Dossier

PASHTUNISTAN

C’è una contesa nascosta che si estende da Kabul a Quetta. È la lotta dei pashtun, la più grande etnia dell’Afghanistan e dei confini del Pakistan che rivendica un proprio stato, il Pashtunistan.

L’area in cui vivono è conosciuta come uno dei luoghi più instabili del mondo, l’area del terrore. Dal 2001 le operazioni militari pakistane e afghane, i raid notturni guidati dalle forze internazionali e i rapimenti fanno parte della vita quotidiana del popolo pashtun. Le tribù rurali della regione sono emarginate dai loro stati, lasciate al loro destino come danno collaterale della guerra internazionale al terrorismo.   

Il Pashtunistan, è la regione in cui si fondano la cultura, la lingua e l’identità nazionale dell’etnia pashtun. Un territorio che fu politicamente diviso nel 1893 dalla Linea Durand, un confine che è alla base dell’attuale separazione fra Afghanistan e Pakistan.     

La questione pashtun è molto delicata per il Pakistan da quando ha ottenuto l’indipendenza dal dominio britannico nel 1947, l’idea di una patria indipendente a maggioranza pashtun ha scompaginato i progetti pakistani fin dall’inizio. Alcuni esperti affermano che le autorità di Islamabad hanno favorito l’islamizzazione della regione per frenare il movimento “Pashtunistan“, guidato da politici e attivisti liberali e laici.   

Dal 1980, almeno tre generazioni di pashtun hanno pagato un caro prezzo per un conflitto che è stato loro imposto dall’esterno. In primo luogo, la rivalità tra l’ex Unione Sovietica e gli Stati Uniti durante la Guerra fredda ha trasformato il loro territorio in una zona di guerra, e poi la battaglia tra forze occidentali e i fondamentalisti islamici li ha resi un popolo debole sempre alla ricerca di una patria.   

Nel maggio 2014 viene fondato da otto studenti della Gomal University a Dera Ismail Khan, il Pashtun Tahafuz Movement (PTM), un movimento sociale per i diritti umani con sede nel Khyber Pakhtunkhwa e nel Balochistan lungo il confine afghano. Quattro anni dopo, Manzoor Pashteen, un attivista pakistano diventa leader del movimento e riesce per la prima volta ad ottenere una forte visibilità internazionale, acquisisce una statura di “attivista rock star”. La sua ascesa coglie molti di sorpresa. Nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa, governata dal partito conservatore Pakistan Tehreek-e-Insaf, un uomo comune riesce a motivare la classe lavoratrice a livello popolare e prende d’assalto i social media in assenza di una copertura significativa sui media mainstream. Il giovane militante durante i suoi comizi spiega come gli ufficiali dell’esercito pakistano collaborino strettamente con i talebani e altri fondamentalisti islamici, essendo stato un testimone oculare di molti incontri tra loro.    

Il “cappello rosso e nero”, originario dell’Afghanistan settentrionale indossato da Pashteen durante le manifestazioni, ora copre le teste dei giovani di Kabul, Jalalabad, Kandahar in Afghanistan e Islamabad, Karachi e Peshawar in Pakistan. I video dei suoi discorsi vengono salvati nei telefoni cellulari. Una politica giovane e progressista che comincia a far breccia tra la gente.     

Il governo pakistano teme l’ondata di proteste tra i pashtun e la vede come un movimento di indipendenza che potrebbe indurre altre minoranze a minacciare la stabilità del paese.   

Il governo afghano, che di solito si astiene dal commentare la politica interna del Pakistan, appoggia la campagna di Manzoor Pashteen, utile a sradicare il terrorismo dalla regione e rilanciare l’idea del Pashtunistan  

Malgrado i pashtun in Afghanistan e Pakistan siano guidati da forze diverse, sono uniti nella loro lotta. In Pakistan, rifiutano di reagire violentemente nonostante i loro leader siano stati arrestati e le loro richieste siano state pubblicamente rigettate.  Al contrario, la debole struttura politica in Afghanistan mantiene il movimento sull’orlo di una violenza spontanea guidata dallo sfinimento piuttosto che da obiettivi strategici. In entrambi i casi, sembra che l’obiettivo finale non sia quello di ottenere il potere all’interno dello stato ma di rivitalizzare un’idea di spazio geografico e politico che richiama l’antica tradizione nomade del popolo pashtun.    

Pierluigi Bussi

Pierluigi Bussi è giornalista dal 2003 e inviato in zone di guerra e all'estero. E’ stato, tre gli altri paesi in Afghanistan e Tunisia. Si è laureato in Relazioni Internazionali presso L’Università La Sapienza di Roma con approfondimenti sui conflitti nel Corno d’Africa e Medio Oriente. Da anni segue le sorti politiche e sociali afgane. Tra i vari ruoli ricoperti è stato capo redattore del mensile Europe Today, ha collaborato con i quotidiani Pubblico, Roma News, Il Mezzogiorno d’Italia, con approfondimenti in materia di politica estera. Ha scritto, inoltre, per Storia in Network. Attualmente collabora con la Repubblica e La Stampa.

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