen e da un suo studente, il 13enne Luca Malaschnitschenko è forse una via di mezzo tra queste due categorie. Lo scorso gennaio i due aspiranti archeologi si erano avventurati a Rugen, nella Germania settentrionale, sperando che con un po’ di fortuna e l’ausilio di un metal detector potessero trovare qualcosa di strabiliante. Mentre erano assorti nella loro ricerca, l’apparecchio ha cominciato a squillare in presenza di quello che Renè e Luca pensavano che fosse un insignificante pezzo di alluminio rotondo. Per smentire ogni dubbio, hanno deciso allora di portare il frutto della loro fatica da degli esperti del settore. Ma quel che loro credevano fosse alluminio era in realtà argento, e quell’insignificante tondino era in realtà una moneta di un millennio fa, risalente all’epoca dei vichinghi.
Dalla sensazionale e quasi casuale scoperta ne è scaturita un caccia al tesoro che ha da poco portato i suoi cospicui frutti: nella stessa zona in cui Renè e Luca hanno rinvenuto la moneta, è stata svolta una campagna di scavo che ha rinvenuto un tesoro inestimabile risalente a poco più di mille anni fa. Collane, monete, bracciali, monili preziosi e addirittura un pendaglio che rappresenta il Mjöllnir, il leggendario e formidabile martello frantumatore brandito dal dio norreno Thor: questo è stato il ricco bottino che è emerso dall’area di scavo di Rugen, ampia circa 400 m. I simboli e le indicazioni numismatiche presenti sulle oltre 600 monete rinvenute hanno indotto gli archeologi a datare le monete ad un’epoca compresa tra il 958 e il 986, vale a dire durante il regno di Harold Blåtand, re di Danimarca. La presenza di monete nell’alta Germania è stata giustificata dall’impressionante estensione che vantava all’epoca il regno danese, che oltre a occupare l’attuale regno di Danimarca e la penisola dello Jutland si estendeva fino alla Pomerania e ai possedimenti baltici dell’attuale repubblica tedesca.     

Per molti, quello di Harold, o se preferite Aroldo I di Danimarca, è solo un nome come tanti altri. Eppure la sua storia è presente tutti i giorni nelle nostre tasche, sui nostri pc e sulla quasi totalità dei dispositivi elettronici che adoperiamo. Ma cosa rende così speciale la vita di un re, la cui memoria riecheggia fino ai nostri giorni? Aroldo regnò dal 933 fino al 986 in una Danimarca fiorente, che godeva dell’appoggio di vassalli e alleati in tutto il bacino scandinavo. Il soprannome Blåtand (o blatann), “dente blu”, è ad oggi d’incerta origine: secondo alcuni è da ricondurre a un dente eccessivamente cariato del sovrano, che non passava certo inosservato, mentre altri sostengono che sia in riferimento alla passione che il re aveva per i mirtilli, di cui andava particolarmente ghiotto (così tanto da lasciargli i denti completamente blu!). Altri ancora collegano il soprannome al rituale vichingo della tintura dei denti di blu per incutere timore al nemico, un rito molto probabilmente adoperato da Harold e dai suoi soldati. Come abbiamo detto, quello di Danimarca era un regno fiorente. Eppure, nonostante la vivacità economica del regno danese, l’intero territorio era diviso in clan e divisioni interne, dove non sempre regnava la concordia: del resto, i vichinghi non erano proprio noti per la loro temperanza. Harold si trovò di fronte, una volta salito al trono, a popoli aventi tradizioni, lingue, usi e costumi profondamente differenti. Come riuscì allora Harold a riunirli tutti quanti senza ricorrere all’uso eccessivo della forza? La risposta era che il re era un grande oratore dalle grandi doti diplomatiche oltre che un grandioso stratega. Infatti Harold riuscì a riunificare tutti quanti sotto il suo regno soprattutto grazie all’imposizione del cristianesimo,  facendo leva sul sentimento religioso. La sua fu un’opera unificatrice che segnò radicalmente la storia di tre paesi: Svezia, Norvegia e soprattutto Danimarca.
Mille anni dopo, nel 1996, siamo nel pieno boom tecnologico. Le maggiori aziende di informatica cercano forsennatamente un’alternativa alla comunicazione seriale su cavo utilizzando una tecnologia wireless a corta distanza. Tra tutte, ad avere l’intuizione è la Ericcson, che mette a disposizione una tecnologia che da allora fu adoperata su ogni sistema tecnologico. A questo nuovo standard multimediale bisognava dare il nome, ma anche qui non manco l’originalità: gli ingegneri della Ericcson decisero di chiamarla “Bluetooth”, ovvero avvalendosi del soprannome tradotto in inglese di Harold. Per quanto singolare, non fu certo casuale la scelta di tale nome. Il Bluetooth infatti è in grado di mettere in comunicazione dispositivi di natura diversa e sviluppati con tecnologie diverse, proprio come Harold, che riuscì a far dialogare popoli, clan e tribù diversi tra loro proprio unificandoli sotto il cattolicesimo. Ma non è solo nel nome della tecnologia Bluetooth che si nota l’omaggio a re Aroldo di Danimarca, ma addirittura nel simbolo. Il logo del Bluetooth infatti è il frutto della combinazione di due “rune”, i segni dell’alfabeto segnico usato dalle antiche popolazioni germaniche. Le rune ᚼ e fanno riferimento alle iniziali di re Aroldo I Dente Blu e combinate insieme portano al logo del Bluetooh. L’unione delle due rune allude efficacemente all’idea alla base del sistema: mettere insieme e far comunicare milioni di dispositivi, costruiti da centinaia di aziende diverse in giro per il mondo.

La storia di Harold “Dente Blu”, o di re Bluetooth se preferite, è l’ennesima prova che nel flusso ininterrotto e continuo della storia passato e presente convivono in continuo contatto, quasi come se dipendessero l’uno dall’altro. La prossima volta che il giovanissimo Luca prenderà in mano un telefono e vedrà il simbolo del Bluetooth, quasi sicuramente sorriderà ripensando alla sua impressionante scoperta archeologica, e potrà vantarsi con i suoi amichetti di avere avuto il merito di scoprire un inestimabile tesoro vichingo.

                                                                                                                                                    Michele Porcaro