Dossier

NIENTE È COME PRIMA

L’azione portata lungo la Promenade des Anglais da Mohamed Lahouaiej Bouhlel fino a questo momento lascia aperte tutte le ipotesi

Roma – Volutamente abbiamo atteso per commentare i fatti di Nizza. C’era bisogno di appurare, certamente non per capire. C’è poco da capire…

Approfondire piuttosto e conoscere, per quanto possibile, cosa abbia portato il 31enne Mohamed Lahouaiej Bouhlel a lanciarsi con un tir contro gente inerme, ancora affascinata dai colori e dai suoni dei fuochi di artificio.

Il ritratto che sta emergendo in queste ore è quello di un giovane per nulla votato alla religione islamica anzi, in netta contrapposizione con i dettami del Corano e che non rispettava il Ramadam. I vicini di casa, persino il padre, lo definiscono un solitario, uno scontroso «il suo sguardo faceva tremare i bambini». Ed ancora, instabile e depresso. Il tutto sfociava nella violenza tanto da colpire tempo fa e dopo un tamponamento, due fratelli con una mazza da baseball. Se non addirittura nello scagliarsi contro la moglie picchiandola ed ancora squartando gli orsacchiotti dei figli ed i materassi di casa.

Indebitato, sbandato, con precedenti penali, ossessionato dalla palestra, dedito all’alcol Mohamed Lahouaiej Bouhlel non era segnalato come «pericoloso» né tantomeno sospettato. Uno dei tanti immigrati in cerca di fortuna, sposato con una franco-tunisina e con un permesso di residenza di dieci anni. Nel suo computer, nella casa di Nizza, nessun tipo di collegamento con l’Isis. Ma è presto per dirlo; le indagini più approfondite diranno se era legato al jihadismo.

Una scheggia impazzita? Un esaltato mitomane che con un gesto così eclatante, nella sua mente contorta, si vede immolato ed idolatrato seminando morte?

Paradossalmente, con Nizza, si alza il tiro. Che sia stata o meno guidata l’azione che ha portato alla morte di 84 persone e al ferimento di circa 200 (quanti bimbi!) si tratta di un episodio che rende ancora più tormentato il periodo che stiamo vivendo da qualche anno a questa parte.

Perché è più pesante l’angoscia della paura. L’attesa, la consapevolezza che ovunque può capitare; che non servono più aerei che puntano sulle Torri gemelle di New York. Che non c’è un’azione kamikaze come a novembre a Parigi, al Bataclan o davanti ad un ristorante. Che persino l’evento considerato più a rischio, quello degli Europei di calcio appena conclusi, forse non è stato preso in considerazione dai terroristi.

In qualsiasi modo, con un Tir come a Nizza e usando armi finte (sembra che Mohamed Lahouaiej Bouhlel avesse solo una pistola vera) o chissà in quale altra impensabile circostanza c’è l’effetto imprevedibilità nella normalità.

Ancora la Francia. In una città considerata chic e sobria, a due passi dal Principato di Monaco dove tutto (o quasi) è fiaba. In una circostanza quale è quella dell’anniversario della presa della Bastiglia, una festa nazionale che attira turisti da tutto il mondo. E non a Parigi dove lo spiegamento di forze poche ore prima era a protezione del presidente Hollande. A Nizza, come in una qualsiasi festa di piazza italiana; dove lo stare insieme a due passi dal mare a guardare i fuochi d’artificio, rende tutti uguali e non soltanto come ceto sociale.

Tutti uguali. Grandi e piccini, con gli occhi all’insù in un momento di magia e di leggerezza.

Chissà se il 31enne ha mai assaporato un momento come questo o altri. Chissà se in nome di quale Dio o di quale eventuale malattia, abbia trascurato di guardare i suoi figli appena nati. Lui e tanti altri che vedono solo infedeli; che, come abbiamo avuto modo di affermare in un’altra occasione, vivono in corto circuito perenne.

E non ci si faccia influenzare dalle rivendicazioni di queste ore. È molto probabile che l’azione di Nizza, la mattanza di Promenade des Anglais, non sia stata pianificata se non dallo stesso assassino in solitudine. Ecco il perché della maggiore pericolosità dovuta a schegge impazzite che vagano e seminano odio e morte.

Non siamo esperti di politica internazionale ma certo quella che dopo i fatti di Parigi definimmo “guerra” così come peraltro ha fatto Papa Francesco, deve essere affrontata come tale.

Chi, come noi, ha sempre creduto nella democrazia e nei diritti civili. Nella mano bianca che stringe la nera. Chi, come noi ha visto in Martin Luther King e nei Kennedy la speranza di un mondo migliore, oggi si trova ad affermare che sì, se necessario bisogna rivedere Shengen. Almeno per un periodo. Siamo in stato di allerta perenne e necessitano azioni radicali; almeno per un periodo che serva a circoscrivere, analizzare, scovare cellule terroristiche che, sappiamo, sono in Europa.

Nel 2016, con il “grande fratello” ovunque. Con smartphone, iPad e quant’altro ci costringono ad essere esposti e guardati a vista. Con intelligence e servizi segreti e con altri mezzi sofisticati dei quali magari non siamo a conoscenza, può e deve essere possibile isolare.

Non basta. Senza l’odiata demagogia (comportamento politico che attraverso false promesse vicine ai desideri del popolo mira ad accaparrarsi il suo favore) c’è bisogno di unità di intenti, conoscenza (opposto di ignoranza intesa come ignorare). C’è bisogno di politica seria. Di guardare finalmente al Medioriente e, visti i fatti recenti, alla Turchia. C’è bisogno degli organismi internazionali (latitanti) come l’Onu, nato nel 1945 all’indomani della devastante Seconda Guerra Mondiale per «preservare la pace e la sicurezza collettiva».

Emanuela Sirchia

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Emanuela Sirchia

Nel 1983 si iscrive all'Università di giornalismo di Camerino. Nell'ottobre del 1988 approda al neo nato "Il Giornale di Ostia", dove rimarrà per 25 anni. Dal marzo 1991 è iscritta all'Ordine dei giornalisti del Lazio. Già collaboratrice per Paese Sera, ha scritto per il giornale aziendale dell'Acea e per il settimanale Free Magazine. Dal 2008 al 2013, è nell'ufficio stampa e pubbliche relazioni del Municipio X e dal 2006 a tutt'oggi ricopre l’incarico di addetto stampa del teatro Nino Manfredi. Ha scritto di cronaca nera, bianca, sport, spettacolo, arte e cultura. Tra i personaggi da lei intervistati: Tito Stagno, l’uomo della luna, Giorgio Albertazzi, Franca Valeri, Paola Gassman, Valeria Valeri, Gianrico Tedeschi e vari campioni sportivi come Bruno Conti, Rudi Voeller e Beppe Giannini. Per la giudiziaria, ha seguito la vicenda dei fratellini Brigida, il caso Marta Russo e l’omicidio di via Poma. E’ stata inviata per il Giubileo del 2000 e dal 1994 è accreditata in Campidoglio. Dice di sé: “ogni volto, ogni storia, ogni mostra visitata, ha lasciato un segno indelebile, esperienze di vita che non hanno eguali”.

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