Dossier

QUELLE MORTI OSCURE DELL’AFGHANISTAN

Francesco Saverio Positano aveva 30 quando è caduto a Shindand. Per gli inquirenti si è trattato di un malore, ma troppe cose non tornano. E una perizia svela che le ferite riportate dal giovane militare sono compatibili con un investimento in retro marcia.

Roma- Un giovane soldato morto in Afghanistan, una mamma che continua a cercare la verità e un’inchiesta che presenta tanti lati bui. Quello di Francesco Saverio Positano ha tutti i contorni di un “cold case”, uno di quei casi freddi in cui la parola fine ancora non è stata scritta del tutto e dove nuovi particolari interessanti potrebbero emergere. Come quelli che sono illustrati nell’opposizione alla richiesta di archiviazione che i legali della famiglia del militare hanno avanzato al Gip del Tribunale di Roma.

I fatti di Shindand. Il pubblico ministero il 30 giugno scorso aveva chiesto la chiusura delle indagini su un fascicolo che però mostra tutti i suoi dubbi. I fatti, però, risalgono a un altro giugno. Quello di cinque anni fa, il 23. Era il 2010 e Francesco era in missione in Afghanistan. Shindand, per la precisione. Terra infame per il contingente italiano che qui ha versato il suo più alto tributo di sangue. In un mercoledì pomeriggio di inizio estate, il caporal maggiore scelto Francesco Saverio Positano è su un mezzo Buffalo in viaggio sulla Ring Road, la strada che ad anello unisce tutto il paese a Kabul, la capitale. L’arteria della morte, l’hanno ribattezzata da quelle parti perché è facile saltare sulle bombe e sugli ordigni improvvisati che mandano all’aria anche i nostri mezzi corazzati. Il team di Francesco non è colpito da nessun attacco. Stando alla versione ufficiale fornita dalle autorità militari, il giovane sottufficiale dell’esercito ha perso l’equilibrio ed è caduto dal blindato, riportando un forte trauma cranico. Ma nel racconto dei commilitoni e soprattutto da una perizia effettuata da un consulente tecnico, qualcosa non torna.

Le Contraddizioni. Un documento, acquisito agli atti, parla chiaro: “si vuole evidenziare come la distanza dal mezzo a cui è stato trovato il corpo del caporal maggiore sia incompatibile con una caduta a peso morto”. Le gambe incrociate, la testa rivolta verso la sua sinistra, l’elmetto rinvenuto a circa un metro e mezzo dal corpo non sono le caratteristiche che corrispondono a una caduta accidentale. Dalle fotografie che risultano nella perizia si possono riscontrare alcune anomalie rispetto alla versione ufficiale delle fonti militari. Perché la posizione delle macchie di sangue, per esempio, è in asse con la direzione del pneumatico posteriore destro? Una circostanza che fa pensare. Studiando la scena che si è presentata ai soccorritori, secondo l’analisi tecnica, il tutto sarebbe riconducibile a un investimento. Nessuna morte naturale, secondo la famiglia e i suoi legali, ma uno scenario ben più grave: qualcuno avrebbe ucciso il caporal maggiore scelto Francesco Saverio Positano e avrebbe cercato di camuffare il tutto con un malore. Negli ambienti militari – su questo possiamo giurarci – si può morire solo da eroi e un caso di incidente, di un errore umano non è contemplato soprattutto non sarebbe digerito da una certa politica che non ammette fallimenti e da una certa opinione pubblica che continua a considerare queste missioni non proprio missioni di pace. Una bella grana dunque anche per i superiori militari lì in Afghanistan. Troppe spiegazioni, troppi rapporti e qualche comandante che sarebbe sicuramente saltato. Il malore, no. Il malore ci può stare, invece, e può capitare a tutti di svenire, cadere da cinque metri e battere la testa. Perciò caso chiuso. E tutti che ne escono puliti, tranne che nella coscienza ovviamente.

Giustizia e Verità. Superata la fase del dolore, mamma Rosa e papà Gino hanno voluto vederci chiaro. Che Francesco, sano e in buona salute con già sette missioni alle spalle dall’Albania al Kosovo, abbia perso la vita così non potevano crederci. E, talvolta, il cuore di una madre è più illuminante del corso della giustizia perché in fondo la verità già la sa. I genitori di Francesco si sono rivolti ad alcuni avvocati che hanno deciso di andare fino in fondo. D’altronde basta vedere le foto per capire che le ferite riportate non fanno quadro con una caduta a peso morto. Nella richiesta di opposizione all’archiviazione del caso, gli avvocati Antonetti e Frazzano rilanciano i punti deboli dell’inchiesta che non ha tenuto conto di alcune osservazioni avanzate perfino dai carabinieri del Ris. Primo fra tutti, quello dell’elmetto. La pressione che, secondo la versione ufficiale, sarebbe stata esercitata dalle cinghie allacciate non sarebbe compatibile con la versione del medico legale che invece parla di urto violento in senso laterale.

Il Mistero delle Fotografie. Poi c’è il giallo delle foto. Nella relazione dei Ris vengono citate le foto che sono “poco nitide” che non consentono di appurare se nelle vicinanze ci siano ulteriori tipologie di macchie di sangue. Una circostanza che fa intuire che ai carabinieri non è stato messo a disposizione il cd contenente le 19 foto a colori che la consulenza di parte aveva messo a disposizione, bensì solo una copia di queste immagini peraltro fotocopiate in bianco e nero. Perché? Così resta aperto un altro interrogativo, quello relativo all’assenza delle foto scattate da un collega del 32esimo reggimento genio della brigata Taurinense, la stessa di Francesco, che riguardavano la salma prima della rimozione. Che fine hanno fatto? Perché sono sparite e non sono state acquisite?

Muri di Gomma. Finchè non saranno date delle risposte plausibili a queste domande non si concluderà la battaglia che sta portando avanti la famiglia Positano. Non sarà facile poter andare fino in fondo a questa storia che si divide tra l’omertà di un ambiente militare da sempre predisposto a nascondere sotto il tappeto tutto ciò che non è piacevole e, allo stesso tempo, tra gli ingranaggi di una autorità giudiziaria italiana che ha i confini ben limitati da un “top secret” che potrebbe arrivare in un qualsiasi momento. Il fascicolo Positano resta uno di quelli che scotta. Ma la ricerca di verità e la sete di giustizia di due genitori per una morte oscura e inspiegabile adesso vale più di qualsiasi cosa. L’uomo valoroso non lo fa la divisa né il numero di stellette. Lo fa il coraggio di chi esce dal silenzio. Non certo di chi nel silenzio trova la sua via di fuga. Così si è soltanto complici.

Mirko Polisano

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Mirko Polisano

Giornalista embedded a seguito del contingente italiano nelle aree di crisi. E'stato inviato in Kosovo, Afghanistan e Libano. Ha seguito il terremoto de L'Aquila e il G8; l'emergenza immigrazione della Sicilia, la crisi libica e la Primavera Araba, inviato in Maghreb ad un anno dalla Rivoluzione. Ha raccontato le divisioni di Belfast e gli orrori di Auschwitz e Birkenau nel Giorno della Memoria. E' autore del libro "Storie Lontane. Racconti di vita in Afghanistan". È collaboratore del quotidiano Il Messaggero.

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