La città di Budapest ricorda il dramma della Shoa con un memoriale suggestivo in nome di tutti gli ebrei ungheresi morti

Budapest, 1944. Il partito delle croci frecciate governa la capitale; si tratta di un movimento antisemita che appoggia la follia razziale del nazismo. Migliaia di ebrei vengono fatti prigionieri nelle loro case e lasciati morire di fame, di sete, di malattia o deportati nei più vicini campi di concentramento. Non contenti della violenza gli esponenti del partito decidono di iniziare a mietere vittime direttamente nella città; e così la riva del Danubio fa da sfondo a una violenza brutale. Uomini, donne e addirittura bambini, vengono privati delle loro scarpe, ritenute merce preziosa nonché simbolo di dignità, e una volta legati a gruppi di tre, soltanto uno di loro è preceduto dalla morte con un colpo di pistola alla nuca, gli altri vengono gettati in acqua e portati a fondo dal copro inerme del cadavere.

Budapest, 2016. La città si presenta affascinante, romantica e ricca di storia. Una bellezza che si moltiplica per due, come due sono le rive che compongono la capitale: Buda e Pest. La prima è presieduta dal castello, raggiungibile attraverso una funicolare o dopo una lunga passeggiata; l’altra dal Parlamento, maestoso ed elegante. Ed è proprio lì, a due passi dal simbolo politico della città che 60 paia di scarpe riportano la mente a quel lontano 1944. 60 paia di scarpe di bronzo rovinato, posizionate in modo confuso a ricordare l’indelicata ferocia di quei momenti. Sono lì, così vicine al reale da sembrare vive. Tutt’intorno la banchina si è riempita di rose bianche, di candele o di piccoli pensieri inseriti all’interno delle scarpe stesse. Uno mi colpisce. Il bigliettino dice: “un passo verso l’accoglienza”, e allora penso, chissà se veramente l’infamia subita avrà portato loro un po’ di pace in quel mondo migliore in cui non tutti crediamo, ma a questo punto speriamo, visto il mondo ancora così tanto malato che ci circonda.

Francesca Interlandi