Come il Fascismo utilizzò il burattino nato dalla fantasia di Carlo Collodi per diffondere la propria propaganda presso i più giovani. Per Mussolini e i suoi collaboratori, il vivace e instancabile Pinocchio rappresentava la perfetta incarnazione del Balilla con fez e camicia nera.

Concepito come romanzo a puntate in uscita sulle pagine del Giornale per i bambini con il titolo di Storia di un burattino nel 1881, Pinocchio fu pubblicato nella sua edizione definitiva nel 1883. Da allora, il suo successo non è mai declinato: ad oggi, Pinocchio è l’opera letteraria italiana più tradotta (250 lingue, tra cui greco antico, latino ed esperanto) e venduta della storia. Numerosi sono stati, negli anni, i film, gli sceneggiati televisivi, le parodie e i cartoni animati ispirati al capolavoro di Carlo Collodi, pseudonimo di Carlo Lorenzini. Il più celebre adattamento della favola del burattino (seppur distante dalla trama originale) è senz’altro il lungometraggio animato della Walt Disney risalente al 1940, mentre nella cinematografia italiana ricordiamo lo sceneggiato RAI di Luigi Comencini e il film diretto e interpretato da Roberto Benigni. 

Con un successo del genere, non dobbiamo stupirci del fatto che anche il Fascismo si avvalse della figura del discolo e frizzante burattino per la sua propaganda. Tra il  1923 e il 1944 furono pubblicate, come allegati di periodici o come libricini per bambini, numerose storie che vedevano Pinocchio indossare i panni del Balilla o la tipica camicia nera degli squadristi del Partito Nazionale Fascista. I nemici del burattino non possono che essere gli stessi del Duce: il Negus d’Etiopia, i comunisti e la razza ebraica, solo per citare i più acerrimi. Quelli del Pinocchio fascista sono racconti che riflettono il quadro storico e i temi del regime fascista, testimonianze di una propaganda subdola e artificiosa, che puntava a fare del burattino collodiano un eroe dei fasci littori e a mostrare ai più piccoli come Mussolini dovesse essere il loro unico punto di riferimento. Prendiamo in considerazione le “pinocchiate fasciste” più famose.

 

Avventure e spedizioni punitive di Pinocchio fascista di Giuseppe Petrai (1923)

La copertina di questo racconto (a inizio articolo) parla da sé: il “vestituccio di carta fiorita” e il “berretto di midolla di pane” di collodiana memoria sono sostituiti dalla tradizionale camicia nera (con tanto di tricolore con fascio littorio) e dal fez, e Pinocchio, armato di manganello di legno, fa tracannare a un comunista (riconoscibile dal berretto frigio) una boccetta di olio di ricino. 
Nella storia Pinocchio, ansioso di ottenere la tessera del partito, si dà da fare per dar prova di essere un buon fascista. E per essere un buon fascista, Pinocchio deve avventarsi sui comunisti. Ovviamente, quest’ultimi sono rappresentati come dei folli e vengono costantemente caricaturati con immagini negative: mentre il fascista Pinocchio è “un burattino a modo” e “un bravo figliuolo“, i seguaci del comunista Niccolaccio (il cui suffisso “accio” esprime la negatività del personaggio) sono “ebeti”, “bestie” e “branco di idioti“. La prima “prodezza fascista” di Pinocchio è quella di sabotare una tipografia comunista, in modo tale che essa non stampi più periodici che discriminino Mussolini e il partito: per minacciare il tipografo, di cui Petrai ne sottolinea la codardia, a Pinocchio basta solo una “canna da lavativo“, ovvero il beccuccio di un clistere. Tornato a casa dopo l’impresa, Pinocchio ordina al babbo Geppetto (“calzolaio e patriota”) di fabbricargli una revolver giocattolo, da utilizzare per scacciare la banda comunista di Niccolaccio, che nel frattempo ha invaso una fabbrica di cialde “brigidini” (in realtà una semplice stanzetta, tanto per sottolineare ancora una volta la presunta viltà degli oppositori del Fascismo). Nello scontro che segue tra Pinocchio e i comunisti, l’autore propone una rivisitazione della battaglia degli Orazi e Curiazi, con un palese collegamento alla strumentalizzazione del mito di Roma durante il Fascismo: i romani Oriazi sono i fascisti come Pinocchio, mentre i Curiazi albani sono i comunisti. E la storia, ribadisce Petrai per bocca di Pinocchio, ricorda che a vincere lo scontro furono i romani, la cui gloria è portata avanti dal Fascismo. Dopo aver scacciato Niccolaccio e i suoi, Pinocchio ha così ripulito il paese dal peggiore dei mali dell’Italia fascista: il comunismo.

