Le manifestazioni anti-corruzione organizzate in tutto il paese nel giorno della Festa Nazionale hanno provocato una dura repressione della polizia. Il leader dell’opposizione Navalny è stato arrestato sulla porta di casa a Mosca, ancor prima che  iniziasse la protesta da lui organizzata.

 

Mosca- È il racconto di due Russie quello che si scopre dopo la giornata di ieri, di festa e di rabbia. Da una parte le celebrazioni per la Festa Nazionale, con l’entusiasmo dei partecipanti e il presidente Putin che al Cremlino distribuiva medaglie; dall’altra parte e con lo stesso tricolore in mano, le proteste contro la corruzione del sistema di potere russo, la ragione di tutti i suoi difetti. Da Vladivostok a Ekaterinburg, ripetendo le manifestazioni del 26 marzo scorso, migliaia di persone hanno celebrato il Giorno della Russia dando voce ai propri problemi e ai timori per il futuro, cercando di farli gridare più forte dei canti patriottici. Ma quello russo è un sistema che ancora non riesce a prendere in considerazione la possibilità di essere criticato, di confrontarsi con un’opposizione, per cui le alternative non devono esistere. Allora oltre 1.500 sostenitori del leader di opposizione russo, il blogger Aleksey Navalny, sono stati arrestati durante le manifestazioni di protesta. Il canale tv Dozhd, cita il sito Ovd-Info: 750 persone fermate a Mosca, 900 persone a San Pietroburgo e oltre cento arresti sono stati eseguiti nelle altre città come Vladivostock, Kaliningrad, Norilsk e Sochi. Navalny aveva chiesto, con la nuova giornata di mobilitazione, risposte alla denuncia della corruzione del premier Medvedev, come già successo, con le decine di migliaia di persone scese in piazza, lo scorso 26 marzo, prima grande mobilitazione (dal 2012) dal ritorno di Vladimir Putin al Cremlino per il suo terzo mandato. E Navalny, come lo scorso 26 marzo, scontando poi 15 giorni di arresto amministrativo, è stato arrestato con l’accusa di avere organizzato la protesta e condannato a 30 giorni di detenzione per “aver ripetutamente violato la legge sull’organizzazione di pubblici raduni”. È stata la moglie del blogger, Julia Bulk, a dare la notizia dell’arresto usando l’account Twitter del marito: “Ciao. Sono Julia Bulk. Alexei è stato arrestato all’ingresso della casa. Ha chiesto di non cambiare i piani: Tverskaya”.
«Quanto sta accadendo conferma una volta ancora che dei gruppi molto grandi di persone non possono subire la repressione – ha dichiarato Navalny – il governo non può fare niente contro decine di migliaia di persone che protestano. Quindi, dobbiamo continuare a condurre queste azioni, pacificamente, anche quando non abbiamo il permesso».

Ma chi è Navalny? Cosa sta cercando di fare? Sta conducendo una battaglia mediatica e politica con lo scopo di mettere a nudo il re, di scoprire quel vaso di Pandora della società russa, in cui la corruzione è una piaga fin troppo presente. Il suo blog è stracolmo di inchieste che portano alla luce casi di corruzione a tutti i livelli. L’ultima è un video reportage sul Primo Ministro russo Medvedev, accusato di possedere ville, tenute vinicole, chalet e azioni tramite oscuri giri di fondazioni e prestanome. Navalny è un’attivista, un cittadino che intende sfidare Vladimir Putin alle elezioni del 2018 e sta cercando di costruire una campagna elettorale da paese civile, con volontari, uffici di rappresentanza nelle regioni, dibattiti; bandito dalla tv, imperversa sui social media. Il suo cavallo di battaglia è la lotta alla corruzione, la stessa arma che il regime agita contro di lui, sollevandogli contro un caso giudiziario dopo l’altro. Quella di Navalny è un sogno a ostacoli, che difficilmente approderà a una candidatura ufficiale: i sostenitori vengono regolarmente vessati, gli uffici perquisiti, le manifestazioni proibite. Come quella del 12 giugno, autorizzata per svolgersi lontano dal centro di Mosca. Ma, non ricevendo disponibilità dalle compagnie disposte al servizio di schermi e altoparlanti, Navalny ha invitato tutti a marciare sulla Tverskaja, in centro, proprio davanti alle barriere di sacchi di sabbia e alle ricostruzioni degli antichi villaggi russi installati per la festa. E le forze di polizia sono andate a prenderlo a casa. Poi è venuto il turno dei tantissimi giovani attivisti, trascinati via dagli agenti delle forze speciali. Ma non si sono fermati gli slogan delle strade: «La Russia senza Putin», «Putin vai via», «La Russia sarà libera», libera dallo “Zar” Vladimir che il prossimo marzo potrebbe ripresentarsi alle elezioni presidenziali per un quarto mandato. Il suo capo del dipartimento sicurezza di Mosca, Chernikov,  ha dichiarato «Lo sapevo, è stata una provocazione di persone non completamente normali». Il guaio per Putin è che invece quei manifestanti sono completamente normali e che in Russia la lotta alla corruzione è diventata un grande tema sociale capace di pesare sulle presidenziali del 2018. Per questo i seguaci del blogger Navalny andrebbero coinvolti in un dibattito sulla rete con fatti credibili e opinioni diverse. Putin non sembra capire che l’unica, flebile, minaccia alla sua rielezione viene dalla società russa che sempre più viene ad agitarsi contro la corruzione, contro un’economia che patisce le sanzioni (e proprio oggi in U.S.A. repubblicani e democratici hanno raggiunto un accordo al Senato su un nuovo pacchetto di sanzioni alla Russia, mentre proseguono le indagini sulle presunte interferenze dei russi sulle elezioni 2016, il cosiddetto Russiagate.) e ancor di più le basse quotazioni del petrolio. Navalny è soltanto il volto più noto, e non necessariamente candido, di quella che un giorno potrebbe diventare la nuova opposizione russa: una opposizione di attivisti internauti che scavalca i freni di regime e scuote una società non più dormiente. Putin non è preoccupato, è sicuro di vincere in marzo, e si affida ai Chernikov per la repressione. Eppure uno zar dovrebbe saper guardare più lontano, come ai suoi giovani, i protagonisti di queste nuove proteste.

