Affrontare la malattia con il sorriso sulle labbra; la speranza di superare le difficoltà del cancro attraverso la bellezza dell’arte, del cinema e del canto; l’impegno di offrire un sorriso di conforto ai malati: sono questi i messaggi che il regista Enzo Dino vuole trasmettere con il suo film “La stanza del sorriso”.

Il cancro è senza dubbio una delle piaghe più tristi della nostra epoca: sono pochissime le persone che non hanno mai avuto esperienza diretta (con familiari o amici) con quella patologia che dilania il malato a poco a poco, che consuma lentamente il corpo come una candela. Ogni giorno, solo in Italia, vengono diagnosticati circa 1000 nuovi casi di tumore. Statisticamente, solo il 54% dei malati di cancro riesce a sopravvivere alla malattia. Tra questi, c’è il regista Enzo Dino, che nel 2013 riuscì ad avere la meglio su un tumore al testicolo (più precisamente un carcinoma maligno) che gli era stato diagnosticato diversi mesi prima. Dopo l’esperienza della malattia, Enzo ha tratto un importante insegnamento: godere delle bellezze della vita è il dovere più grande a cui tutti noi siamo chiamati. E proprio nel momento in cui il tumore sembra volerti annientare, è proprio lì che è necessario tirare fuori la grinta, ma al contempo di essere ottimisti e di apprezzare ogni istante della nostra esistenza. È quindi da un’esperienza personale che nasce la produzione de “La stanza del sorriso”, un film che affronta il delicato tema della malattia oncologica. La produzione del lungometraggio è stata possibile grazie a una raccolta fondi avvenuta tramite piattaforma di crowfunding. Le riprese del film sono state girate a Torino, in particolare presso la Onlus Casa UGI, struttura che anche nella realtà si occupa d’assistenza ai malati di cancro. Presentato in anteprima al cinema Trevi di Roma il 19 dicembre all’interno del concorso T.H.E.R di Isabel Russinova (dove il film ha ricevuto la menzione speciale per aver contribuito attraverso il cinema ai diritti del malato), prossimamente “La stanza del sorriso” sarà in concorso con diverse nomination all’undicesima edizione del Social Film Festival Artelesia nella città di Benevento nel mese di luglio.

Amandine Delclos nel film interpreta la terminale Luana Nicolosi, personaggio fondamentale per la creazione della “stanza del sorriso”

 

 


 
Ma adesso parliamo del film…

La prima mezz’ora di pellicola è lenta, ma non noiosa: serve a introdurre la figura del protagonista, l’oncologo Luca Mantovan (interpretato da Dino stesso). La sua vita non è proprio tutta rose e fiori: il suo mestiere infatti richiede prima di tutto l’ingrato compito di assistere spesso al progressivo decadimento dei suoi pazienti fino alla dipartita, e inoltre la spiacevole responsabilità di comunicare alle famiglie che in taluni casi per il paziente non ci sono speranze di sopravvivenza. Alle rogne del lavoro, Luca deve sopportare anche i capricci di una fidanzata poco leale e per nulla comprensiva. Ma nonostante tutto, il medico fa di tutto per essere sempre raggiante ed energico. Mantovan infatti non si limita a curare i suoi pazienti, ma dedica a loro parte del suo tempo e delle sue attenzioni, cercando di confortarli e di supportarli moralmente. È questo l’esempio di Luana, una giovanissima paziente sempre sorridente e speranzosa, a cui Mantovan si affeziona particolarmente, arrivando a regalarle un CD del suo gruppo preferito, i Modà (ndr. in tutto il film ci sono diversi omaggi alla musica italiana degli ultimi anni) e facendola uscire dalla clinica la notte di Capodanno per farle assaporare almeno per un’ultima volta la sensazione della libertà fuori dalle mura dell’ospedale. Infatti per Luana non ci sono più speranze: nonostante la grinta e l’ottimismo, il cancro l’ha ridotta in stato terminale, e alcuni giorni dopo quella “notte trasgressiva”, la giovane si spegne. Dopo la morte di Luana, il dott. Mantovan ha un’idea: quella di utilizzare una delle camere abbandonate della struttura per creare una stanza in cui, più volte a settimana, i pazienti si possano divertire sentire stimolati, per dimenticarsi, seppur per qualche ora, del male che li sta affliggendo. Mantovan e Bottini (amico e collega di Luca, che appoggia il suo progetto) chiamano quest’aula “La stanza del sorriso“, all’interno della quale i malati di tumore della clinica possono dedicarsi ad attività quali la recitazione, il canto, la pittura e lo sport. Tuttavia, nel suo percorso, Luca Mantovan sarà ostacolato da quello che è l’antagonista del film: il dott. Giuseppe Pambieri, medico che non condivide il buonismo del nostro protagonista. A suo dire, il dovere del medico è solo ed esclusivamente quello di curare i pazienti, e non di “fare il pagliaccio”, etichettando come inutile pietismo e superfluo buon samaritanesimo ogni tentativo di Mantovan di risollevare il morale dei malati.
Emozioni genuine, colpi di scena interessanti e suggestivi sviluppi accompagnano lo spettatore per tutta la durata del film. E così come Luca Mantovan cerca di lasciare ai suoi pazienti un’impronta positiva e speranzosa, anche la finalità del film è la medesima verso lo spettatore.