Pinocchio fra i Balilla. Nuove monellerie del celebre burattino e suo ravvedimento  di Cirillo Schizzo (1927) Risultati immagini per pinocchio fra i balilla
 
Sebbene questa storia si proponga come uno dei “sequel fascisti” del Pinocchio di Collodi, il testo mostra numerose incongruenze con il romanzo originale. Sul frontespizio troviamo “il Balilla Pinocchio“, circondato da una calca di  altri piccoli e sorridenti Balilla e da un entusiasta Geppetto (presumibilmente), mentre esegue con fierezza il saluto romano con il braccio destro teso. Nella storia, Pinocchio è un monello sempre impegnato a fare scherzi e burle al primo malcapitato. Un giorno, il suo amico Succianespole lo convince a diventare un Balilla come lui, ma uno spirito ribelle come il suo non può uniformarsi ai Balilla e alla loro filosofia del “libro e moschetto“. A convincere il refrattario burattino è la promessa di periodiche distribuzioni di cioccolata. Neanche un burattino con la testa di legno può resistere al sapore zuccherino della cioccolata. Ma per guadagnarsi il “fondente balilla“, Pinocchio deve completare l’esercitazione ginnica a cui sono sottoposti i disciplinati e atletici fanciulli dell’Opera Nazionale Balilla. Non appena l’addestratore chiede al burattino di unirsi agli esercizi di ginnastica, questi fugge a gambe levate, finendo con la testa in un quadro che rappresenta un asino. Dopo essere stato deriso da tutti gli altri bambini, Pinocchio mette giudizio e decide di diventare un Balilla. Nonostante alcune piccole difficoltà dovute alla sua stupidità (il Pinocchio di Collodi era ingenuo, ma tutt’altro che stupido!) il burattino diventa un Balilla modello, arrivando a convincere due suoi amici di vecchia data, Guercio e Barabba (totalmente assenti nel testo collodiano) a unirsi alla ONB e guadagnandosi le laute ricompense che il Duce riserva alle piccole camicie nere, quali le barrette di cioccolata fondente e l’ingresso gratuito alle proiezioni cinematografo. 
Il messaggio che si nasconde tra le righe del racconto è chiaro: l’entrata dell’incorreggibile Pinocchio nel corpo dei Balilla rappresenta il passaggio da “scavezzacollo” a “bambino per bene”. Il risultato è che non si può essere bravi bambini, se non si è Balilla. Non a caso, quando Pinocchio accetta di entrare nei Balilla, il maestro lo accoglie esclamando: 
La buona disposizione d’animo a diventare un buon bambino, il desiderio d’imparare tante cose, buone e belle, la soddisfazione d’indossare la gloriosa camicia nera e l’orgoglio di sentirsi già un piccolo soldato di questa nostra Grande Patria, del nostro Re, del nostro amato Duce!”
Mentre gli altri bambini urlano in coro:
Evviva Pinocchio Balilla! Evviva il fascismo! Evviva l’Italia! Evviva la scuola! Evviva il Maestro!”
 
Pinocchio Istruttore del Negus (1939)