Colpisce la massiccia partecipazione dei giovani, i millennials dai 16-17 anni. Questa fascia è particolarmente rilevante, così come ricordato da molti studiosi, perché sono quelli che in Russia non hanno vissuto a cavallo di due regimi, ma sono la generazione cresciuta sotto l’egida politica di Putin. La Russia del XXI secolo è un paese decisamente più affrancato e benestante rispetto all’ultima Unione Sovietica o all’esperienza ultraliberista di Eltsin. Ma è un Paese che ha vissuto due stagioni economiche difficili (2008-2009 e 2014-a tuttora), che lasciano le classi medie di un paese che non ha mai avuto una classe media in una condizione abbastanza delicata e incerta. La discesa in piazza del 26 marzo è stata la prima loro apparizione nel mondo politico russo: in maggioranza hanno meno di 18 anni, si organizzano e in fondo vivono sui social. Ma che cosa pensano e perché sono scesi in piazza per protestare contro l’elite russa? A rispondere è Viktor, 19 anni, direttamente dalla piazza: «A me interessa quello che accade in questo Paese e Navalny, con le sue indagini, ci ha fatto capire perché viviamo così male. Ad esempio da noi, in università, ci hanno tolto le borse di studio che erano tanto utili ai giovani che venivano da fuori Mosca. E di queste piccolezze ce ne sono a bizzeffe. A me non piace quello che succede. Navalny dice che sappiamo tutti chi è colpevole di questo e che i responsabili se ne vadano in galera». Tra i tanti studenti che protestano oggi c’è stato anche un arresto eccellente, quello di Ilya Yashin, attivista russo e politico liberale, già compagno di lotta di Boris Nemtsov (importante politico di opposizione a Putin ucciso in un attentato con armi da fuoco per le strade di Mosca da sicari ignoti).

La comunità internazionale intanto ha condannato il modo in cui la Russia ha gestito le proteste degli oppositori; la Casa Bianca ha chiesto al Cremlino di liberare i manifestanti arrestati. La festa Nazionale, segnata da queste proteste e celebrata con solennità ma anche con disagio, perché il 12 giugno 1990 la Russia proclamò quella sovranità che portò poi con Eltsin al distacco definitivo dall’Urss, può raccogliere anche il significato di un altro 12 giugno importante e sofferto nella storia nazionale russa. Trent’anni fa, davanti alla porta di Brandeburgo a Berlino, Ronald Reagan si rivolse così a Mikhail Gorbaciov: «Segretario generale, se lei cerca la pace, se cerca la prosperità per l’Unione Sovietica e l’Europa orientale, se cerca una liberalizzazione, venga davanti a questa Porta. La apra. Signor Gorbaciov, butti giù questo muro». Reagan verrà ascoltato ma la Russia ha inciampato più volte nel suo percorso ed è ancora spaccata nell’interpretare gli elementi della propria storia recente. Soprattutto, non ha maturato quel percorso di liberalizzazione di cui parlava Reagan. La giornata di ieri ne ha dato una dimostrazione drammatica, e surreale.

 

Emanuele Forlivesi