Oltre il Ponte

RADICI ESTIRPATE

Distruggere i luoghi millenari significa eliminare la storia della civiltà. La guerra non si ferma davanti a nulla e quando si serve della religione come alibi va a colpire proprio la fede.

Roma- In una guerra che da “santa” si trasforma in politica, quando la politica e la fede si fondono completamente, tutto ciò che va contro l’ideologia religiosa deve essere spazzata via. E sembra che in base a questa filosofia si muova quella che in questo momento storico è forse l’organizzazione terroristica più temuta anche in Occidente, almeno da quando lo Stato Islamico (ISIS o IS o ISIL) ha dichiarato nel 2014 il califfato negli Stati da esso sottomessi con la violenza. Una violenza giustificata dalla volontà di salvare i musulmani dal degrado in cui sono stati portati dalla modernità, una guerra non più solo contro il Grande Satana (Stati Uniti d’America) o contro il Piccolo Satana (Europa), ma condotta ai danni di ogni uomo, donna o bambino che da infedeli decidono di vivere. A casa propria nemmeno i musulmani sono più al sicuro, se non rispettano norme morali e leggi stilate al momento della conquista.

Tutto ciò che si discosta dall’insegnamento originale e puro dell’Islam deve essere distrutto, compresi gli idoli antichi, compresa la storia di intere popolazioni. Eliminare le radici stesse e l’identità culturale di un popolo, ecco le nuove armi che vengono utilizzate in un conflitto che ormai non ha più confini. Finanziare il  jihad con la vendita sul mercato nero dei reperti archeologici depredati e per il resto radere al suolo siti e musei, come se non fossero mai esistiti. I danni sono inestimabili, a livello sociale, culturale ma anche economico. In Paesi che possono contare su bellezze paesaggistiche e culturali in grado di fornire sostentamento e reddito tramite lo sfruttamento legale e rispettoso della memoria storica, ricca e fervida, ancora viva più di quanto noi in occidente possiamo anche solo immaginare, il danno economico portato da queste distruzioni studiate a tavolino è incalcolabile.

Ogni volta che si cerca di stilare una lista dei siti distrutti ecco che nuovamente appaiono bulldozer a distruggere e buttar giù colonne ed edifici, come accaduto al sito archeologico di Nimrud, in Iraq, antica capitale dell’Impero Assiro, i cui scavi risalgono alla prima metà dell’Ottocento, o l’esplosivo, come per le mura della città di Ninive.

La popolazione civile cerca di organizzarsi come può, muovendosi per ricoprire con sostanze sigillanti quei siti che possono ancora essere salvati, mentre si attende un aiuto concreto dall’Unesco che ancora non arriva. E così il primo obiettivo dell’organizzazione mondiale nata al fine di tutelare i Beni Culturali riconosciuti come patrimonio dell’umanità, non solo fisico ma anche intangibile, fatto di cultura, di tradizioni, di storia, sta lentamente scemando di fronte alla rabbia lucida e pianificatrice di tanta follia. Come può in fin dei conti un’istituzione che assiste alla devastazione di siti inseriti nelle proprie liste, come accaduto per la Moschea degli Omayyadi di Aleppo, in Siria, opporsi a tanta violenza?

A noi arriva solo una minima parte di ciò che realmente sta accadendo, lontani da devastazioni e guerre. Ci reputiamo talmente distanti da non considerare quanto in realtà stiamo perdendo a livello umano e di quale patrimonio dell’umanità anche noi veniamo ormai quotidianamente depredati. Non ci viene detto quel che realmente accade, per non spaventarci, per mantenerci a un livello di allerta più basso, mentre i miliziani dell’ISIS sempre più spesso sembra che stiano riuscendo ad arruolare anche da noi convertiti e possibili martiri.

In un contesto del genere, fatto di false sicurezze, di distanza geografica e a volte di ignoranza, è normale che la distruzione di siti archeologici ci sembri così di poco conto. Ma che fine ha fatto l’ideologia alla base di quelle convenzioni internazionali stilate dopo la Seconda Guerra Mondiale affinché non si replicasse lo scempio di monumenti e di obiettivi culturali al quale l’Europa aveva assistito?

 

Manuela Micheli

 

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Manuela Micheli

Laureanda in Lettere, operatore per i Beni Culturali, indirizzo Beni Archeologici, con tesi in topografia antica e rilievo dei monumenti, coltiva la passione per la scrittura e ancor di più per la lettura. Da sempre è interessata alla tutela dei Beni Culturali, alla valorizzazione degli stessi e agli interventi finalizzati alla cooperazione internazionale in materia soprattutto di circolazione di Beni rubati. Progettista software di professione, in parallelo cerca di portare avanti più interessi al fine di completare la propria formazione umanistica.

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