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In questo racconto il tema principale è la forte propaganda a favore della campagna d’Africa. In copertina, troviamo il burattino di Collodi che prende a calci quella che è una palese caricatura di Hailè Selassiè (il Negus, ovvero “il re dei re” d’Etiopia) il tutto mentre esegue il saluto romano (anche se con il braccio sbagliato, si direbbe…). La trama vede il burattino Pinocchio lavorare come garzone di un pasticcere. Una mattina, per sbaglio si rovescia addosso un intero calderone di cioccolata fusa, diventando completamente marrone dalla testa ai piedi. Il pasticcere, adirato per lo spreco dell’enorme quantità di cioccolata, comincia a rincorrerlo per punirlo chiamandolo “Abissino“. Un inglese di passaggio, descritto come uno stupidotto sicuro di sè e fanfarone (gli inglesi erano nemici dell’Italia fascista) crede che Pinocchio sia davvero un abissino, e vedendolo correre veloce fuori dalla pasticceria, realizza che è più che adatto per istruire gli Abissini, di cui è alleato, a correre veloci per sconfiggere l’esercito italiano. Pinocchio viene così rapito e portato ad Addis Abbeba, dove incontrerà il Negus in persona. Gli Etiopi vengono presentati nel testo come dei selvaggi scalzi, esotici e primitivi a cui manca la benché minima nozione di civiltà, con descrizioni stereotipate e razziste. Alla prima occasione, Pinocchio fugge e, avvistato un aeroplano italiano, mostra con orgoglio il tricolore per farsi riconoscere dai suoi compatrioti. Il Negus, l’inglese e gli Etiopi non possono che assistere da lontano al salvataggio di Pinocchio. L’italico e fascista Pinocchio è sempre lodato e acclamato dall’autore, mentre l’inglese e gli africani vengono perennemente ridicolizzati. La morale politica di questo racconto non può che essere la superiorità della razza ariana e italiana sui selvaggi abissini e sullo stupido inglese. 
 
Il viaggio di Pinocchio di Ciapo (1944)
 
Questa è probabilmente la “pinocchiata” più interessante per quanto riguarda temi e contenuti. Prima di tutto, di questo racconto non è ben noto l’autore: Ciapo potrebbe essere uno pseudonimo, se non una sigla, dietro al quale si nasconde un anonimo o forse un gruppo di più autori. In confronto alle altre “pinocchiate“, che presentano forti contraddizioni con la favola di Collodi, Il viaggio di Pinocchio è il racconto che si mostra più fedele al testo originale, del quale ne riprende personaggi e situazioni. Sulla stessa copertina del racconto non si intravedono simboli o riferimenti espliciti al fascismo, ma troviamo Pinocchio accompagnato da due carabinieri, in un’illustrazione ispirata al terzo capitolo della favola originale. La storia comincia il 25 luglio 1943, data non casuale: è il giorno in cui il Consiglio del Fascismo destituisce Mussolini e nomina al suo posto Badoglio. Il racconto comincia con Pinocchio che cammina verso la casa della Fata Turchina, quando dei compagni di scuola lo convincono a seguirli. La combriccola di bambini arriva alla piazza del paese dove, di fronte al corpo esanime e martoriato di una camicia nera, la folla inneggia alla libertà. Pinocchio è l’unico che si oppone agli antifascisti, gridando “abbasso” in mezzo a un coro di “evviva“. La dissidenza del burattino, accusato di appoggiare il Duce “solo perché è una testa di legno“, viene punita con la prigionia. Pinocchio rimane per diverse settimane in cella, e l’Italia che ritrova quando esce di galera è completamente diversa. Il Generale Castellano ha firmato infatti l’armistizio dell’8 settembre, e improvvisamente lo Stivale si è diviso in due fazioni: quella dei partigiani (uniti agli alleati) e quella della RSI. Vagando per strada, l’avventuroso e fascistissimo burattino incontra il Gatto e la Volpe, delineati con tratti poco lusinghieri: il primo porta al collo un pendaglio con un triangolo al contrario (chiaro simbolo massonico), l’altro fuma il sigaro “come un banchiere ebreo“. Nel Pinocchio di Collodi i due loschi animali erano due infidi straccioni: in Ciapo la disonestà rimane, ma ora i due sono diventati ricchi. Come? Si sono dati alla borsa nera, e hanno mosso l’economia in modo tale che sono diventati “amici dei nostri nemici di ieri (gli Alleati) e nemici dei nostri amici di ieri (i tedeschi)”. Dopo un’infinità di peripezie, Pinocchio finisce in mare, dove viene recuperato e rifocillato dai soldati tedeschi, qui descritti con tratti eroici e umani. Pinocchio, di fronte allo splendore delle uniformi naziste adornate con medaglie e lustrini, rimane affascinato, e chiede al comandante nazista di potersi arruolare. In tutta risposta l’ufficiale gli ride in faccia: un fantoccio di legno come lui è inutile persino ad accendere il fuoco, figurarsi a combattere. Camminando triste e sconsolato sulla battigia della spiaggia, Pinocchio ode il canto e gli schiamazzi di un battaglione di giovani. Sollevando lo sguardo, riconosce uno di loro: è Lucignolo, suo vecchio compagno di avventure. Nel finale della favola collodiana il monello era morto di stenti dopo aver fatto il mulo da soma per un fattore, mentre qui è un ragazzo in carne ed ossa che combatte la guerra civile. Il giovane invita Pinocchio a unirsi al plotone, ma il burattino è costretto a rifiutare in quanto sprovvisto di fucile, divisa e zaino (inoltre, Pinocchio persegue gli ideali fascisti, mentre Lucignolo, si presuppone, si è unito ai partigiani). Quando tutto sembra perduto, la Fata Turchina manda in aiuto di Pinocchio un colombo, che subito lo porta in groppa, volando là dove la guerra tra partigiani e repubblichini imperversa furibonda. Lì, a dire di Ciapo, “Pinocchio sarebbe diventato uomo, stavolta. Non sarebbe stato più un burattino“.
 
