Dossier

NO MEN’S LAND

Gli spettri che spaventano la Serbia. Invasione, ebola, terrorismo queste le parole d’ordine che da giorni fanno da cornice ai continui arrivi di rifugiati. Cosa si nasconde dietro ad una situazione, apparentemente, fuori controllo.

Belgrado (Serbia) dal nostro corrispondente – È stata ribattezzata da molti la “Nuova porta d’Europa”. Un lembo di terra, denominato Corridoio 10, che dalla Grecia, passando per la Macedonia, conduce in territorio serbo. Un cammino che sembra un miraggio, che porta con sé i sogni e le chimere di migliaia di profughi in fuga dalla guerra. A intraprendere questo estenuante “viaggio” sono siriani, iracheni e afghani. Sono soprattutto però, uomini, donne e bambini alla ricerca di un futuro migliore. Lo stesso futuro che gli è stato strappato e che una volta giunti nel vecchio continente potrà essere a portata di mano.

Spesso, però, può accadere che la realtà sia molto diversa da ciò che ti aspetti. Stipati in barconi fatiscenti o ammassati dentro camion carichi fino all’inverosimile, questi “miserabili” hanno fatto un’amara scoperta: il calvario che dovrebbe portarli dritti in “paradiso” è tutt’altro che terminato. Anzi, se possibile, il peggio sembra dover ancora arrivare ed ha il nome di Subotica, una città al nord della Serbia al confine con l’Ungheria. Ad attenderli una vecchia casa dismessa riadattata a centro di accoglienza.

È innanzitutto qui, infatti, che si stanno concentrando speranze e destini di intere famiglie di esuli. Speranze, che per coloro che sono riusciti ad arrivarci valgono solo, si fa per dire, 21 euro. Né più e né meno il prezzo dell’autobus che da Pristina, in Kosovo, li condurrà in Serbia. Subotica, però, è solo uno dei passaggi obbligati. L’ennesimo ostacolo nel cammino verso il “sogno europeo”. Un “contrattempo” che si aggiunge alle ore passate sotto il sole cocente, alla sete e alle manganellate dalla polizia. Perché, nonostante tutto, quel treno può davvero cambiarti la vita.

Se scappi dalle bombe e da una violenza ceca che non fa sconti a nessuno, non sono certo questi “dettagli” a farti paura. La paura, quella vera, te la porti dietro come un compagno di viaggio. Pronta a ricordarti, se ce ne fosse bisogno, il motivo per quale ti trovi lì, su un binario insieme ad altre migliaia di disperati. Solo le proteste internazionali, dopo giorni e giorni, sono riuscite a convincere il Governo di Skopje a lasciarli partire. Arrivati in Serbia i profughi siriani avranno 72 ore di tempo, né un minuto di più né uno di meno, per chiedere asilo e dar forma al loro destino, forse.

Treni, autobus, macchina o bicicletta. Qualsiasi mezzo di trasporto è buono purché serva a portati via da quell’inferno. Ad aspettarli, al termine di questa odissea, 4 centri di accoglienza allestiti in tutta fretta dal Governo Vučić. Due a nord, alla frontiera con il paese magiaro, due a Sud. Presevo, Mirotovac, Kanjiza e Subotica ora, con quel “lascia passare” fresco di stampa, potranno essere facilmente raggiungibili. Molti di loro, però, non ci pensano minimante ad andare in un CARA. Hanno le idee molto chiare queste Persone. La conoscono a mena dito la vita in un campo profughi. Meglio Belgrado, in fondo da lì l’Ungheria dista “solo” 200 km.

I dati ufficiali, quelli del Governo serbo per intenderci, il 13 luglio parlavano di 40.000 arrivi. Gli stessi centri di accoglienza sarebbero al collasso. Come quello approntato recentemente a Presevo, località a maggioranza albanese e mussulmana. Proprio qui, secondo l’UNHCR, si starebbe palesando l’incapacità nel contenere una “marea umana” che crescerebbe al ritmo di 3000 nuovi ingressi al giorno. Un “orda funesta” che, stando alle autorità di Belgrado, avrebbe “invaso” le città, saccheggiato le campagne ed occupato i parchi pubblici.

