SANTIAGO, NEL CORTOMETRAGGIO “COCO”, COSÌ COME DANIELE, NEL FILM “PARVUS”, CHI ABUSATO CHI PREDA DI PULSIONI, SONO SOLO ALCUNE DELLE VITTIME DELLA PEDOFILIA, PROTAGONISTI DI UN RACCONTO-INTERVISTA IN CUI REGISTA, ATTORE E PRODUTTORE ASSOCIATO SVELANO IL TENTATIVO DI DARE VOCE A QUEL PESANTE SENSO DI IMPOTENZA DI FRONTE AD UNA PIAGA MONDIALE.

Il piccolo Santiago si trova entro le mura domestiche, accanto alla madre, la figura che nella vita di un bambino, di un figlio, dovrebbe essere punto di riferimento, protettrice. E invece è proprio in quel luogo intimo ed inviolabile che hanno inizio i primi abusi. Santiago viene dato in pasto ad uno dei clienti della madre, donna che si guadagna da vivere prostituendosi. Santiago è una delle vittime di un male che tutti conoscono, ma che sempre più raramente viene posto sotto gli occhi dei riflettori, la pedofilia.

E allora “Coco”, cortometraggio diretto da Veronica Succi e presentato all’XI Festa del Cinema di Roma, vuole essere un prodotto audiovisivo di denuncia sociale. Capace di parlare alle masse, si avvale del punto di vista di una vittima del mondo della pedofilia, l’indifeso Santiago, destinato a tramutarsi in “Coco”, un altro Io che trova rifugio in un mondo parallelo di passi di danza e avvicinamento all’altro sesso.

Non puoi volermi bene”. «Ero a Catania per trascorrere le mie vacanze di Natale ed una sera, in una discoteca della città, un amico mi presentò Daniele. Un ragazzo a modo, timido e introverso, con cui passai l’intera serata a chiacchierare. Dopo qualche cocktail, Daniele iniziò a parlarmi di sé e del rapporto con sua madre. La sua tenerezza, mista a malinconia, mi spinse a dirgli che gli volevo già un po’ di bene. Fu proprio questa mia esternazione, unita probabilmente all’alcool, che indusse Daniele a rispondermi con sincerità: “non puoi volermi bene” – la regista nonché sceneggiatrice Veronica Succi rivela un ricordo che, racchiuso in una chiacchierata di una sera come tante, apre ad un malessere nato da un’intima confessione di quel ragazzo che aveva appena conosciuto, confessione che non lasciò indifferente la sua interlocutrice, che definisce quell’incontro e quello sfogo, che nulla aveva a che fare con la sua personale esperienza, come “il racconto più difficile della sua vita” – Emozioni miste, dolore, rabbia, pena, e soprattutto senso d’impotenza. Daniele non riusciva più a vivere nella sua condizione e desiderava morire. Un ragazzo di trent’anni con un male che lui stesso non accettava e combatteva giornalmente. Pur non essendo malato, si sentiva il peggiore dei malati perché le sue pulsioni lo portavano oltre la sua coscienza».

E allora Veronica comprese che le lacrime che le solcarono il viso quella notte ed i giorni a venire sarebbero state il motore propulsore per tramutare in viva azione quel senso di impotenza che la regista provava di fronte a quelle parole, risuonanti in modo incessante nella sua mente. «Quando, qualche anno dopo l’incontro con Daniele, il mio maestro Pedro Loeb a Madrid mi assegnò un compito di sceneggiatura, colsi l’occasione per sviscerare, attraverso un cortometraggio, le mie emozioni sulla vicenda di Daniele – e fu così che nacque il cortometraggio “Coco”, che pian piano iniziò a muovere i primi passi per un lungometraggio, “Parvus” (attualmente in fase di pre-produzione a Roma e con un personaggio principale proprio ricalcante Daniele) – Durante il corso di sceneggiatura, iniziai ad abbozzare il soggetto di “Parvus”. Parlai di questo soggetto ad Ilse Akkermans, a quel tempo giornalista dell’ANP olandese, e lei mi spiegò che in Olanda esisteva un partito politico di pedofili. Si offrì, inoltre, di contattare Marthijn Uttenbogaard per fissarmi un’intervista con lui, in modo da avere una visione più ampia del problema».

