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RAFANIDOO (ῥαφανιδόω): STORIA DI UN RAVANELLO E DI UN VERBO GRECO OSCENO

Uno dei verbi più curiosi della lingua greca è sicuramente Pαφανιδόω, letteralmente “infilare un ravanello nell’ano“. Ma perché questo verbo è così singolare da trovare spazio nei vocabolari di greco? Qual è la storia di questo uso improprio del ravanello?

Nella nostra quotidianità, siamo abituati a guardare il passato con una certa solennità e riverenza, attribuendo agli antichi doti di saggezza, rigore e compostezza inscalfibili. Popoli che hanno gettato le basi della nostra identità culturale offrendo il loro inestimabile contributo all’architettura, alla scienza e alle arti non potevano avere insita nel loro animo una natura goliardica: niente di più sbagliato! Chi si è seduto in un banco di Liceo Classico lo sa: uno dei più divertenti rimedi alla noia è cercare all’interno del vocabolario termini strani e volgari. Si passa dalle parole più affini al nostro linguaggio, dunque πέρδομαι (pèrdomai, “scorreggiare”), κατάπυγον (katàpugon, “gesto del dito medio”) e κέρκος (kèrkos, “pene”) a insulti originali che, sebbene siano caduti in disuso, possiamo riciclarli per i nostri detrattori: Σχινοκέφαλον (schinokèfalon, “testa di cipolla”), γράσων (gràson, “che puzza di caprone”) e gli ingiuriosi δουλομίκτης e κυνοικòιτης (rispettivamente doulomìktes, “trombaschiavi” e kunoikòites, “che fotte i cani”). Oltre alle parolacce che, si sa, divertono sempre, nei vocabolari si possono trovare termini volgari piuttosto singolari: è il caso di κρομμυοξυρεγμία (krommouxuregmìa, “rutto al sapore di cipolle e aceto”), Πρωκτοπεντετηρίς (Proktopenteresìs, “Festa anale straordinaria ricorrente ogni cinque anni”) e πρωκτοτηρέω (proktoterèo, “fare l’ispettore dei culi”).

Ma nessuno di questi termini regge il confronto con il verbo più assurdo e osceno dell’intero vocabolario greco antico: ῥαφανιδόω, rafanidòo, letteralmente “Infilare un ravanello nell’ano”. Il Montanari (GI) indica come unici autori in cui troviamo attestato tale verbo Aristofane (del resto, la quasi totalità dei termini volgari greci la troviamo proprio nelle sue commedie) e gli scoliasti di quest’ultimo. Tuttavia, attestazioni di tale vocabolo sono presenti anche in un verso di una commedia di un autore ignoto (riportato da Esichio nel Lexicon), nella Vita di Peregrino Proteo di Luciano di Samostata e nell’Apokleiomène di Posidippo, di cui parleremo meglio più avanti. Ma chi mai penserebbe di infilare un ravanello nel popò di qualcuno? Ma soprattutto, per quale motivo? 
Chiariamo subito, a scanso di equivoci, che la raphanìdosis (ῤαφανίδωσις) l’atto appunto di inserire un ravanello nel didietro, non era una pratica sessuale né un feticismo apprezzato dai nostri antenati greci. In realtà, questo gesto era una punizione umiliante riservata in Attica agli adulteri e a chi induceva o favoreggiava in alcun modo l’adulterio. 

Partiamo proprio dall’analisi di Aristofane. La più ampia citazione della pratica la troviamo in un verso della commedia Le Nuvole. Siamo ai versi 1070-1084, nei quali assistiamo a un dibattito sofistico tra Discorso Giusto e Discorso Ingiusto, dove il primo rappresenta la virtù dei costumi patrii mentre il secondo è una parodia delle nuove scuole filosofiche di Socrate e dei sofisti che aspirano a ribaltare, a dire del commediografo, i valori tradizionali. Il Discorso Ingiusto si propone di insegnare a Fidippide, protagonista della commedia, come ammaliare e raggirare il prossimo con ragionamenti articolati e con cavilli retorici. Se Fidippide metterà in pratica questi suoi insegnamenti, ci tiene a precisare la personificazione del Discorso Ingiusto, egli scamperà a ogni guaio e avrà la meglio sui suoi avversari persino in situazioni estreme, come ad esempio una flagranza di adulterio. Il Discorso Giusto, in tutta risposta, ribatte sostenendo che in ogni caso non potrà scampare alla punizione prevista per i fedifraghi e si beccherà un ravanello in quel posticino dove non batte il sole e le natiche depilate con la cenere calda (altra punizione riservata agli adulteri):

DISCORSO INGIUSTO:
(…) Ora, veniamo a ciò cui ti fa invito la stessa natura: poniamo il caso che tu ti sia innamorato della moglie di
un altro, e che ti colgano in flagrante. Sei morto se non sei capace di parlare. Ma se ti affidi a me,
puoi sfruttare la natura, ridere, impazzare, non avere freni inibitori. Se anche ti beccano
in flagrante adulterio, basta dire che non hai fatto nulla di male e rovesciare tutto su Zeus: anche
lui cede all’amore delle donne. Tu, che sei mortale, come puoi essere più forte di un dio?

