Tunisi (Tunisia)- A proposito di wishful thinking, quella tendenza degli esseri umani a scambiare i propri sogni per realtà , ad attribuire elevate probabilità di realizzazione a eventi indesiderati. Si potrebbe riassumere così quella che è passata alla storia come la Primavera araba.

In Principio furono i Gelsomini. Era partita da una piccola e povera cittadina del sud, la protesta del popolo che in poche settimane arrivò a sfasciare il regime di Ben Alì. Mohamed Bouazizi, un venditore ambulatore ha deciso di alzare la testa e dire no all’ennessima prepotenza e tentativo di corruzione. Cominciò così la Rivoluzione dei Gelsomini progenitrice di tutte le successive “primavere arabe”. Uno dopo l’altro prendono fuoco l’Egitto, la Libia, la Siria. Tutto era cominciato con la fuga di Ben Alì. E tutto continua: con le vittorie elettorali degli islamisti a Tunisi e a Il Cairo, con una Libia armata e frantumata, con i quotidiani tributi di sangue degli oppositori siriani. Non è più tempo di illusioni.

Harraga. Un risvolto inaspettato della rivoluzione tunisina è stato quello di aver prodotto una generazione di “Harraga”, clandestini “bruciati” in mare. Prima di allora, il Mediterraneo e l’avamposto Lampedusa, erano minuziosamente controllati. La disfatta del regime e il conseguente caos politico ha portato a una ripresa dell’emigrazione clandestina dalla Tunisia. L’Italia ha perso il suo interlocutore e i tunisini hanno sfidato il loro futuro lanciandosi nell’incognita Europa. Colonne di uomini e donne hanno raggiunto le spiagge del Sud per compiere il loro viaggio della speranza. C’è chi arriva a destinazione, chi naufraga e chi riesce a salvarsi tra mille peripezie. Come un centinuaio di persone che a bordo di una imbarcazione in panne in mezzo al mare sono riusciti a raggiungere la costa più vicina, solo grazie al grottesco, quanto fortunato, escamotage di togliersi i maglioni che indossavano, legarli e improvvisare una vela che messo fine al loro incubo.

In fuga da Zarzis.  Nonostante il controllo dell’esercito sul porto di Zarzis, tra la frazione di Souihel e il pese di Hassi Jerbi, le spiagge sono affollate di migranti e mercanti di imbarco che negoziano prezzi e radunano bidoni di carburante per i motori. In città c’è un febbrile traffico di taxi al servizio di traghettanti e organizzatori di questi malavitosi affari. I caffè sono brulicanti di giovani. Gli stessi che hanno sacrificato le loro vite il giorno prima per la rivoluzione, sembrano incoscienti di quanto hanno realizzato, e il miraggio di una vita in Europa purtroppo sembra uccidere lo spirito e il nobile anelito della libertà che con le loro forze hanno comunque conquistato, seppur in parte.

Rivoluzioni Violate. La stampa occidentale si è sorpresa molto per l’esplosione improvvisa e irruente, nel 2011, di quella che subito ribattezzo una vera “rivoluzione”. In realtà, era almeno da tre anni che le continue lotte sindacali avevano preparato il terreno a questo movimento di protesta. Ma per come tutti i cambiamenti nulla avviene avviene in poco tempo. E’ stato certamente facile abbattere un dittatore, ma è dal giorno dopo che la strada è più ardua. E’ quanto accaduto in Tunisia, paese costretto a dividersi  tra vecchio e nuovo. Una continua lotta tra privilegi e tradizioni. Tra chi già faceva parte del sistema, magari corrotto e oligarchico, di Ben Alì che non ha nessuna intenzione di lasciare la poltro e le forze islamiche che avanzano e che vogliono arrivare e prendere il potere, su pressione dei paesi arabi più ricchi (Arabia Saudita, in primis) soprattutto per ostacolare il processo democratico.  Tra pochi giorni ci sarà il secondo turno delle elezioni presidenziali. In testa, per ora, ci sono le forze laiche di opposizione che potrebbero stringere un’importanza alleanza con il Fronte Popolare della sinistra e togliere seggi alla coalizione integralista. Un nuovo scenario che potrebbe aprirsi e gettare il paese in un altro cambiamento.