La situazione più preoccupante, però, si starebbe manifestando a Zajecar (nella Serbia orientale), dove iniziano ad aleggiare gli spettri di epidemie di ebola e di minacce terroristiche. Un evergreen in casi come questo, a quanto pare. Non vi è cosa più facile, infatti, che cavalcare a dorso di populismo l’onda del malcontento. I toni allarmistici, utilizzati tanto dall’agenzia di stampa Tanjug quanto da Sasa Mirkovic, a capo del Consiglio Municipale, “parlano di afflusso straordinario e di situazione fuori controllo”. Nel frattempo, le strade e le piazze si riempiono di cittadini spaventati.

Quegli stessi cittadini che si starebbero prodigando per far arrivare cibo e offrire riparo per la notte. Una solidarietà che lascia sgomenti, antinomia delle recenti proteste viste in alcune città tedesche. Fa bene al cuore, al contrario, scoprire quanta intesa ci può essere tra chi ha appena perso il lavoro e chi, invece, per trovarlo mette a repentaglio la propria vita e quelli dei propri figli. Questione di prospettive. Come la scelta del Governo di chiudere alcune importanti fabbriche. Va ricercata qui, forse, la causa della tensione sociale che da mesi sconvolge il paese.

Per smentire le “chiacchiere” ma, soprattutto, le cifre di un pallottoliere impazzito si è dovuto scomodare uno dei più noti giornalisti croati. Drago Held è tutto fuorché uno sprovveduto. Ciò che ha testimoniato durante la guerra dei Balcani gli garantisce un’aurea d’indiscutibile attendibilità. Non hai dubbi il reporter croato, tranne qualche gruppo di migranti qua e là, della piaga biblica di cui si parla da giorni nemmeno l’ombra. Becera propaganda, afferma. Anche il ministro dell’interno bulgaro sembra d’accordo: “la cifra astronomica di 40.000 è assolutamente falsa”. La conferma arriva dai dati in possesso della polizia di frontiera: 3826 migranti dall’inizio dell’anno, 776 a luglio.

Si sa, non è tutto oro quel che luccica. La no man’s land presentata all’opinione pubblica appare al quanto esagerata, se non fuori luogo. Il solito ignobile gioco delle cifre fatto, tanto per cambiare, sulla pelle di chi cerca una chance per dare un po’ di colore ad una grigia esistenza. Non lo è affatto, invece, il dramma che stanno vivendo i profughi sbarcarti sulle coste europee. Immagine triste di un Europa troppo indaffarata a spartirsi le spoglie di un sistema al collasso per ricordarsi la ragione per cui è nata. Vale la pena, quindi, prendere in prestito le parole di Philippe Alexandre: “Se non c’è l’Europa quando il mondo trema per le guerre, quando mai ci sarà?”.

Mattia Bagnato

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Mattia Bagnato

E’ laureato in Relazioni Internazionali con una specializzazione in Diplomazia multilaterale e sicurezza collettiva presso l’Università degli Studi di Perugia. Attento alle questioni internazionali come la sensibilizzazione e la tutela dei diritti umani e i metodi di risoluzione dei conflitti internazionali. Ha un diploma in Diritto Internazionale Umanitario e un Diploma in risoluzione di conflitti internazionali presso l’Universidad Complutense de Madrid. Ha collaborato con diverse ONG italiane quali Oxfam Italia e la Tavola della pace di Perugia. Esperienze professionali alle quali si aggiunge un periodo di stage presso l’Ufficio relazioni internazionali e cooperazione allo sviluppo dell’Università di Granada. Attualmente, sta collaborando con il giornale on-line Ghighliottina.it per il quale si occupa di scrivere articoli di politica nazionale ed economia.

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