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Non solo George Floyd: la storia di Breonna Taylor uccisa a Louisville

Gli agenti della polizia hanno fatto irruzione nell'appartamento della giovane, nella notte tra il 12 e il 13 marzo scorsi, per cercare droga

Fra le strade delle maggiori città americane, nelle ultime settimane, non è più solo il nome di George Floyd, l’afromaericano 46enne soffocato da un poliziotto lo scorso 25 maggio, ad essere scandito dai manifestanti. A questo si è aggiunto quello di Breonna Taylor, giovane tecnica di pronto soccorso afroamericana, residente a Louisville, in Kentucky, uccisa sempre dalla polizia.

Il 5 giugno Breonna avrebbe compiuto 27 anni ma non è stato così perché la ragazza è stata uccisa dalla polizia, nel suo appartamento la notte fra il 12 e il 13 marzo 2020. Inizialmente questo caso non aveva avuto particolare clamore, probabilmente perché accaduto durante il picco della della pandemia di Covid-19, ma dopo le proteste innescate dalla morte di Floyd, la situazione è cambiata radicalmente.

LA VICENDA

Era da poco passata la mezzanotte del 13 marzo scorso quando tre agenti della polizia di Louisville hanno fatto irruzione nell’appartamento di Breonna.

Secondo la ricostruzione del Louisville Courier Journal, basata su documenti della polizia e giudiziari, i poliziotti stavano indagando su due uomini sospettati di vendere droghe. Un giudice aveva firmato un mandato di perquisizione per la casa di Taylor, perché uno dei due sospettati in passato aveva avuto una relazione con la ragazza: la polizia sospettava che avesse potuto usare l’appartamento di Breonna per ricevere consegne di droghe, perché una volta aveva spedito un pacchetto a quell’indirizzo.

Il mandato di perquisizione era di tipo “no-knock”: la polizia aveva cioè il diritto di entrare senza bussare o annunciarsi, per cogliere di sorpresa i sospetti, e senza doversi identificare come tale.

In quel momento in caso si trovavano Breonna e il suo fidanzato, Kenneth Walker, afroamericano anche lui, di 27 anni: i due erano a letto nel momento in cui la polizia ha fatto irruzione.

Secondo la polizia di Louisville gli agenti, nonostante il mandato “no-knock”, avrebbero comunque annunciato il loro ingresso identificandosi e affermando di essere in possesso di un mandato di perquisizione, prima di sfondare la porta con un ariete.

La versione di Walker, confermata anche dai vicini di casa di Taylor, sostiene che gli agenti avrebbero solo bussato alla porta prima di sfondarla, e che questi fossero irriconoscibili in quanto non indossavano nemmeno le divise della polizia.

Per questo motivo Walker aveva creduto che si trattasse di ladri, aveva preso la sua pistola, regolarmente detenuta, e, per autodifesa, aveva sparato ferendo uno degli agenti alla gamba.

La polizia sostiene che, in risposta agli spari di Walker, tutti e tre gli agenti che avevano fatto irruzione hanno sparato: almeno 20 colpi, otto dei quali avevano colpito Taylor, che si trovava ancora a letto, ferendola a morte. Nella casa di Breonna, alla fine, non sono state trovate droghe.

Oltre a questi dettagli, ce n’è uno in particolare che aggiunge un tassello importante alla sviluppo della vicenda: la telefonata di Walker al 911. Al telefono il ragazzo piange e afferma: «Qualcuno ha buttato giù la porta e sparato alla mia ragazza. Aiuto! Bre…». Questa chiamata, quindi, sembra confermare la versione del ragazzo, ovvero che non sapesse davvero si trattasse di poliziotti.

La comunità si domanda, inoltre, se avesse senso un mandato “no-knock” in un caso simile e perché sia stato usato dopo mezzanotte benché emesso a mezzogiorno, sapendo, oltre tutto, che molti cittadini americani sono armati.

LE INDAGINI

Walker è stato inizialmente arrestato e accusato di tentato omicidio, per aver sparato a uno dei poliziotti. Il mese scorso, però, le accuse sono state ritirate. Intanto la famiglia di Taylor ha fatto causa alla polizia di Louisville.

Il 21 maggio, dopo che il sindaco di Louisville Greg Fischer aveva definito la morte di Taylor «una tragedia», l’FBI ha annunciato un’indagine sulla sparatoria. Gli agenti coinvolti nella morte di Taylor non sono stati incriminati, ma soltanto sospesi durante l’inchiesta, mentre il capo della polizia Steve Conrad è stato licenziato all’inizio di questo mese, dopo che gli agenti hanno ucciso un altro residente di Louisville, David McAtee, un afroamericano che gestiva un popolare locale di carne al barbecue.

I familiari di Taylor e Walker sostengono che la polizia si sia comportata in modo ambiguo e scorretto. Una delle loro motivazioni consiste nel fatto che il principale sospettato dell’indagine per cui era stato emesso il mandato di perquisizione per l’appartamento di Taylor, Jamarcus Glover, era già stato arrestato al momento dell’irruzione nella casa. La seconda è che i tre agenti di polizia non indossavano telecamere al momento dell’irruzione, come è previsto normalmente dalla legge negli Stati Uniti per la polizia. Il capo della polizia di Louisville Steve Conrad aveva giustificato questa mancanza affermando che gli agenti della Criminal Interdiction Division, a cui appartenevano i tre poliziotti coinvolti nella morte di Taylor, solitamente non portano le telecamere addosso.

LE PROTESTE E LA RICHIESTA DI GIUSTIZIA

La settimana scorsa il sindaco Fischer ha sospeso tutti i mandati “no-knock”, mentre il giornalista esperto di diritti civili Radley Balko, che ha scritto un articolo sul caso di Taylor sul Washington Post, sostiene che il mandato emesso per perquisire la casa di Taylor era illegale perché non sussistevano elementi di gravità tale da giustificare le sue modalità di esecuzione. Balko ha anche spiegato che la polizia di Louisville ha una lunga storia di perquisizioni irregolari: secondo uno studio risalente al 2015 di un criminologo, molti agenti bussavano e si annunciavano alla porta mentre davano i primi colpi per sfondarla. Grazie a questo escamotage rispettavano comunque le regole ma di fatto non permettevano a chi stava per essere perquisito di saperlo.

Fischer ha annunciato, inoltre, di voler introdurre una nuova regola che obblighi gli agenti di polizia ad indossare sempre le telecamere durante i mandati di perquisizione.

Taylor lavorava come tecnica di pronto soccorso negli ospedali Norton Healthcare e University of Louisville Jewish Hospital; sognava di diventare infermiera e comprare una casa, ha raccontato sua madre Tamika Palmer ai giornali.

Il 5 giugno, in occasione del suo 27esimo compleanno, famiglia e amici della ragazza hanno organizzato una manifestazione per commemorarla, nel centro di Louisville. Sui social si sono presto moltiplicati i post e i contenuti con l’hashtag #SayHerName, cioè “Dì il suo nome”, per dare rilevanza e dignità alla morta di Taylor, tanto quanto quella di George Floyd. Fra i personaggi pubblici che hanno aderito alla campagna compare anche Bernice King, attivista per i diritti degli afroamericani e figlia di Martin Luther King.

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Alessandro Mancini

Direttore editoriale e fondatore di Artwave. Laureato in Letteratura e Linguistica italiana, appassionato di fotografia e di arte, inguaribile sognatore, ritardatario senza speranze. Cerco la bellezza nei dettagli.

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