I tragici eventi del 2015 hanno portato carta stampata e tv a parlare come mai era accaduto di un argomento tanto delicato. Lo dicono i dati riportati nel terzo Rapporto Carta di Roma

Roma- “Migranti, la strage dei piccoli innocenti”. Così titolava nei giorni scorsi un noto quotidiano della Capitale, in linea con il resto della stampa mondiale, in riferimento al dato choc della fondazione Migrantes, in merito al tragico bilancio dei minori migranti morti nel 2015. Il dato, il numero, raddoppiato rispetto al 2014, è agghiacciante: 700 piccole vittime. Un anno, quello che sta per chiudersi, che segna una svolta radicale sul fronte dell’emigrazione: un vero e proprio esodo testimoniato dalla carta stampata, dai Tg, dal web.

I numeri della fondazione Migrantes parlano chiaro: 1600 vittime nel 2014, oltre 3200 quest’anno e, purtroppo, abbiamo la netta impressione che si tratta di un bilancio in difetto. E mai come in questi lunghi dodici mesi la questione migratoria ha trovato ampio spazio sui media.

Ma in che modo è stato trattato questo tema? E in quale direzione questa rappresentazione ha influenzato i fruitori delle notizie? A queste domande tenta di rispondere “Notizie di confine”, il terzo Rapporto Carta di Roma curato dall’Osservatorio europeo per la sicurezza, i cui dati sono stati resi noti nel corso di un convegno tenutosi nell’Aula Aldo Moro della Camera dei deputati. Il rapporto riguarda l’analisi, in Italia, della carta stampata (Corriere della Sera, il Giornale, l’Avvenire, l’Unità, la Repubblica, la Stampa) e dei telegiornali prime time (Rai, Mediaset, La7). Non riguarda il web, per ovvi motivi, incontrollabile nei numeri.

Dati anche qui da choc se si pensa che il 2015 segna il record di notizie dedicate dalla carta stampata selezionata, all’immigrazione (1452 titoli sulle prime pagine nei primi 10 mesi). Senza contare eventi specifici (il caso Ventimiglia, le tragedie del mare, la morte del piccolo Aylan, il bimbo in valigia).

Dalla questione migrazione al terrorismo il passo è breve. C’è contaminazione infatti a seconda di come la notizia viene trattata e, ancor di più, a seconda del titolo con il quale viene riportata. L’anno si apre con la strage nella redazione parigina del giornale satirico Charlie Hebdo e al di là dell’evento in sé, nei giorni successivi non soltanto la stampa italiana punta il dito sulla eventuale presenza di militanti jidaisti sul territorio francese. Vedremo più recentemente la stessa cosa a seguito delle stragi del 13 novembre a Parigi, questa volta estesa anche al Belgio.

L’Islam e gli islamici trovano così largo spazio sui giornali e ci sono testate che cercano il titolo ad effetto con “Macellai islamici”, “Bastardi islamici”, tanto per citarne un paio. Un effetto dirompente accentuato nei salotti televisivi dove spesso trova spazio chi grida di più alla ricerca dell’applauso dei presenti in studio. Ed anche in Tv è record di notizie dedicate alla questione (3437). Qui, a differenza dei giornali, la percezione di disagio da parte del fruitore della stessa notizia, è accentuata dall’immagine. L’impatto emotivo è maggiore e le parole passano in secondo piano davanti al corpo senza vita del piccolo siriano Alyan, occhi aperti ad un futuro che non vedrà mai, disteso sulla battigia dove le onde del mare lo hanno adagiato.

In proposito, particolarmente significativo, l’intervento al convegno “Notizie di confine”, del direttore del Tg2 Marcello Masi. “Non c’è alternativa all’approfondimento e lo sforzo che noi giornalisti dobbiamo fare – ha affermato Masi – è quello di autoinformarci per poter informare, tornare a camminare e non restare al chiuso delle redazioni, dare voce a tutti e ragionare in termini costruttivi. La questione migratoria deve poter passare dai fatti alla spiegazione del perché di un evento. E questo si fa facendo parlare esperti del settore. Le domande che noi cronisti facciamo – ha proseguito Masi – devono essere le stesse che lo spettatore farebbe al nostro posto. E alle domande si deve rispondere”.

In una parola “deontologia”. Per non arrivare “a fare dell’informazione uno strumento strumentalizzato”, come ha affermato Ilvo Diamanti, professore di analisi dell’opinione pubblica presso l’università di Urbino. “I media possono trasformare un’idea in un’opinione pubblica – afferma Diamanti – modificando quindi un giudizio. Non è un caso ad esempio di come in concomitanza con le consultazioni elettorali si crea dissenso nei confronti della questione migranti. Una questione sfruttata da alcuni politici e così l’immigrato diventa straniero, il pericolo. Il resto lo fa la globalizzazione della notizia dove non si fa differenza tra le parole (immigrati, rifugiati, clandestini, profughi etc…). Un esempio è dato dalla campagna elettorale per le amministrative romane del 2008 con la tragica morte di Giovanna Reggiani e la ricerca di sicurezza identificata in uno schieramento politico anziché in un altro. Non è la notizia in sé che determina insicurezza – dichiara ancora Diamanti – ma come viene proposta. È noto come alcune testate sia televisive che carta stampata mischiano episodi di criminalità con l’esodo in atto”.

Per non parlare poi, aggiungiamo noi, di trasmissioni di intrattenimento che hanno la presunzione di fare notizia. Pluralità di testate  non vuol dire gara aperta a chi intervista chiunque che dice qualunque cosa. Nel Rapporto ci sono numerosi esempi di cattive pratiche di giornalismo, soprattutto televisivo. Si fa riferimento alla vox populi presentata come fonte unica dell’informazione. Non è così. Libertà di espressione non significa pilotare in una direzione piuttosto che in un’altra. Piuttosto il racconto dei fatti. Ed è a questi che il cronista deve attenersi.

Come sottolinea Diamanti sono quindi necessarie buone pratiche di giornalismo con voci di esperti, approfondimenti, racconti alternativi. Viceversa si rischia la confusione più totale dettata peraltro dall’ignoranza più totale, intesa come ignorare una questione. Migrazione, terrorismo, guerre, rimpatri, libertà, pace, giustizia, sicurezza, paura, accoglienza, terrore, cultura, bellezza…, l’importanza delle parole.

In questo anno abbiamo visto alzare muri e chilometri di filo spinato tra un confine e l’altro (ne abbiamo abbattuto uno simbolo a Berlino nel 1989), abbiamo visto la lunga marcia di intere famiglie che fuggono dalla guerra e dalla distruzione. Una marcia che peraltro non si arresta in Italia, divenuta terra di passaggio verso i Paesi del Nord Europa. Carta di Roma con “Notizie di confine” fotografa e circoscrive una realtà.

Il rischio è dare notizie senza confini.

Emanuela Sirchia