Dossier

Perché non c’è nulla di entusiasmante nel “modello Wuhan”

Mentre tutta l'Italia è in quarantena, c'è chi inneggia al "modello Wuhan". Ma siamo sicuri che questo sia compatibile con la democrazia?

Roma – Mentre in Italia, diventata ormai da ieri “zona protetta”, i casi di contagio hanno superato quota 10mila, con più di 8mila persone positive, 631 decedute e poco più di mille guarite, la Cina sembra sul punto di svolta nella sua dura battaglia contro il Covid-19. Nonostante il numero di casi totali in Cina abbia ormai raggiunto e superato il tetto degli 80mila e quello dei morti si attesti, attualmente, a 3.158 unità, il numero dei contagiati e dei morti negli ultimi giorni è calato drasticamente (24 casi e 22 morti in più nella notte fra il 10 e l’11 marzo). Merito della stringente e autoritaria politica di contenimento del governo cinese? Cerchiamo di capirlo insieme.

CRONOSTORIA DELL’EPIDEMIA IN CINA

Il 23 gennaio Pechino ordina la chiusura per quarantena della città di Wuhan, epicentro del contagio, e dell’intera provincia di Hubei, dove vivono circa 60 milioni di persone. Vengono interrotti i collegamenti stradali, ferroviari e aerei. Si decide il blocco totale delle attività commerciali e in poco tempo Wuhan diventa una città fantasma, con strade vuote, negozi chiusi, parchi disabitati, spesa alimentare consentita solo online e consegne a domicilio per comprensori al fine di ridurre al minimo i contatti e gli spostamenti. A questo segue l’obbligo irremovibile (pena la reclusione) di restare a casa e di misurarsi la febbre ogni volta che si entra e si esce.

I primi casi di Covid-19, però, pare si siano verificati già un mese prima: è il 30 dicembre 2019 quando il dottor Li Wenliang, oculista dell’ospedale centrale di Wuhan, divenuto ormai il triste simbolo della repressione cinese, informa i suoi ex compagni di classe di Medicina su WeChat, popolarissimo social cinese, che sette persone con un virus non specificato, che gli ricordava molto la Sars, erano in quarantena nel suo ospedale, e consiglia loro di proteggersi. Il giorno dopo, quando erano già diversi i medici preoccupati che cercavano di informare la popolazione dell’esistenza di un patogeno sconosciuto e pericoloso, il governo cinese ha iniziato a censurare le parole chiave correlate all’epidemie sulle piattaforme social. I termini censurati, come “polmonite sconosciuta di Wuhan” e “wet market di Wuhan”, includevano anche altre combinazioni di parole, relative alla salute pubblica e alle norme locali, come “divieto di viaggio” e “trasmissione da persona a persona”.

Quando, il 20 gennaio, il presidente Xi Jinping si arrende all’evidenza ed è costretto a riconoscere pubblicamente l’epidemia, ordinando che il virus fosse ‘contenuto in modo risoluto’, la situazione era ormai già fuori controllo. Circa 5 milioni di persone erano già uscite da Wuhan diffondendo, come poi è successo, il virus al di fuori della regione cinese. Nel frattempo i controlli diventavano più stringenti, le regole più ferree, come l’uso obbligatorio della mascherina nei supermercati, mentre altre città venivano completamente blindate su esplicita autorità del presidente cinese.

Intanto i contagi andavano moltiplicandosi in modo esponenziale e così il numero dei morti, fra cui quella del dottr Li Wenliang, deceduto per complicanze respiratorie legate al Covid-19, il 7 febbraio 2020. Oggi, dopo oltre un mese e mezzo dall’adozione delle rigide misure di quarantena adottate da governo, il Paese inizia a vedere i primi risultati positivi. Mentre i pazienti guariti iniziano a lasciare gli ospedali di Wuhan, anche quelli costruiti in tempo record per fronteggiare l’emergenza, il numero di nuovi contagiati si abbassa considerevolmente, tanto da convincere il segretario generale Xi Jinping a visitare per la prima volta dal 23 gennaio scorso, la città-focolaio della Cina, che conta 2404 morti, per annunciare trionfalmente il suo lento ritorno alla normalità. Con immagini studiate, in un giorno soleggiato di primavera, il presidente vuole mandare un messaggio ben preciso al mondo intero: il Partito comunista è riuscito a contenere e a sconfiggere il virus. Ma a quale prezzo?

I PERICOLI E LE BUGIE DIETRO AL “MODELLO WUHAN”

Mentre il governo Conte in Italia ha decretato l’estensione della “zona rossa” a tutto il Paese, per contenere la diffusione inarrestabile del virus, che potrebbe portare al tracollo del sistema sanitario nazionale, c’è chi, in particolare dall’opposizione, chiede delle misure ancora più drastiche e ferree per contenere il virus, evocando l’ipotesi del “modello Wuhan” messo in campo dalla rigida macchina statale cinese.

È vero, l’epidemia in Cina, dopo un mese e mezzo dall’isolamento di mezzo Paese, sta sensibilmente rallentando, infondendo i primi segnali di speranza nel Paese e al mondo intero, ma gli errori, i dubbi e i gravi casi di censura restano e pesano come un macigno sulla gestione della crisi rivendicata orgogliosamente dal presidente e dal Partito.

