L’Unione Europea dovrebbe garantire un sistema omogeneo e condiviso fra tutti i 28 paesi membri. Eppure, nonostante dichiarazioni, riunioni e pacche sulle spalle, ognuno va per conto suo e non c’è alcun accordo per una politica comune sull’immigrazione. Che infatti continua a essere un problema

Bruxelles- Immigrazione, integrazione, accoglienza: sono le sfide che l’Europa rischia di perdere prima ancora di affrontarle, perché non è ancora in grado di offrire un tetto e un piatto caldo agli immigrati in cerca di rifugio e asilo. Non esiste un sistema di accoglienza unico e quelli nazionali sono frammentati, insufficienti e diversi.

LE DIFFERENZE INIZIANO GIA’ DALLE RICHIESTE DI ASILO. dal report della Fondazione Moressa, risulta che nel 2014 sul territorio Ue sono state 358mila, di cui 97mila in Germania, 68mila in Francia, 40mila in Svezia e 35mila in Italia. La Svezia presenta il più alto tasso di richieste accolte (76,6%), l’Ungheria il più basso (9,4%); l’Italia con il 58% è poco sopra la media Ue (45%). Ma nel 2015 le richieste sono 863mila e l’Ungheria passa da 14mila a 176mila: un boom di +1.500% che ha mandato la frontiera balcanica fuori controllo.

INSPIEGABILI DIFFERENZE ANCHE SULLE NAZIONALITA’. I siriani sono accolti nel 90% dei casi in Germania, Svezia e Francia, ma in Italia e Ungheria non arrivano al 70%. Gli afgani sono accolti quasi sempre in Italia (95%) e Francia (83%), ma poco a Londra (36%) e Budapest (26%). E gli iracheni? vanno dal 95% in Francia al 34% in Gran Bretagna.

NON VA MEGLIO CON LE STRUTTURE. L’Italia deve fare i conti con un sistema sovraffollato e lento: su 101.700 rifugiati, 7.500 sono ospitati nei 13 centri di primo soccorso, 74mila nelle strutture temporanee delle Regioni, 20mila nella rete Sprar (Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati) composta da strutture di seconda accoglienza gestite da enti locali e associazioni. Queste ultime però devono ancora entrare in piena attività e quindi i centri temporanei rimangono fondamentali, pur lamentando problemi cronici di sovraffollamento e tempi di permanenza superiori ai 10 mesi. È vero che l’Agenda europea prevede il trasferimento di 15.600 immigrati, ma non è ancora pienamente operativa.

GLI ALTRI NON STANNO MEGLIO. La Germania conta 21 centri di prima accoglienza dove i rifugiati rimangono tre mesi per essere poi trasferiti, in base a quote nazionali, in alloggi di seconda accoglienza gestiti da associazioni. Il governo ha risolto il problema del sovraffollamento con gli alloggi mobili ma la permanenza nei centri secondari può durare anche anni. La Francia ha 270 strutture temporanee gestite dalle Ong e non presenta problemi di sovraffollamento perché esistono molte strutture di emergenza come hotel e ostelli che garantiscono, se necessario, migliaia di posti in più; i tempi medi non superano un anno e mezzo ma di fatto non esiste una rete di alloggi di seconda accoglienza.

IN SVEZIA L’OBIETTIVO E’ DISTRIBUIRE. Gli immigrati su tutto il territorio nazionale. La prima accoglienza è costituita da 180 appartamenti, autogestiti dai rifugiati e di proprietà della Migrationverket, l’Agenzia per le migrazioni. Il 63% è ospitato in queste strutture, il resto in appartamenti privati senza alcuna indennità. Nei periodi di maggiore affluenza il Migrationverket ha stipulato accordi con hotel per alloggi di emergenza, come in Francia.

L’UNGHERIA HA SOLO 5 CENTRI di accoglienza temporanea e 2 case per minori non accompagnati, gestite da un ente indipendente con Ong e associazioni. I centri sono dotati di buon standard, con aree sociali e culturali; ma nell’ultimo anno, a causa dell’afflusso di rifugiati, il sistema è imploso e i tempi medi superano i 5 mesi. Infine la Gran Bretagna: non ha una rete strutturata, ma solo 6 centri da 200 posti ciascuno dove gli immigrati rimangono in media 2-3 settimane. Per la seconda accoglienza sono previsti alloggi dell’Home Office, ma sono pochi e in condizioni precarie.

ITALIA, FRA I PIU’ ATTIVI. A fine 2015, il Ministero dell’Interno ha annunciato un aumento di 30mila posti nella rete Sprar, 5 nuovi centri di primo soccorso e 42 commissioni territoriali. Al momento, però, l’Agenda Ue è solo un piano sulla carta: i paesi membri sono legati dai trattati comunitari ma i governi nazionali continuano a litigare tra loro.

Un po’ come i capponi di Renzo nei Promessi Sposi, che si beccano senza capire di essere legati ai piedi.

Salvatore Giuffrida