DAL CILE L’AUTRICE PEPA SAN MARTIN GIUNGE IN ITALIA PER PRESENTARE LA SUA OPERA PRIMA, RARA, LUNGOMETRAGGIO CHE ASSUME IL PUNTO DI VISTA PRIVILEGIATO DI UNA BAMBINA PER PARLARE DI FAMIGLIE OMOSESSUALI. ECCO COSA HA RIVELATO A KIM LA REGISTA, IN UN’INTERVISTA ESCLUSIVA.

Rara, nelle sale italiane dal 13 ottobre, vuole essere un film delicato incentrato su una delle tante famiglie che si compongono e prendono forma da due genitori dello stesso sesso che scoprono di amarsi, volendo condividere con la propria compagna o il proprio compagno la crescita dei figli, avuti da precedenti matrimoni avallati dalla società.
Quei figli vivono accolti da calore umano, al riparo dalle intemperie della vita, ma l’amore di un genitore prima e di una famiglia poi finisce con l’essere fragile rifugio dal giudizio inquisitore della società, che cerca di imporsi con tutte le sue forze sull’innocenza infantile. E allora quando Sara, interpretata dalla giovanissima e abile Julia Lubbert, inizia a crescere e ad ascoltare non solo i suoi sentimenti e le sue emozioni, ma anche i pesanti commenti sentenziosi della realtà che l’avvolge, matura i primi dubbi. Vittima della situazione familiare che deve affrontare, preda della smania di rivalsa di un padre che non vuole concedere all’ex-moglie la custodia delle sue figlie, Sara si affaccerà per la prima volta al mondo degli adulti e, in bilico tra un primo confronto con l’altro sesso e la non-accettazione della sua speciale famiglia allargata da parte del mondo circostante, metterà seriamente in dubbio le scelte della madre e, di conseguenza, le sue scelte.
La scelta, invece, compiuta da Pepa san Martin è quella di affrontare una tematica così delicata come la vita di coppia di persone omosessuali adottando un’intima aderenza alla quotidianità di una bambina, la quale ricopre il ruolo di sorella maggiore, ma soprattutto di figlia, chiamata a sostenere sulle proprie spalle il pesante fardello dello sguardo giudicante della società. «Ho deciso di trattare questa tematica vivendola dall’interno e non osservandola distaccatamente dall’esterno perché ho accolto la sfida di dirigere e scrivere una pellicola in cui si potesse rispecchiare l’argomento dell’omosessualità attraverso gli occhi ancora sognanti di una bambina – spiega la regista cilena – Credo, anzi sono profondamente convinta, che gli adulti possano cambiare grazie ai bambini e questa è stata la prima considerazione che mi ha fatto pendere per il punto di vista della piccola Sara. Non solo, bisogna ricordare come l’omosessualità spesso spaventi le persone e la società e quindi, quale punto di vista più innocente per parlarne se non quello puro di una giovanissima donna che si affaccia alla maturità passando per l’adolescenza?»

Rara vuole parlare alle famiglie e proprio per questo entra in gioco Sara, un personaggio tenero e privo di pregiudizi che introduce il discorso che la tocca da vicino in modo semplice ed istintivo, attraverso sguardi che riflettono e parole che non dicono. Le figlie della donna che decide di distaccarsi dal rapporto col marito per intraprendere una relazione più sentita, in cui può essere liberamente se stessa, sono due, la maggiore Sara e la minore Cata. Entrambe ancora legate all’infanzia, possono sembrare due punti sostanzialmente simili e concordi, ma in realtà profondamente diversi. Sia Cata che Sara non nascono con i pregiudizi tipici della società che tenta costantemente e senza battute di arresto di inculcarglieli, ma «mentre Cata è ancora totalmente immersa nel suo stadio più infantile, Sara comincia a porsi quelle domande che la sorella minore ancora non è in grado di analizzare, sfociando irrimediabilmente verso la fase più adulta dell’infanzia, l’adolescenza».
E allora anche il personaggio di Sara comincia a vacillare difronte alla non-comprensione dimostrata dalla società: quando le maestre convocano a scuola sua madre perché la sorellina minore aveva disegnato la sua famiglia felice comprendente due bimbe e due donne oppure quando la sua migliore amica le chiede se ha mai riflettuto sull’eventualità che anche lei possa diventare gay, Sara inizia a nutrite, a dare adito ai primi dubbi, infondati, ma pian piano acquisenti energia. E allora anche la macchina da presa di Pepa segue i moti dell’animo, vacilla, esattamente come Sara, davanti alla realtà che non sa farsi da parte e pedina la protagonista usando carrelli a seguire che la scortano da lontano e poi decidono di fermarsi e scrutare ciò che accade senza frammentare lo spazio in campi e controcampi, ma offrendo allo spettatore un chiaro quadro in profondità di campo capace di immortalare la quotidianità della normalità di una semplice famiglia come tante.
Rara è un film basato non su una storia vera in particolare, ma su tutte quelle storie vere, su tutte quelle battaglie legali intraprese da genitori che non vogliono che il frutto dei loro passati matrimoni cresca in famiglie omosessuali. «Questo film è basato su casi di discriminazione che si ripetono sempre, uguali a se stessi – poi Pepa ci rivela l’intima decisione del titolo, Rara – Ho scelto di intitolare il film Rara perché in Cile questo aggettivo è spesso utilizzato per additare gli omosessuali, dire che “quella persona è rara” significa apostrofarla come diversa dagli eterosessuali, come gay. Rara è però anche una parola molto comune che può essere utilizzata per identificare uno stato interiore di scarsa o mancata aderenza al contesto nel quale la persona è chiamata a vivere, quindi chiunque di noi si è sentito, almeno una volta, una persona “rara”», sancendo la disarmante uguaglianza che accomuna tutti a prescindere dal genere, dimenticando per un attimo l’orientamento sessuale.