Associazione pro-pedofilia. Marthijn Uttenbogaard, presidente dell’associazione pro-pedofilia Stitching e fondatore, nel 2006, del partito politico Pnvd, accettò di incontrare Veronica Succi per dar corpo ad un altro punto di vista, quello di una persona profondamente convinta che la pedofilia ricopra un ruolo formativo per i bambini che si trovino ad andarle incontro. «L’immagine di un bambino che, per sfuggire alla propria madre abusatrice, si rifugiava in casa di Marthijn, mi toglieva l’aria e il respiro si faceva sempre più corto. Questa sua volontà precisa di farmi credere di rivestire un ruolo formativo per questi bambini, mi fece entrare profondamente nell’universo emotivo del pedofilo, fatto di un’ambiguità radicata che da un lato crede in ciò che fa e, dall’altro, cerca di convincere gli altri della bontà del suo operato, pur conoscendone le conseguenze. I racconti delle attività dell’associazione, poi divenuta partito politico, non riuscivano ad eguagliare lo stupore misto a disgusto che ho provato sentendo il vano tentativo di Marthijn di manipolarmi – e fu dopo quest’incontro che il senso d’impotenza di Veronica toccò il fondo e il dolore, invece di placarsi, iniziò a scavarle dentro – Mi ripetevo che io non c’entravo nulla, non ero una bambina e non ero mai stata abusata, quindi non potevo immedesimarmi. Ma non era vero, non riuscivo più a non immedesimarmi. Certi volti di foto di bambini appesi alle pareti dell’associazione ti entrano dentro e la ricerca di giustizia diventa uno scudo verso questo profondo dolore».

Ma in “Coco” spiccano anche altri personaggi, attanti dell’azione, tra cui il cliente della madre di Santiago, il carnefice, interpretato da Federico Rosati che, con la sua interpretazione, ha dichiarato di aver voluto mettere il pubblico “di fronte ad uno specchio”, desiderando porli davanti alla loro personale anima oscura. «L’obiettivo è stato proprio quello di mettere gli spettatori di fronte al loro lato più oscuro, farli stare male, disgustarli ma, allo stesso tempo, affascinarli al fine di mostrare loro quanto l’anima di un essere umano possa essere mostruosa, orripilante, fino ad arrivare ad aver paura di se stessi – e stessa cosa è accaduta all’attore stesso, che ha buttato fuori i suoi personali demoni per riuscire a far proprio il personaggio – i miei personaggi nascono dalla necessità di buttare fuori i miei demoni, un po’ come facevano i cosiddetti “scrittori maledetti”, da Rimbaud a Bukowski. Si devono conoscere i propri demoni, stanarli laddove sono rintanati e, poi, ucciderli mettendoli in scena».

E tutto il lavoro necessario alla realizzazione del cortometraggio “Coco” non sarebbe stato attuabile senza il fondamentale aiuto di case di produzione, tra cui la Gekon Productions di Francesco Dainotti (produttore associato), che punta a valorizzare giovani registi ed opere prime che abbiano un impatto di tipo sociale. «Credo sia importante raccontare quello che succede intorno a noi nel mondo che viviamo – spiega Francesco Dainotti, motivando perché la Gekon Productions abbia deciso di sostenere un progetto tanto importante quanto impegnativo – “Coco” è un progetto molto interessante per il tema trattato e per la capacità di raccontare in maniera poetica la vita di una persona che, suo mal grado, ha dovuto fare i conti con il mondo della pedofilia». E allora si cerca di dare voce a quel pesante fardello che affligge il mondo, la pedofilia, attraverso più personaggi, più occhi, più riflettori puntati sul tema, sperando di rendere in un qualche modo giustizia attraverso la conoscenza del male.