Nell’anno in cui il premio dell’Accademia di Svezia non è stato assegnato per la letteratura, le parole del celebre autore siciliano invitano gli amanti della cultura a riflettere.

Roma – Era l’8 novembre del 1934 quando l’Accademia di Svezia assegnava il Premio Nobel per la Letteratura a Luigi Pirandello «per il suo coraggio e l’ingegnosa ripresentazione dell’arte drammatica e teatrale». Ricevuto il telegramma informativo di Petr Hallström, il giorno successivo lo scrittore siciliano fu soggetto a un vero e proprio assalto mediatico. Giornalisti, fotografi e cimetografisti accorrevano alla sua casa romana in via Antonio Bosio per catturare un momento che ha segnato la storia della letteratura.

Sono passati ormai 84 anni, ma di quel giorno rimane ancora una foto storica che ritrae l’autore ricurvo di fronte alla sua macchina da scrivere. L’immagine, tutt’altro che naturale, è un’evidente messa in scena. Il foglio dattiloscritto è ancora visibile alla Casa Museo Pirandello ad Agrigento. A piè di pagina campeggia una nota scritta a mano dal figlio Stefano: «Oggi 9 novembre 1934 mio Padre scriveva a macchina su questo foglio mentre i fotografi e i cinematografisti lo riprendevano in posa».

E dunque cosa sta scrivendo Pirandello? Non una pagina immortale dal sapore esistenziale. Per 26 volte e mezzo batte a macchina una sola parola seguita dal punto esclamativo: «Pagliacciate!». Un giudizio forte, gridato silentemente a gran voce. Si tratta di una scena dalla forte doppiezza. Oltre la maschera mostrata in foto, l’autore cela una devastazione interiore segreta quanto priva di rimedio. Le sue parole mai pronunciate riecheggiano ancor più forti quest’anno in cui il Nobel per la letteratura non è stato assegnato.

Serena Mauriello