Un rapporto canadese ha rivelato in questi giorni che la Cina ha censurato sui social network le informazioni che riguardavano il nuovo coronavirus, settimane prima di riconoscerlo ufficialmente. L’app di messaggistica cinese WeChat e quella di streaming video YY hanno bloccato combinazioni di parole chiave che includevano critiche al presidente Xi Jinping, ai funzionari locali e alle politiche messe in campo per combattere al virus. Il report di Citizen Lab, un laboratorio interdisciplinare con sede presso la Munk School of Global Affairs dell’Università di Toronto, in Canada, sostiene che i risultati che hanno raccolto, riferibili ad un periodo di tempo compreso tra dicembre e febbraio, suggeriscono che le aziende “hanno ricevuto una guida ufficiale” su come gestire i contenuti riguardanti il virus nelle prime fasi dell’epidemia. Le testimonianze di tanti dissidenti cinesi, raccolte in un video del NYTimes, confermano la veridicità di questo studio: queste persone hanno creato un grande archivio digitale, aggirando la censura cinese, con tutti i post e i materiali cancellati dal governo, per dimostrare come tutte le notizie e le informazioni pubbliche siano strettamente controllate e, nei casi “sospetti”, censurate, dalle autorità governative. Dalle immagini condivise dagli utenti è possibile farsi un’idea più veritiera della situazione in Cina e di come l’epidemia sia stata realmente gestita dal Partito: si possono vedere video di persone disperate, dopo oltre un mese di quarantena, che danno segni di squilibrio, code e file interminabili dentro e fuori gli ospedali, supermercati sprovvisti di beni di prima necessità, persone prese e portate via da casa con la forza e, addirittura, decine di cadaveri abbandonati per le strade.

Ma l’arma più potente e inquietante utilizzata dal governo cinese per combattere quest’epidemia non è stata soltanto quella della censura ma, sopratutto, quella della tecnologia e dei big data, che ha letteralmente cancellato il diritto alla privacy dei cittadini. Lo Stato ha dispiegato, sotto questo punto di vista, una quantità di forze e di mezzi impressionanti per sconfiggere il virus: controllo degli spostamenti attraverso smartphone e compagnie telefoniche, utilizzo dei dati e delle informazioni presenti su chat private dei cittadini e social network, caschi indossati dai militari con sistemi di riconoscimento dei volti anche in presenza delle mascherine e dotati di dispositivi in grado di misurare istantaneamente la temperatura, robot in giro per le strade con lo scopo di monitorare le persone, telecamere posizionate ovunque, accese 24h al giorno, banche dati delle carte di credito a disposizione per incrociare i dati sensibili. Un vero e proprio stato di polizia, che ha stracciato, da un giorno all’altro, i diritti fondamentali della persona, e che è stato in grado di raccogliere un numero incredibile di dati e di informazioni preziose, da ora nelle mani dello Stato che può utilizzarli come meglio crede.

Adesso però la priorità è la salute pubblica e la sicurezza dei cittadini di tutto il mondo, che ha gli occhi puntati verso la Cina, per capire se il “modello Wuhan” è compatibile anche con i nostri sistemi giuridici e applicabile in contesti completamente diversi sotto il punto di vista storico, sociale e culturale. La Cina, da potenziale untore del pianeta, prima attaccata e accusata di una cattiva gestione iniziale dell’epidemia, è diventata la soluzione del problema, un modello a cui ispirare e, se possibile, da replicare. La situazione si è capovolta: ora è Pechino a offrire aiuti, consigli e materiali sanitari agli altri Paesi, incluso il nostro, a chiudere gli accessi agli “infetti” stranieri che riportano il contagio dove tutto è iniziato, e a criticare le democrazie occidentali per come stanno gestendo la crisi, perché non disposte a privare i propri cittadini delle loro libertà fondamentali in nome della difesa della salute pubblica.

E più i casi di contagio e il numero di morti morti aumentano esponenzialmente nel resto del mondo, più la propaganda e la retorica della vittoria cinese si rafforzano. Allora è bene ricordarci, mentre siamo chiusi nelle nostre case, in attesa che il peggio sia passato, e di poter tornare quanto prima alla nostra normale quotidianità, che quella che stiamo vivendo è e deve restare una condizione eccezionale, dettata da esigenze di natura straordinaria che riguardano il bene pubblico e la tutela della salute collettiva. La crisi non durerà per sempre e le rigide misure di restrizioni e di controlli a cui siamo sottoposti in questi giorni dovranno sparire una volta superata l’emergenza: il pericolo si nasconde in chi, approfittando dell’eccezionalità del momento, vorrebbe e potrebbe estendere queste misure anche alla vita di tutti giorni, privando noi cittadini dei più elementari diritti, in nome di un misterioso e non ben identificato bene superiore, e barattando la democrazia per ordine e sicurezza. Facciamo attenzione, quindi, a tener ben distinti e a non confondere mai fra loro senso civico e tutela della salute pubblica con autoritarismo e controllo pervasivo e capillare dello Stato sui propri cittadini. Sono errori che, purtroppo, sono stati già commessi in passato e le conseguenze sono ben note a tutti.

Alessandro Mancini

Direttore editoriale e fondatore di Artwave. Laureato in Letteratura e Linguistica italiana, appassionato di fotografia e di arte, inguaribile sognatore, ritardatario senza speranze. Cerco la bellezza nei dettagli.

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