Storie dal Mondo

Proteste Hong Kong, l’emergenza che rafforza l’oppressione

In una bozza di legge sulla sicurezza nazionale, presentata dalla Cina, sono vietate le manifestazioni. A rischio la libertà di espressione

Roma – Mentre tutto il mondo è alle prese con una delle peggiori emergenze sanitarie degli ultimi cinquant’anni, c’è chi, oltre che per la salute, si trova a lottare per la difesa dei propri diritti. Si tratta dei cittadini di Hong Kong, sempre più oppressi dal governo centrale di Pechino.

È di questa mattina la notizia di una bozza di legge, presentata dalla Cina, sulla sicurezza nazionale da introdurre nella costituzione di Hong Kong che vieta le manifestazioni e limita le libertà di espressione. Gli Usa hanno subito definito la mossa «inaccettabile», scatenando la reazione di Pechino. Il portavoce del ministero degli Esteri Zhao Lijian ha infatti risposto che la Cina «cerca cooperazione e dialogo» con Washington, ma reagirà se gli Usa tenteranno «di interferire».

LE PROTESTE DI APRILE E MAGGIO AD HONG KONG

Durante il picco della pandemia le proteste che nel 2019 hanno incendiato la città di Hong Kong sembravano essersi placate. Ma con l’attenuarsi della diffusione dei contagi, i democratici sono tornati di nuovo in piazza per manifestare il proprio dissenso rispetto alle interferenze di Pechino negli affari di Hong Kong. Stavolta, però, la Cina non è rimasta a guardare: dal 18 aprile, data in cui 15 dei più noti attivisti per la democrazia di Hong Kong sono stati accusati di promuovere, organizzare e partecipare a manifestazioni illegali, ad oggi, sono state arrestate più di 250 persone.

Tra gli attivisti arrestati compaiono nomi importanti come quello di Martin Lee, avvocato ed ex legislatore che viene spesso appellato come il “padre” del movimento democratico di Hong Kong, e Jimmy Lai, l’editore di “Apple Daily”, un popolare tabloid pro-democrazia.

Le proteste dello scorso anno hanno coinvolto soprattutto i giovani che agiscono senza alcuna leadership formale. Alcuni hanno dato vita ad azioni violente, lanciando bombe a benzina e provocando atti di vandalismo. La polizia li accusa di aver commesso diverse infrazioni tra cui aver creato assembramenti, vietati per le norme contro la diffusione dei contagi. L’Associazione dei giornalisti di Hong Kong (HKJA), inoltre, ha denunciato che alcuni reporter sono stati colpiti dai lacrimogeni lanciati dalla polizia e che è stato vietato loro di riprendere.

Martin Lee ha 81 anni, è un moderato che, come molti democratici veterani, è rimasto in gran parte distaccato dai disordini, simpatizzando con le motivazioni dei manifestanti ma non incoraggiando mai scontri diretti con la polizia. Nel momento in cui vengono arrestati attivisti pacifici ed ex legislatori di spicco come lui, i cittadini di Hong Kong iniziano seriamente a preoccuparsi.

Dopo essere stato liberato su cauzione, Lee ha dichiarato di essere orgoglioso. “Nel corso dei mesi e degli anni, mi sono sentito male nel vedere così tanti giovani eccezionali arrestati e perseguiti, mentre io non sono mai stato accusato ufficialmente”, ha detto ai giornalisti. Lee e Margaret Ng, un altro anziano avvocato ed ex legislatore, erano tra i nove che sono stati accusati di “organizzare” e “partecipare consapevolmente” ad un’enorme marcia illegale il 18 agosto. La polizia aveva dato l’approvazione, ma solo per una piccola manifestazione in un parco. Tutti e 15 sono usciti su cauzione, ma sono dovuti comparire in tribunale il 18 maggio.

L’ORIGINE DEGLI SCONTRI

Quello che molti abitanti di Hong Kong hanno definito come un vero e proprio “assalto” del governo centrale cinese all’alto grado di autonomia di cui gode il territorio locale, è iniziato il 14 aprile. In quella data, l’Ufficio di Collegamento del governo centrale di Hong Kong, insieme all’ufficio Affari di Hong Kong e Macao, che ha sede a Pechino, ha accusato i legislatori dell’opposizione di aver abusato dei loro giuramenti usando il termine “filibustieri malevoli” per “paralizzare” il Consiglio legislativo.

Le loro lamentele riguardano il lavoro di un comitato che decide in merito alla tempistica dei dibattiti sulle fatture. Questo è presieduto da Dennis Kwok, un legislatore democratico accusato di voler bloccare le leggi che il Partito Comunista potrebbe usare per rafforzare il suo controllo a Hong Kong. Una di queste prevedrebbe il carcere per le persone accusate di insultare l’inno nazionale. Un’altra, non ancora redatta, mira a vietare «la secessione, le attività sovversive, le interferenze straniere e il terrorismo» nell’ex colonia britannica. Un fatto completamente inedito nella storia di Hong Kong.

Il 15 aprile Luo Huining, il capo dell’Ufficio di Collegamento, ha invitato Hong Kong a approvare tale legge. In effetti, l’articolo 23 della Legge fondamentale, la mini costituzione di Hong Kong, lo prevede esplicitamente. L’articolo 22 della Legge fondamentale, però, afferma che nessun dipartimento del governo centrale può “interferire” in questioni che Hong Kong ha il diritto di amministrare da sola (il governo centrale dovrebbe gestire solo gli affari esteri e la difesa del territorio). Quando i democratici hanno accusato l’Ufficio di collegamento di intromissione, questo ha ribattuto che l’articolo 22 non si applicava ad esso, contraddicendo ciò che il governo di Hong Kong ha affermato per anni.