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Tra nuovi amici e vecchie conoscenze, Pinocchio viene descritto in queste storie come portabandiera dei valori fascisti. Se una caratteristica peculiare del burattino di Collodi è quella del naso che si allunga quando dice le bugie, nelle pinocchiate Pinocchio non mente mai: prima di tutto perché in tutte le storie Pinocchio è già diventato un ragazzo a modo, che ha superato la fase “menzognera” dell’infanzia. In secondo luogo, il più importante ai fini della divulgazione politica, il fascista non ha bisogno di mentire. Tuttavia, nelle raffigurazioni del ventennio, Pinocchio viene sempre ritratto con il naso di legno abnorme e appuntito: questo perché era con questa particolarità che i bambini (ma anche gli adulti) conoscevano il personaggio di Carlo Collodi. 
Anche se vivace, a volte anche troppo, Pinocchio ha un cuore sempre pieno di quello spirito di avventura che il fascista, nell’ottica propagandistica, dovrebbe avere. Figure parentali come quelle della Fata o di Geppetto sono totalmente marginali: nell’ottica mussoliniana, la vera famiglia è il Partito Fascista, e i fratelli sono gli altri fascisti e i Balilla. Lo stesso Grillo Parlante compare solo ne Il viaggio di Pinocchio e il suo unico compito è quello di incoraggiare il burattino a perseguire l’ideale fascista, senza mai mettere in discussioni i valori delle camicie nere. I nemici di Pinocchio diventano quindi i nemici del fascismo: il Gatto e la Volpe rappresentano la Massoneria e l’alta finanza ebraica, Niccolaccio la dissidenza comunista, il Negus di Etiopia la campagna d’Africa ecc…
 
A meno di mezzo secolo dalla sua pubblicazione, il Fascismo sfruttò al massimo il successo del Pinocchio di Collodi per la sua propaganda. Mussolini sapeva della fama che il personaggio godeva presso i bambini, ed era inoltre a conoscenza del fatto che quel romanzo favolesco che aveva come protagonista un energico burattino di legno era stato uno degli agenti che aveva contribuito all’unione linguistica e culturale dell’Italia. Il Fascismo fece inoltre leva sul senso di identificazione dei più piccoli nei riguardi di Pinocchio: il libro di Collodi raccontava la storia di un fantoccio di legno inizialmente svogliato e disobbediente, che odia la scuola, lo studio e l’impegno e vuole fare di tutta la sua vita una baldoria, ma che dopo una serie di scorribande che lo portano alla scoperta di sè stesso, capisce l’importanza dei valori, della famiglia e della dedizione, ma soprattutto dell’amore gratuito e disinteressato. Come tutti i bambini, Pinocchio compie degli errori, ma è sempre pronto ad ammettere i propri sbagli e a chiedere perdono, e se si lascia irretire dalle belle promesse e dalle lusinghe delle cattive compagnie non è per cattiveria, ma per ingenuità. Di conseguenza la scelta di un burattino così famoso e amato come Pinocchio giocava un ruolo non indifferente nel processo di educazione al fascismo, in quanto facilissimo strumento di propaganda politica. 
 
A proposito: corre voce che Guillermo del Toro stia girando per Netflix un adattamento della favola di Pinocchio ambientata proprio nell’Italia del Ventennio. Chissà se per questa produzione il regista messicano si sarà ispirato alle “pinocchiate” dell’epoca!
 
                                                                                                                                                     Michele Porcaro