A undici anni di distanza dalla morte di Jennifer Zacconi arriva la notizia che il suo assassino ha ottenuto la possibilità di passare una giornata a casa con le sorelle e il cognato

Era il 29 aprile del 2006, Jennifer il mese successivo avrebbe compiuto 21 anni. Era incita e mancava poco al termine della gravidanza. La ragazza era fidanzata con un uomo sedici anni più grande, Niero, già padre e per di più sposato, dettaglio di cui la ragazza non era a conoscenza. A detta della mamma della giovane, a dire la verità, nessuno sospettava dell’uomo, che usciva con loro, andava spesso a pranzo, si era anche reso disponibile nel trasloco. C’era sempre stato un clima di affetto fin quando Jennifer non rimane incinta.

Da allora tutto cambia; l’uomo non accetta che la ragazza non voglia abortire. La mamma consiglia a Jennifer di evitare Niero, così che non si possano verificare ulteriori discussioni. Ma è proprio quel 29 aprile che la ragazza accetta di incontrare l’uomo che vuole vederla. Probabilmente i toni della telefonata sono più distesi perché Jennifer è radiosa.

Le ore passano e cominciano ad essere troppe. La verità emerge una settimana più tardi, quando Niero viene arrestato a Milano per aver massacrato di calci e pugni la fidanzata con suo figlio in grembo, di averle fratturato tre costole e per averla seppellita ancora viva in una buca per poi saltaci sopra.

L’assassino viene condannato solo per la morte di Jennifer e non per quella del bimbo che doveva nascere quattro giorni dopo. È stato considerato tecnicamente un procurato aborto. La condanna è di 30 anni.

Una morte atroce oggi dimenticata. Sembra, infatti, che una norma del 1975 sull’ordinamento penitenziario e sull’esecuzione delle misure privative e limitative della libertà dia al killer il beneficio per 15 ore di uscire dal carcere e trascorrere una giornata a casa delle sorelle e del cognato.

Sulla questione interviene il padre della vittima che dichiara “Ringraziamo le istituzioni, il governo che abbiamo, le leggi che ci sono. Se dopo undici anni e con due omicidi sulle spalle mandano fuori un assassino anche soltanto per una giornata, dentro di me non posso che avere rabbia. Chi paga è la vittima e basta, il carnefice non paga niente.”

Francesca Interlandi