La piccola isola caraibica fu la prima a spezzare le catene della schiavitù. Facendone un esempio per tutta l’umanità. Oggi, però, la verità è che ad Haiti lo sfruttamento del lavoro è ancora una realtà. Un mostro, che divora migliaia di piccoli indifesi e senza futuro

Port au Prince – Alla fine, nel 1804, gli haitiani ottennero la tanto agognata libertà. Crearono qualcosa di unico e meraviglioso, la prima “Repubblica nera” del mondo. Sono passati molti anni da allora, l’eco di quei giorni si è disciolto come al sole. Rimane, tuttavia, la convinzione di aver cambiato la storia dell’umanità. Oggi, però, Haiti è tornata ad essere una terra flagellata. Alla devastazione portata dal terremoto del 2012, si è aggiunta quella dell’uragano Matthew. Morte, fame ed epidemie di colera si sono impossessate dell’isola caraibica. Una situazione drammatica, che ha riportato a galla problemi mai del tutto risolti.

La schiavitù, infatti, sembra una condizione immutabile per questa piccola terra tormentata. Una piega, contro la quale non sembra esserci antidoto. Oggi, il volto dei nuovi schiavi è così piccolo che sta in una mano. Ha gli occhi grandi e neri. L’andatura ciondolante, stanca, di chi nonostante la tenera età lavora senza sosta per ore ed ore. Qui, li chiamano Restavek Un appellativo, che viene dal francese e si è mischiato al creolo (la lingua ufficiale dell’isola). Significa “reste avec”. Rimanere, infatti, è l’unico destino che attende questi moderni schiavi. Figli e figlie, di una terra troppo povera (la più povera del continente) e, soprattutto, troppo legata alle ancestrali tradizioni del passato.

Gli schiavi ad Haiti, adesso, non hanno più di 17 anni. Provengo da famiglie povere, che vivono nelle zone rurali e che non posso permettersi di mantenerli. Sono costretti a lasciare la propria casa, i propri affetti per andare a svolgere lavori domestici per ricche famiglie haitiane. Rassettano la casa, lavano i panni sporchi, cucinano, prendono l’acqua in grandi pozzi comuni e accompagno a scuola i figli dei ricchi vestiti di tutto punto. Riconoscerli per la strada non è difficili. Scalzi, seminudi e denutriti si agirano per le baraccopoli di Port-au-Prince come spettri. “I tutto fare” di Haiti, non esistono. Non hanno un’identità e, molto spesso, nemmeno un nome figuriamoci un cognome. L’unico documento di cui dispongono, è un finto certificato di nascita ottenuto al mercato nero.

Non hanno alcun diritto i piccoli Restavek haitiani. Niente remunerazione o giorni di festa e non posso andare a scuola. Violenze ed abusi sono all’ordine del giorno. Picchiati, malmenati come i loro antenati con i “Rigwas”, frustini flessibili ultimo retaggio dell’epoca coloniale. L’UNICEF, ha stimato che nel 2013 era 225.000 i piccoli servi, per lo più bambine. Relegati in un limbo dal quale è quasi impossibile risalire. Intrappolati, spesso, nella rete dei Koutchye, i trafficanti di esseri umani. Il mercato che li strappa alla famiglia parte da Santo Domingo e arriva fin qui, in quest’isola del Mar dei Caraibi. Incarnazione, secondo l’ONU, di una nuova frontiera della schiavitù.

Per capirne la portata, è sufficiente avvicinarsi al confine tra i due paesi. Il piccolo corso d’acqua, che ne segna la frontiera naturale, è letteralmente invaso da lavoratori transfrontalieri. Ogni giorno, uomini, merci ed animali passano da qui. È proprio in quel nel marasma generale che avviene lo scambio. Un gesto rapito, i soldi che passano da una mano all’altra e il destino di questi piccoli schiavi è segnato per sempre. Non faranno, probabilmente, mai più ritorno a casa. Se riusciranno a scappare, con tutta probabilità, finiranno nelle grinfie delle bande criminali che controllano l’isola o verranno divorate dal mercato della prostituzione.

Quella dei Restavek è una forma di sfruttamento è molto antica, appunto. Tollerata, perché risalente ad un epoca in cui era normale affidare i bambini a famiglie facoltose. Un sorta di “famiglia allargata”, nella quale poveri disperati speravano di poter dare ai loro figli un futuro migliore. Studiando, per esempio. Niente di tutto questo, però, appartiene ai Restavek. Il vitto e l’alloggio, così come quell’unico misero pasto giornaliero, rappresentano quanto di “meglio” ci sia in serbo per loro. Per il resto, la loro giornata inizia alle prime luci dell’alba. Già alle 4 del mattino, infatti, sono tutti in piedi pronti per offrire i propri servigi. Ad attenderli, 16 ore di intenso lavoro sotto il sole cocente.

Ogni giorno, sempre secondo l’UNICEF, sono 2000 i bambini haitiani vittima di tratta. Una gallina dalle uova d’ora per trafficanti e criminali, ai quali bisogna purtroppo aggiungere le centinaia di migliaia di piccoli orfani. Soli, indifesi e alla mercé di un sistema criminale che pesca nella disperazione e nella povertà più estrema. Il terremoto del 2012 e il recente uragano, tra le altre cose, ha finito per ampliare numeri e statistiche già di per sé molto preoccupanti. Con la conseguenza, evidente, di infoltire le fila della manovalanza minorile a cui questi posso attingere.

Le loro storie ti lascio a bocca aperta, sgomento. Ciò che colpisce di più, però, è la rassegnazione. Lo sconvolgente distacco con cui, questi moderni piccoli schiavi, raccontano le sofferenze patite. I sogni e le aspirazioni, anche quelli più reconditi, qui non possono essere nemmeno immaginati. Infranti insieme alle bolle di sapone per lavare i piatti, annegati dentro ad enormi taniche d’acqua portate in spalla per chilometri o nei segni delle frustate che portano addosso come un segno distintivo. Un marchio che nemmeno il tempo saprà cancellare. Per questo, credo valga la pena di ricorda le parole di Nelson Mandela: “Io credo, che i bambini nel mondo debbano essere liberi di crescere e diventare adulti, in salute, pace e dignità”.

 

Mattia Bagnato