I video trash, quelli più sboccati e grotteschi che  ogni giorno vediamo sulla bacheca di Facebook o che riceviamo su Whatsapp da un amico, hanno creato una vera e propria industria fatta di personaggi sopra le righe, che hanno come unico talento la loro demenzialità, che se da una parte li rende oggetto di scherno, d’altro canto assicura loro una fama degna da divi del cinema. Ma la domanda che sorge spontanea è: nell’epoca dei social network, il trash è una dote?

Guardate bene questa foto: molti di voi la riconosceranno in un baleno. Si tratta della “signora della pelliccetta“. Per chi non la conoscesse, riassumerò brevemente, sia per essere il più conciso possibile sia per darle meno rilevanza possibile (dato che il focus del discorso è un altro, e non la signora in sè). In soldoni, la signora doveva fare da testimone a un matrimonio, e per l’occasione aveva comperato un abito in un negozio che, stando a quanto si legge in giro, è rinomato per la mediocrità della sua merce. Accortasi durante la cerimonia che il vestito cominciava a scaricare il colore sulla sua pelle e sulla pelliccia, rovinandola irreversibilmente, la signora ha prontamente esposto reclamo al negozio dal quale lei aveva concluso l’acquisto. Da qui in poi, la nostra testimonianza si riduce a un video (girato di nascosto) dove all’interno del punto vendita vediamo un acceso alterco tra la signora e le commesse, che sono prontamente costrette a richiedere l’intervento della vigilanza. Il video è scandito da urla, minacce, turpiloqui dialettali e sceneggiate degne delle commedie di Edoardo De Filippo, e dulcis in fundo, un presunto svenimento della signora che, per dare più enfasi alla sua animata protesta, collassa a terra. A prescindere se avesse ragione o meno, la signora mostra un comportamento sboccato, trasgressivo, scurrile, maleducato, insolente e volgare, assolutamente vergognoso in una società civilizzata (o almeno, che punta a esserlo) come la nostra.      
La Dama della pelliccetta è tuttavia diventata una star dei nostri tempi: fin dai giorni immediatamente successivi alla sceneggiata nel negozio, decine e decine di persone hanno cominciato a fermare la signora per strada per chiederle selfie, autografi e foto, e alla sua porta si sono presentati persino noti locali notturni e discoteche per chiederle collaborazioni per eventi e serate. Nondimeno, la signora è stata anche ospite della nota trasmissione della Regina del Trash, Barbara D’Urso, “Pomeriggio Cinque”, dove ha avuto modo di approfondire la sempre aperta questione della pelliccetta dell’Apocalisse.  Proprio ieri, una nota compagnia telefonica ha addirittura annunciato una partnership con la Dama per eventi promozionali che si tengono nel casertano, zona d’origine della signora. 
La sua è una delle tante storie (tristi) che altro non sono che cartine tornasole di una società dove il talento e la preparazione sono marginali, e l’importante è sapersi vendere, barattando la propria dignità in cambio di visibilità. Fino a poco tempo fa, il tormentone dello Stivale era “Saluda Andonio”, un ragazzino calabrese di nome Marco che, per il solo merito di aver salutato suo padre in un video trash, è riuscito a crearsi una fanbase di milioni di followers che lo supplicavano di esclamare fino allo svenimento quella frase che lo ha reso così celebre. Stando a quanto rivelava il suo manager, Marco/Saluda Andonio, per ogni evento di circa 2-3 ore a cui prendeva parte, concepiva un compenso compreso tra i 3500 e i 5000 euro. Sarebbe demagogico e populista sottolineare che il fatto che un quindicenne intaschi in un solo mese quanto un operaio guadagna in un anno è più che opinabile, eppure è sorprendente che in un momento di crisi come questo emergano “fenomeni” del genere.        

Il Trash può essere considerata un talento? Certamente l’economia ci insegna che a guadagnare denaro è chi fa muovere il denaro, e senza dubbio un evento commerciale  smuove un flusso economico nettamente maggiore rispetto a iniziative d’ambito culturale. Non che l’aspirazione massima sia necessariamente quella di creare un’elite culturale fatta solo ed esclusivamente di filosofi e letterati in stile Simposio di Platone, ma quanti artisti, oggi giorno, sudano e studiano ogni mezzo o modo per affinare la propria arte e la propria dote, e faticano per trovare qualcuno che sia capace in credere nelle loro doti?           
La colpa è della Dama della pelliccia o di Saluda Andonio? Sicuramente no, visto che hanno semplicemente colto l’occasione di sfruttare la propria popolarità come opportunità per guadagnare soldi facili. Inoltre, in virtù della democrazia e del libero pensiero tanto osannato, ognuno sceglie liberamente come gestire la propria immagine. Ma la colpa è di un sistema come il nostro che oggi giorno premia la mediocrità e sempre più raramente riconosce gli sforzi di chi si impegna concretamente; di un sistema che incoraggia l’ascesa di individui mediamente o quasi per nulla competenti a discapito di chi ha realmente un talento da mettere a disposizione. Gli esempi qui offerti sono solo due, ma il discorso si potrebbe benissimo estendere a decine di casi umani che sono stati protagonisti della scena pubblica negli ultimi anni (qualcuno ha detto Gianluca Vacchi?)              

Tutti in futuro avranno almeno 15 minuti di celebrità”, diceva Andy Warhol in tempi non sospetti, e l’artista newyorkese si è dimostrato sibillino nella sua previsione: alla velocità del suono e della luce, il web sforna nuovi fenomeni da baraccone, che se da una parte si rivelano un trionfo della mediocrità, dall’altra rubano spazio (e non  solo) a chi invece merita considerazione, ma giace in un buio sottobosco. Perché se un tempo le “stelle del web” si limitavano a regalarti qualche risata in un video su Facebook o un meme su Whatsapp, oggi si sono trasformati in un’industria ben delineata.

Perché se ad eventi di pubblico interesse vengono invitati personaggi discutibili, che devono la loro fama alla loro trasgressività e demenzialità, il vero talento, quello frutto di sacrificio e devozione, che fine fa? 

                                                                                                                                                                            Michele Porcaro