Protestano i familiari dei caduti in Afghanistan per la serie tv con protagonista Raoul Bova e che racconta la missione della Task Force 45. Ma per chi ha perso un proprio caro in quella terra non ha gradito la storia d’amore di sfondo che poco ha a che vedere con l’impegno militare dei nostri soldati

«Fuoco Amico», la fiction di Canale 5 con protagonista Raoul Bova indigna i familiari dei caduti in Afghanistan. Quello che è andato in onda ieri in prima serata ottenendo anche un discreto successo di pubblico non è piaciuto però ai parenti di chi in  quella terra ha lasciato il proprio figlio, fratello, marito. Sono 54 i militari che dall’Afghanistan non sono tornati e, passati i giorni del lutto nazionale e del circo mediatico, su di loro e sulle loro famiglie cala il silenzio. Ma c’è anche chi esprime disappunto per far sentire la propria voce. «Quella fiction non rappresenta nemmeno lontanamente il dolore e la fatica che provano i nostri ragazzi in guerra», è il coro unanime delle mamme dei soldati caduti.

Annarita Lo Mastro è la madre di David Tobini, paracadutista della Folgore caduto a Bala Murghab nel 2011 all’età di 28 anni. Lei ha accolto suo figlio al rientro avvolto dal tricolore indossando il basco amaranto e a «testa alta», come David da buon parà le ha sempre detto. «L’Afghanistan se non sei provato da ogni disagio anche fisico non puoi raccontarlo- spiega Annarita Lo Mastro – L’Afghanistan è fame, dolore e sangue. Se non soffri tutto ciò non può essere tributo. Se vuoi far mangiare un bambino: svuota il tuo zaino. È un film che può essere interpretato solo da chi ha vissuto quella terra: i veri protagonisti sono loro i nostri soldati, i nostri figli. Ci fa male anche rivedere personalmente quegli indumenti, gli unici forse veri. Quelle mimetiche che io custodisco sul mio letto bagnati di sangue e bucati dal fuoco. Tanti chili di stanchezza fame e sonno lasciati là». Una stanchezza che Annarita Lo Mastro conosce bene e vissuta in prima persona prima con suo figlio David e poi nell’esperienza di un viaggio che l’ha portata in Afghanistan.

Insieme a lei è volata a Herat anche Rosa Papagna, madre di Francesco Saverio Positano, geniere degli alpini caduto a Shindand nel giugno del 2010 e sulla cui morte ci sono ancora ombre. «Si ricordassero – ha ammesso Rosa Papagna- che la missione Afghanistan ha portato finora a 54 vite spezzate. Non si devono  permettere di  far vedere  una storia  d’amore, dove lì c’è  guerra».

A rincarare la dose anche Dora Pinelli, mamma del caporal maggiore Alessandro Di Lisio, anche lui paracadutista caduto in Afghanistan nel 2009 all’età di 25 anni. «Rifiuto a prescindere di vedere tutto ciò che riguarda l’Afghanistan – ha detto con rabbia Dora Pinelli- mai nessuno che abbia il coraggio di girare un film lì sul posto e non a giocare tra le montagne dell’Italia fingendo di essere a Kabul. Vorrei vedere loro salire e viaggiare su un Lince e mangiare per tre giorni la pasta cotta nella stessa acqua. Altro che eroi dell’amore».

Anche sui social il dibattito resta aperto. Beato il Paese che non ha bisogno di eroi, diceva Bertolt Brecht. Speriamo che il nostro, dimeticando quelli veri, per sentrsi Stato non debba avere bisogno di quelli per “fiction”.

Mirko Polisano