Cronache di Roma

PRIMARIE DEMOCRATICHE

Mentre i “democratici” sono ai ferri corti è iniziata la corsa alle primarie “democratiche”. Da lontano, però, aleggia lo spettro dell’astensioni. Un pericolo che rischia di rovinare la festa a Matteo Renzi

 

Roma – Lo scorso 6 febbraio sono partite le primarie volute da Renzi per riavvicinare il Pd alla “sua” base. Gesto nobile, ma dagli esiti incerti. Quel che è certo, invece, è l‘altrettanto consueta bagarre che, puntualmente, prende il sopravvento. Anche queste primarie, difatti, sembrano confermare l’alto livello di tensione che ormai regna sovrano nel Pd. Specchio di un Partito dilaniato dalle divisioni interne, ostaggio di una linea politica tutt’altro che condivisa con la quale Matteo I di Leopolda dovrà cerche di sbancare alle amministrative di giugno.  

 

Così, mentre il Partito Democratico sembra aver deciso di giocare a carte scoperte, dall’altro fronte, quello destro tanto per intenderci, tutto tace. Mera strategia politica o, più semplicemente, completa mancanza di candidati spendibili? Ai posteri l’ardua sentenza. Per il momento, il dato che è arrivato da Milano parla di un’affluenza tutto sommato buona. La città meneghina, primo banco di prova, sembra aver risposto: presente! L’altra partita però, quella vera, si giocherà a breve nella capitale. Lì, a l’ombra del Colosseo, Renzi e il Partito della Nazione si giocheranno il tutto per tutto.

 

Quattro candidati per una poltrona – Chi ben comincia è a metà dell’opera, recita un noto proverbio. Quale miglior inizio, allora, se non quello segnato da colpi bassi e dalle solite accuse di demagogia. In termini numerici il voto di ieri a Milano ha confermato la validità di un sistema che, in altri paesi, già esiste da decenni. A preoccupare, però, sono stati ancora una volta i programmi. Quelli a cui siamo da tempo abituati, fatti di grandi ed utopistiche promesse poi, puntualmente, disattese. Emergenza casa, autobus e treni gratis, reddito minimo, riqualificazione delle periferie e chi più ne ha più metta.

 

Ma ‘ndo vai se l’Expo non ce l’hai –  Deve essere per questo allora o magari perché la vittoria di Mr. Expo, in arte Giuseppe Sala, era data praticamente per certa, che foto e sorrisi di circostanza hanno finito per costituirne il leitmotiv. E pensare che, ai meno distratti, le parole di Denis Verdini erano tuonate come una oscura profezia. Le stesse che, ovviamente rispedite al mittente per evidente difetto di opportunismo politico, parlavano di stima incondizionata. L’ennesimo inequivocabile segnale di un Pd decisamente a trazione destrista, pericolosamente preda dell’abbraccio mortale dell’ex consigliere di Silvio Berlusconi.

 

Dalla Cina con furore – A gettare ulteriore benzina sul fuoco, poi, ci si sono messi anche i cinesi. Tanto per cambiare, direbbe qualcuno. Gli stessi, che non sapendo ne leggere e ne scrivere, si sono riversati in massa ai Gazebi pronti ad infoltire le file dei sostenitori di Sala. Manco a dirlo, nel giro di qualche ora è montata l’ennesima polemica, prontamente soffocata sul nascere dai vertici del partito. Già, perché il problema di questo paese sono i 4000 resistenti cinesi che votano alle primarie del Pd. Si sa, quando si manca di argomentazioni valide anche questo può portare voti. Salvini docet.

 

Chi va con lo zoppo impara a zoppicare – Sterili diatribe nazional-populiste a parte, a Largo del Nazareno sembra ci sia aria di tempesta. Lo confermano, ancora una volta, le voci che parlano di pericolose derive piglia tutto. Anche questa volta, a suonare la carica ci ha pensato lo smacchiatore di giaguari più veloce del West: Pierluigi Bersani. Non ce ne voglia il buon vecchio Pierluigi. Quella di un Pd che sta perdendo la sua identità è, però, storia trita e ritrita. Certo, le tessere consegnate senza batter ciglio ai compari di Totò Cuffaro è questione che grida vendetta. Non è, però, che gli accordi sottobanco fatti all’ombra del Nazareno facessero più onore al Partito Democratico.

 

Dimmi chi tesseri e ti dirò chi sei – Il modo in cui è stata gestito il tesseramento all’interno del Pd siciliano ha riacceso i riflettori su quel “mondo di mezzo” con cui Renzi a breve dovrà fare i conti. Inevitabile. Le primarie capitoline, infatti, suona come l’ultima chiamata per un partito uscito, a dir poco, malconcio dall’inchiesta Mafia capitale e, ancor di più, da quella dei Circoli. Così, mentre la lista dei possibili candidati si infoltiscono ogni giorno di più, a casa “democratica” la paura fa ancora 90. Un’angoscia che si è fatta immobilismo e rischia di tradursi in sconfitta. Solo la scelta rapida e condivisa potrà, forse, salvare il Pd dall’inesorabile tracollo.

 

La disaffezione verso il Pd targato Renzi è cosa acclarata, quanto meno da parte di chi fatica ancora a mandar giù l’idea che governare sia la legge suprema. Naturale, prendendo in prestito un termine molto in voga di questi tempi. È il segno dei tempi che cambiano, potrebbe dire qualcuno. Un tempo in cui le ideologie non esistono più e la politica non è più fatta di partiti che rappresentano una parte. Queste primarie sembrano esserne la prova provata, come si dice. Un ragionamento che, a mio avviso, lascia il tempo che trova. Il mondo, infatti, sarà anche cambiato, le esigenze della gente, però, sono sempre lì. In attesa che di essere ascoltate. Prescindono dal coloro del partito o dal nome dell’alleato. Spetta ai partiti, soggetti di cui una democrazia non può privarsi, intercettarle e soddisfarle.

 

La chiamata all’urne che arriva, puntualmente, ogni qualvolta ci sia una tornata elettorale è il sintomo più evidente della sconfitta della politica nel suo significato più profondo. Un popolo che perde la fiducia nella sua classe politica è quanto di più grave possa accadere in democrazia. L’hanno persa i greci e prima ancora gli spagnoli. Dopo tutto, però, hanno saputo ritrovarla, merito di chi ha percepito il malessere dilagante. All’appello manca ancora l’Italia. Per questo le prossime amministrative, come mai prima d’ora, portano con se il peso dell’ultima chance a prescindere dal vincitore.

Mattia Bagnato

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Mattia Bagnato

E’ laureato in Relazioni Internazionali con una specializzazione in Diplomazia multilaterale e sicurezza collettiva presso l’Università degli Studi di Perugia. Attento alle questioni internazionali come la sensibilizzazione e la tutela dei diritti umani e i metodi di risoluzione dei conflitti internazionali. Ha un diploma in Diritto Internazionale Umanitario e un Diploma in risoluzione di conflitti internazionali presso l’Universidad Complutense de Madrid. Ha collaborato con diverse ONG italiane quali Oxfam Italia e la Tavola della pace di Perugia. Esperienze professionali alle quali si aggiunge un periodo di stage presso l’Ufficio relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo dell’Università di Granada. Attualmente, sta collaborando con il giornale on-line Ghighliottina.it per il quale si occupa di scrivere articoli di politica nazionale ed economia.

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