DISCORSO GIUSTO:
E se per averti dato retta gli infilano un ravanello nel culo e lo depilano
con la cenere calda, potrà negare di essere un rottinculo?

Se, in flagranza di adulterio, sappiamo che era concessa al marito tradito la possibilità di uccidere la moglie fedifraga (il cosiddetto phònos dìkaios, omicidio giusto, previsto dalla legge di Dracone) deduciamo che l’amante veniva punito invece con la penetrazione di un ravanello (o di un oggetto dalla punta arrotondata dalle fattezze falliche) nel retto e con la depilazione dei peli delle natiche con la cenere calda. Sebbene sia stato ipotizzato che la raphanìdosis fosse una tortura mortale, dal momento che l’inserimento forzato dell’ortaggio nella cavità rettale poteva presumibilmente causare emorragie interne, possiamo dare per certo che tale punizione aveva come fine la pubblica umiliazione dell’adultero. Prima di tutto, il ravanello o il rafano, essendo leggermente urticanti, lasciavano nel sedere del malcapitato una sensazione di prurito non indifferente. In secondo luogo, la scena dell’inserimento del ravanello nell’orifizio anale avveniva di fronte a una modesta folla di persone, formata da vicini di casa del marito “cornuto” e dagli amici di quest’ultimo. Inoltre, per quel che deduciamo da una frase tratta dalla Vita di Peregrino Proteo di Luciano di Samostata, il quale riporta che il filosofo cinico:

Quando cominciò ad essere annoverato tra gli adulti fu colto in flagrante adulterio in Armenia, si prese molte percosse e alla fine riuscì a fuggire con un balzo dal letto, con il sedere tappato da un ravanello.

Possiamo immaginare dunque che la vera e propria umiliazione prendeva vita nel momento in cui l’adultero punito fuggiva il più velocemente possibile con l’ortaggio ancora conficcato nel fondoschiena, sicché chiunque lo vedesse darsela a gambe sapesse in primo luogo che quello che stava scappando era un adultero e, in seconda istanza, che l’adulterio, ad Atene e dintorni, veniva punito così. 
E a proposito dei dintorni di Atene, il Lessico Suda, enciclopedia d’età bizantina, riporta che Laciade, uno dei demi di Atene, era nota per la coltivazione di un tipo di ravanello molto grande e spesso, che quivi prosperava in abbondante quantità. Era dunque sconveniente essere un adultero a Laciade, se non ci si voleva ritrovare nel sedere un ravanello di dimensioni mastodontiche. E quando i ravanelli non erano disponibili, secondo un frammento di Posidippo (4 K.-A), i Laciadi punivano gli adulteri penetrandoli con delle στειλέαι, ovvero manici di zappa. Per la serie: quasi quasi meglio il ravanello!

Questa pratica non è menzionata in alcun testo giuridico né in alcun codice legislativo greco o magnogreco, ragion per cui è logico pensare che tale punizione fosse di natura popolare, che tra il VI e il IV secolo divenne una sorta di legge non scritta (o quantomeno: se fu scritta da qualche parte, tale fonte non è giunta a noi). Stando alle testimonianze di Plauto, Catullo e Giovenale, i Romani erano a conoscenza della raphanìdosis e, se non la applicavano, quantomeno ne avevano notizia tramite la letteratura e le testimonianze greche. 

Tra goliardia e mortificazione, la raphanìdosis è la testimonianza di una tradizione fondamentalmente popolare, un arcaico retaggio di una giustizia privata tribale, nata in un contesto storico, culturale e sociale precedente all’avvento e all’ascesa delle società civili e del diritto. Già ai tempi di Aristofane l’usanza di punire un adultero tramite la penetrazione anale di un ravanello testimonia la commistione di un intento punitivo, ovvero quello di condannare la violazione della sacralità del matrimonio, e di un motivo goliardico, vale a dire l’umiliazione del colpevole e l’esposizione della sua colpa a pubblico ludibrio.

Il fatto che la maggior parte delle fonti che riportano la pratica siano commedie o testi satirici testimonia che l’atipicità della punizione causava nei Greci antichi la stessa ilarità che provoca oggi a noi quando, sfogliando le pagine di un Rocci o di un Montanari, leggiamo il verbo ῥαφανιδόω.

                                                                                                                                                                                                       Michele Porcaro

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Michele Porcaro

Giornalista, scrittore e archeologo. Nato a Benevento nel 1995, è diplomato al Liceo Classico “Anco Marzio” di Ostia e laureato in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Roma “Sapienza” con tesi in Archeologia. Appassionato di lingua, civiltà, storia e archeologia greca e romana, è autore di saggi e romanzi storici sul mondo antico, e ha girato il documentario "ASSTEAS - Storia del Vaso più bello del mondo" in collaborazione con Vittorio Sgarbi. Nel tempo libero svolge attività di rievocazione storica, collaborando a progetti di ricostruzione archeologica sperimentale sull'ambito religioso, civile e militare dei Greci, Romani ed Etruschi.

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