Il giuramento di Ippocrate, che eppure è chiaro nel computo dei diritti e dei doveri del medico, non cita mai il supporto morale come obbligo del buon dottore. Il medico deve solo curare, ed è questa la posizione che mantiene per tutto il film il dott. Pambieri, il magnifico “cattivo” della pellicola. Ma Mantovan vuole aggiungere al suo mestiere quel quid in più: per lui, l’idea che il suo lavoro consista nel fare chemioterapie, suggerire terapie farmacologiche e annunciare ai familiari che per il proprio caro non ci sono più speranze è avvilente e limitante. Lui sa che dietro a ogni malato c’è una persona che soffre, ma soprattutto che sotto al suo camice bianco c’è un essere umano con emozioni e sentimenti. Premesso dunque che, come sostenuto da numerose ricerche mediche internazionali degli ultimi vent’anni, più il morale del paziente è alto più lento sarà per il cancro un raggiungimento della fase metastatica, Enzo Dino sotto le mentite spoglie di Luca Mantovan sembra chiedersi: perché non dare ai malati l’occasione per sorridere, per sdrammatizzare, per godersi la vita anche dentro le bianche e silenziose pareti di un ospedale? 

Un dietro le quinte del film. In questo momento, ci troviamo proprio nella stanza del sorriso che dà il titolo al lungometraggio.

“La stanza del sorriso” è un film delicato, sensibile, emozionante, fiabesco in alcuni tratti ma non per questo irreale e nient’affatto stucchevole. Il film mostra quella che è la realtà ospedaliera e oncologica, senza troppe edulcorazioni e smancerie. Dopo tanti anni di “medical drama” di dubbio gusto, fa piacere notare che è proprio una produzione italiana a mostrare come sia complicata la vita nella corsia di un’ospedale. Oggigiorno, mentre i notiziari e i telegiornali sono saturi di notizie relative alla malasanità, avere fiducia dell’antichissimo mestiere del medico sembra pura utopia. Si pensa sempre che i medici, il cui stipendio è oneroso, siano una casta di privilegiati, ignorando che invece nelle loro mani pende il destino di tantissime persone. Mantovan segue gli insegnamenti del suo professore universitario, il prof. Arnold, la cui figura ha assunto per lui i tratti di un maestro di vita: 

Non ti devi limitare a fare il medico e a parlar loro (ndr. ai malati) con un linguaggio tecnico e per nulla comprensibile. Continua ad aprirti a loro…

E altrettanto apprezzabile, soprattutto in un paese come il nostro in cui la cultura viene vissuta come un optional facoltativo, è il messaggio che il regista sottintende nel film: la stanza del sorriso dell’ospedale è una stanza in cui si respira cultura. Cultura che in questo caso non vuol dire per forza musei o lettura di classici della letteratura, ma anche visione di film d’autore d’epoca o lezioni canore di modulazione vocale. È una cultura che è vista e percepita come arricchimento interiore, come fortificazione dell’individuo, e non come un semplice svago. E così, quelle che vengono offerte ai pazienti sono genuine occasioni per comprendere il valore della vita, per mettersi in discussione, per migliorarsi come persone, per essere felici in una situazione infelice.

Dal punto di vista tecnico, il film è fatto molto bene. Lodevoli sono nell’ordine la fotografia, le riprese e il montaggio. Si passa da riprese dall’alto con drone a primi piani che fotografano, quasi scansionano, gli umori dei protagonisti del film. La sceneggiatura si presenta lineare: i personaggi (soprattutto i protagonisti e il freddo dott. Bampieri) sono caratterizzati e delineati alla perfezione, e l’intera pellicola non presenta scene superflue e buchi logici all’interno della trama. Anche un personaggio apparentemente ridondante e terziario come il vagabondo Ivan, a cui il dottor Mantovan regala occasionalmente del cibo e con cui si intrattiene spesso a chiacchierare, in realtà è un personaggio utile, ma non vi dirò il motivo…

Da sinistra verso destra: Isabella Gamba (Elena Rotari), Luca Mantovan (Enzo Dino), Giuseppe Pambieri (Robin Morf) e Silvia Caputo (Caterina Vertova).

I temi del cancro, dell’esperienza ospedaliera e della malattia non sono del tutto inediti nel panorama cinematografico o televisivo italiano. Tuttavia, le uniche occasioni per vederli su grande o piccolo schermo sono film melensi o serie televisive più che discutibili, che enfatizzano, miticizzano o deformano clamorosamente degli argomenti che andrebbero trattati con una certa serietà, il tutto per essere impacchettati, confezionati e resi digeribili al pubblico. Qui siamo di fronte a una produzione indipendente, dove indipendente non vuol dire “mediocre”, come l’individuo medio talvolta pensa. Dino, da buon regista, è consapevole che, nonostante i segni del tempo, la cinematografia rimane sempre un potentissimo mezzo per veicolare messaggi diretti ed efficaci (il film Netflix “Sulla mia pelle” ne è un esempio). In questo caso, ci dimostra che da un’esperienza personale si può costruire un progetto magnifico, suggestivo, in cui basta solo crederci. E chi ci ha creduto, non può certo dire di averci perso: “La stanza del sorriso” è un film bello, che si lascia vedere, incantevole, che lascia ampi spazi a riflessioni e a considerazioni. Considerazioni su chi siamo e su come possiamo essere felici, anche quando sembra che la vita stessa non vuole che lo siamo…

                VOTO FINALE :    

                                                                                                                                            Michele Porcaro