Il governo centrale è ben consapevole dell’imminenza delle elezioni del Consiglio legislativo, che si terranno a settembre prossimo. Con il campo a favore dell’establishment che occupa poco meno dei due terzi dei seggi, adesso sarebbe il momento opportuno per far passare la legge sull’inno e quella sulle bollette. Se i democratici infatti riusciranno a ripetere il successo che hanno ottenuto lo scorso novembre alle elezioni distrettuali, il governo potrebbe trovare il suo controllo nel Consiglio legislativo notevolmente indebolito.

Già nel 2003, quando il governo ha tentato per l’ultima volta di approvare la legislazione sulla sicurezza prevista dall’articolo 23, gli obiettori hanno organizzato un’enorme protesta, che ha visto scendere in piazza più di 500mila persone. La manifestazione portò al ritiro del disegno di legge e alla fine alla riduzione dell’allora leader di Hong Kong, Tung Chee-hwa. Ma questa volta il governo potrebbe decidere di ignorare le istanze e la critiche dell’opinione pubblica. I democratici temono, infatti, che il governo centrale possa appoggiarsi a Hong Kong per impedire addirittura ad alcuni di loro di correre per le elezioni di settembre.

GLI SCONTRI IN PARLAMENTO E IN TRIBUNALE

Il 18 maggio nel Parlamento di Hong Kong si è svolto un duro scontro tra deputati pro democrazia e quelli pro Pechino. Al centro del dibattito c’era ancora l’approvazione della legge che vieta alla popolazione di fischiare l’inno nazionale, pratica ormai sempre più diffusa negli stadi e nelle piazze della città.

L’approvazione della legge fino a quel giorno era stata impedita dal Capo della commissione, Dennis Kwok. In quell’occasione Kwok è stato però illegittimamente deposto durante una votazione, alla quale non hanno potuto partecipare molti deputati democratici. Questi ultimi, infatti, sono stati portati via con la forza dagli agenti di sicurezza e chiusi fuori dall’aula, dopo che violenti scontri si erano consumati all’interno del Parlamento a causa del tentativo di rimuovere il presidente della commissione.

Come riporta il New York Times, Lam Cheuk Ting ha stracciato il regolamento del Parlamento in segno di protesta, mentre Kwok, sostituito dal deputato pro Pechino Starry Lee, ha dichiarato: «Ogni volta che il campo favorevole all’establishment non ama qualcosa, fa di tutto, anche violare le regole, pur di ottenere ciò che vuole. Il prezzo della libertà è una vigilanza continua».

Sempre lunedì, in tribunale, 15 importanti politici e attivisti pro democrazia, tra cui Lee Cheuk Yan e Albert Ho, hanno difeso il loro diritto di espressione e manifestazione, mentre gruppi pro Pechino fuori dall’aula gridavano «traditori» e «peccatori del millennio». «A essere sotto processo sono i diritti umani di Hong Kong», hanno dichiarato gli imputati. «Tutto nasce dal tentativo di Pechino di privarci della nostra libertà. Ma noi andremo avanti a combattere».

Hong Kong sembra quindi di nuovo in fermento. Da quando, lo scorso anno, la governatrice Carrie Lam ha proposto, e poi ritirato a causa delle forti proteste, una legge sull’estradizione, milioni di persone sono scese in piazza per manifestare e invocare le libertà garantite dalla costituzione della città autonoma.

LA LEGGE SULLA SICUREZZA NAZIONALE

Mentre tutti i riflettori del mondo sono puntati sulla Cina per la gestione della pandemia di Covid-19, Pechino tenta di ristabilire l’ordine interno al Paese, partendo proprio dalla spinosa questione di Hong Kong. All’avvio delle “Due sessioni” dell’Assemblea generale del popolo, Pechino ha chiarito di voler far ordine nella politica di Hong Kong con la proposta di approvare la legge che vieterà «la secessione, le attività sovversive, le interferenze straniere e il terrorismo» nell’ex colonia britannica.

Parlando al Congresso nazionale, il premier Li Keqiang ha dichiarato che la Cina si muoverà per garantire la «sicurezza nazionale» dell’isola. L’obiettivo è «istituire solidi sistemi giuridici e meccanismi di applicazione per salvaguardare la sicurezza nazionale nelle due regioni amministrative speciali e vedere i governi delle due regioni (Hong e Macao, ndr) adempiere alle loro responsabilità costituzionali».

La Cina vuole inserire la nuova disposizione nell’allegato III della “Basic Law”, diventando così da subito operativa. La mossa non ha infatti bisogno dello scrutinio del consiglio legislativo di Hong Kong e spianerebbe la strada all’apertura nella città di un Ufficio sulla sicurezza nazionale di Pechino, senza le autorizzazioni che, di norma, dovrebbero essere richieste al governo locale.

L’approvazione della legge potrebbe quindi mettere potenzialmente fine alla storica autonomia di Hong Kong e alla distinzioni di poteri che finora ha contraddistinto il rapporto fra il governo centrale di Pechino e quello dell’ex colonia britannica.

Intanto l’annuncio di Pechino ha già avuto pesanti conseguenze sulle Borse asiatiche che chiudono in rosso. Hong Kong segna un -6%; Tokyo termina in calo dello 0,8%; Seul dell’1,41%; mentre Shanghai va giù dell’1,89%, dopo che la Cina non ha diffuso alcuna stima sul Pil del 2020.

Alessandro Mancini

Direttore editoriale e fondatore di Artwave. Laureato in Letteratura e Linguistica italiana, appassionato di fotografia e di arte, inguaribile sognatore, ritardatario senza speranze. Cerco la bellezza nei dettagli.

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