L’uccello con la testa mozzata lasciato all’ingresso della scuola è un altro atto di violenza dopo la decapitazione della statua del magistrato di domenica notte

Questa mattina, a Palermo, un nuovo episodio inquietante ha risvegliato l’istituto scolastico Falcone e la comunità del quartiere Zen. Ancora una testa decapitata lasciata come messaggio e minaccia da ignoti a pochi giorni (19 luglio) dal venticinquesimo anniversario dell’uccisione di Paolo Borsellino, l’altro simbolo dell’antimafia, in via d’Amelio. La polizia, arrivata sul posto, sta cercando di scoprire la verità e il senso che quest’ultimo caso rappresenta. “A questo punto non so più cosa pensare – dice sconfortata la dirigente della scuola Daniela Lo Verde – prima la statua e adesso questo. Staremo a vedere”. Certa è l’allusione dell’uccello con il cognome Falcone, che mostra un sentimento di estrema violenza e ostilità, contro i valori e la figura del grande magistrato, ancora radicato e acceso tra le case dei quartieri più poveri e degradati della città.

Sono stati dei ragazzi incoscienti? Dei vandali o c’è dietro Cosa Nostra? Sicuramente è una cultura mafiosa che produce ogni miserevole azione. Lo Zen, a Palermo, è un quartiere complicato e instabile, dove la scuola è uno dei pochi presidi di legalità. Da tempo quella scuola è in prima linea per combattere i fenomeni mafiosi ed insegnare ai giovani il “fresco profumo della legalità”, spiegando come quelle idee, di Falcone e Borsellino, possano continuare a camminare sulle gambe dei cittadini onesti, ognuno nel proprio quotidiano. E’ per tale ragione che l’attenzione istituzionale e la sorveglianza delle forze dell’Ordine devono essere massima. Perché l’immagine è davvero, ancora una volta, terribile. Proprio contro questo orrore si è sfogata Maria Falcone (la sorella di Giovanni) quando, dopo l’episodio della statua, ha affermato che per “assicurare l’incolumità del monumento, andrebbe messa la statua di Matteo Messina Denaro”. Una provocazione drammatica ma reale, in una Palermo ancora una volta posta davanti alla sfida di un simbolo da difendere. Scegliere l’indifferenza sarebbe una prova devastante per la lotta alle mafie e, soprattutto, a quell’atteggiamento mafioso che tarda ad essere sconfitto. Che sia la mano di un professionista o quella di un imbecille, poco cambia: è la reazione, non solo istituzionale, che farà la differenza. Ripartire dalle scuole e dall’indignazione sociale è la strada per recuperare quel sentimento autentico di antimafia che da Palermo si propagò in tutto il Paese all’indomani delle stragi. Perché non basta più urlare che “la mafia fa schifo”, bisogna ripudiarla negli atteggiamenti quotidiani, denunciare, fare i nomi di quella “montagna di merda” di cui parlava Peppino Impastato.

Adesso si attendono le reazioni dei palermitani tutti e delle azioni forti dalla politica, dopo le forti dichiarazioni seguenti la decapitazione del busto di Falcone di domenica. Così aveva detto il sindaco di Palermo Leoluca Orlando: “il danneggiamento e il vilipendio della statua dedicata a Giovanni Falcone sono atti gravissimi, ancor più gravi perché rivolti anche a danneggiare una scuola che svolge da anni una importante opera di sensibilizzazione e formazione sociale”. “È difficile immaginare qualcosa di più vile e squallido. Se è un avvertimento mafioso sarebbe una prova di debolezza, non di forza; se invece si trattasse del gesto di una banda di vandali sarebbe l’ulteriore conferma che dobbiamo ripartire dalla scuola, grazie all’impegno dei docenti che ogni giorno educano i cittadini di domani, e da un maggior controllo del territorio, per prevenire questo tipo di comportamenti. Abbiamo una certezza, non illudetevi: ogni volta che proverete a infangare la memoria di uomini come Falcone noi la proteggeremo. E ogni volta che distruggerete una statua saremo pronti a ricostruirla”, aveva scritto su facebook il presidente del Senato Pietro Grasso. “Oltraggiare la memoria di Falcone non basterà a oscurare la sua grandezza.  A Palermo gesto ignobile e vigliacco”, aveva scritto invece la presidente della Camera Boldrini, in un tweet.
La ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli arriverà nei prossimi giorni, se non già nel pomeriggio, a Palermo per dare solidarietà alla scuola e per dimostrare che se lo Stato c’è la mafia non può mai vincere.

A Palermo la presenza e la ricchezza delle istituzioni servono più che mai ora, dove negli ultimi tempi delle scarcerazioni eccellenti stanno facendo la temperatura sempre più incandescente: tre uomini hanno fatto irruzione a casa della suocera di Tantillo, il pentito che ha mandato in fibrillazione Borgo Vecchio; poi la mafia è tornata a minacciare un giudice, il gup Nicola Aiello, e un giornalista, Salvo Palazzolo di Repubblica. Di minacce ai familiari di collaboratori di giustizia è piena la storia giudiziaria italiana, ma a Palermo un atto simile non andava in scena praticamente dagli anni ’90; e d’altra parte era da dieci anni (dal 2007 con il caso di Lirio Abbate) che a Palermo la mafia non minacciava un cronista. Cittadini, istituzioni, giornalisti, forze di polizia e studenti devono dimostrare insieme che a Palermo oggi, nel 2017, non c’è più spazio per i violenti, come avrebbero voluto Falcone e Borsellino.

 

Emanuele Forlivesi