La Vita di tutti i giorni. Boulevard Bourgiba è la via più importante di Tunisi, pattugliata da gruppi speciali della Polizia durante la “Primavera Araba”. In quei giorni, i negozi furono chiusi al pubblico e fu imposto il coprifuoco nella grande capitale. Giriamo per quelle stesse strade, che hanno visto scendere in piazza i giovani e chiedere un cambiamento, lo stesso, forse, che vorremmo noi da quest’altra parte del Mediterraneo. Un mare che ha un fascino tutto suo e che ha visto passare su di sé: i Cartaginesi, i Romani e oggi altre navi. Quelle da crociera che ti promettono itinerari turistici e di divertimento; quelle del commercio, dove scambi con i paesi vicini aumentano il traffico di import ed export; quelle della speranza, cariche di persone che ti chiedono aiuto. Come Alì, che è dovuto restare a terra nella sua Tunisi perché i documenti non sono in regola e la legge non può piegarsi a sogni e aspettative.

Voglia di Parlare. Nabil è un giovane di La Marsa, città da dove è partita un’altra rivoluzione, quella femminista. Con lui mangiamo un panino del centro di Tunisi, a poco più di un anno dalla caduta di un regime che negava libertà, sviluppo e progresso e da quella “Rivoluzione” del mondo arabo che ha poi portato a far soffiare un nuovo vento sulle suggestive piane del Maghreb. Ne è convinto anche Nabil e ha pochi dubbi a riguardo: “con Ben Alì bisognava stare zitti, ora possiamo parlare”. Ed effettivamente, davanti ad una telecamera sono in pochi a tirarsi indietro. Salona, invece, è una giornalista di esperienza e di grande professionalità. Parla della paura di fare questo lavoro e non solo a Tunisi. Lo dice lei, che ha superato due regimi, è stata minacciata e ha rischiato la vita. Crede nel suo paese, ma per il futuro le grandi certezze, come sempre, vengono meno: “non posso che essere ottimista. Il popolo tunisino è riuscito a ribellarsi, ed è stato il primo di tutto il mondo arabo”. “Da donna lo dico, temo il fondamentalismo al potere, che non possa farci fare nessun passo se non indietro”. Per la città, puoi ancora trovare blindati e carri armati. E la concertina che difende ministeri e ambasciate. In quella italiana, incontriamo il direttore della Cooperazione Internazionale. Anche qui, i progetti sono tanti. I fondi, come sempre, pochi e il dialogo con il nuovo governo ha i suoi tempi.

Le Proteste continuano. Basta uscire, e le voci si alzano. Non sono quelle dei venditori della Medina, dove ceramiche e terracotta fanno sfoggio su mensole e scaffali. Sono quelle degli operai agricoli che hanno indetto una manifestazione per chiedere il  pagamento degli stipendi. A pochi passi, in una vicina moschea si tiene un evento storico per l’Islam di Tunisi e non solo. È la vittoria dei salafiti che dopo cinquant’anni riportano l’insegnamento delle scuole coraniche nella moschea di Zitouna, la più importante del paese. Dall’altra parte, ci sono i giovani. Li trovi ovunque per le vie di questa terra, così piena di vita. I giovani che hanno permesso il cambiamento e di cui vanno fieri e orgogliosi.

La Forza dei Giovani. Jerbill si ferma a cantare un rap e in quelle parole, metà intonate e metà recitate, trovi tutto il suo nazionalismo per la sua Tunisia; Kalim, invece, viene dalle città del sud: “il sud è super, la Tunisia è super…”. Poi, c’è Pippo. Si fa chiamare così perché segue il calcio e Inzaghi è il suo mito. Studia da grafico pubblicitario e non ha dubbi: “Il futuro? Non potrà mai essere peggio del passato”. Sono queste le speranze di questa nuova Tunisia. Abbiamo visitato le città che hanno visto e da cui è partito il cambiamento, incontrato le stesse persone, forse. Le stesse che, oggi come ieri, ti dicono che tutto era indispensabile. Ti viene in mente Tomasi di Lampedusa, che nella sua citazione più famosa sostiene che “Se tutto deve rimanere com’è, è necessario che tutto cambi”.

Said si avvicina e mi regala un fiore. E’ un gelsomino. “E’ il fiore della rivoluzione – sussurra – non possiamo farlo appassire così”. Ha ragione.