Imponenti, maestose, possenti, con fisici da urlo e addominali scolpiti: così si presentano, anche dopo migliaia di anni, le più sublimi opere statuarie dell’epoca classica. Eppure, quando le osserviamo più da vicino il nostro occhio, non senza un pizzico di malizia, casca subito lì “dove non batte il sole”, scatenando reazioni di ilarità smodata miste a sorrisi imbarazzati e guance arrossite. Nel guardare con attenzione statue come il Doriforo di Policleto, i bronzi di Riace o il celeberrimo Discobolo di Mirone, molti si ritrovano a pensare: perché gli scultori, che con cura certosina e minuziosa si occupavano di scolpire ogni singolo muscolo e nervo del corpo umano e di esaltare la magnificenza dell’atletismo e della nudità, hanno dotato tali statue di membri di dimensione esigua e contenuta? Eppure, nell’immaginario comune, la celebrazione della potenza sessuale è strettamente legata alla virilità. Oggi giorno infatti, un problema denunciato da molti uomini è l’ansia dovuta alla misura del proprio pene, e la conseguente paura di non soddisfare adeguatamente la propria partner sotto le lenzuola.            

Ma gli antichi, non dobbiamo mai dimenticarcelo, non lasciavano nulla al caso, e il fatto che i templi e i palazzi fossero adornati da statue con gioielli di famiglia non proprio degni dei più noti pornodivi è il frutto di un certo canone sociale e modo di pensare tipico della società dell’epoca. Infatti, nella visione che avevano i Greci e i Romani del mondo, di vitale importanza era il senso della misura (in greco μετριότης, metriòtes, “giusta moderazione”): non bisognava mai strafare, l’eccesso era moralmente deprecabile ed era considerato empio l’oltrepassare i limiti posti dagli uomini e dagli dei. Un concetto, questo, talmente importante da essere inciso addirittura su uno dei frontoni del tempio di Apollo a Delfi, sul quale campeggiava l’iscrizione “Mηδὲν ἄγαν” ( Medèn àgan, “Nulla di troppo”).           
Il concetto avverso a quello della metriòtes era quello di ὕβϱις (hýbris, “tracotanza”) il peccaminoso orgoglio che porta l’uomo a presumere della propria potenza e fortuna e a ribellarsi contro l’ordine costituito, sia divino che umano, immancabilmente seguito dalla vendetta o punizione divina.     

Se l’etica e la morale sociale condannavano l’eccesso come un male da estirpare, ne consegue che anche il gusto estetico e la concezione di bellezza venissero influenzati da questi canoni: le statue degli atleti, degli dei, dei re e degli eroi del mito godono infatti di un raffinato senso di proporzione e misura, alle volte più idealizzato che reale. E neanche il pene era escluso da quest’opera di mantenimento di equilibrio e ponderatezza ricercata dagli scultori: in un corpo armonioso e proporzionato, un pene smisurato avrebbe rotto questi canoni di morigeratezza, destando lo scalpore e il disgusto della popolazione dell’epoca. 

L’uomo antico doveva essere saggio e razionale (non dimentichiamoci che in Grecia nacque quella stessa filosofia che si diffuse a Roma per poi gettare le basi della filosofia occidentale) e mantenere saldi i suoi valori. Come ha scritto la storica Ellen Oredsson:
L’uomo ideale in Grecia era razionale, autorevole e intellettuale. Poteva certamente fare molto sesso, ma questo non era collegato alla grandezza del suo pene. Le sue piccole dimensioni, invece, gli consentivano di rimanere freddo e razionale.”        

Al contrario dunque, un pene nerboruto e smisurato era indice di lussuria ed eccesso, che suscitava orrore e ribrezzo (paradossalmente) agli occhi delle donne dell’antico evo: non a caso abbiamo numerosi reperti archeologici, soprattutto anfore, kantharoi e steli, che rappresentano dei satiri e dei fauni “itifallici”, ovvero con il membro perennemente dritto e turgido. Esemplare e paradigmatico è il mito di Priapo, divinità boschiva greca e romana, particolarmente raffigurata nei bordelli (lupanari) di Pompei ed Ercolano: questi, noto per le sue stravaganti avventure amorose, si vantò con Afrodite/Venere delle sue doti sessuali, rinfacciandole di essere più abile di lei nell’arte amatoria. La dea, indispettita da questa dichiarazione così sfacciata, punì Priapo donandogli… un pene gigantesco!

Se dunque i satiri e le personificazioni boschive, raffigurati con membri mastodontici, rappresentano l’istinto più primitivo e ancestrale dell’impulso sessuale, smisurato e incontrollato, gli uomini e le divinità, esponenti di un certo senso di civiltà e sviluppo, possono pure essere dotati di genitali non particolarmente abbondanti, purché li usino con parchezza e continenza, senza lasciarsi trasportare dalla lussuria violenta e animalesca.

La prossima volta che dunque entrerete in un museo e vi troverete di fronte a una statua greca o romana, lasciatevi pure andare, sopraffatti da uno spirito goliardico, a qualche risata godereccia e a battute piccanti di ogni tipo, ma ricordate che dietro a quei sessi delicatamente scolpiti si cela una particolare ideologia, che rende uniche quelle opere d’arte che la storia, nonostante le intemperie e il lento scorrere inesorabile del tempo, ci ha voluto consegnare come ricordo di quelle antiche civiltà, di cui spesso dimentichiamo di esserne eredi.      

 

                                                                                                                                                                                                    Michele Porcaro