Spunta sul litorale di Ostia una statua raffigurante il dio dei mari. Rimangono ignoti gli artisti e gli installatori della statua, posizionata su una scogliera a pochi metri dal Pontile. Ma chi è quel dio che da oggi protegge le spiagge romane?

Maestoso, solenne e altero, con il suo affilato e appuntito tridente Nettuno si erge dai mari, e con il suo sguardo vivido e intenso sorveglia il lido ostiense. Pochi giorni fa, gli abitanti del quartiere romano di Ostia, abituati a frequentare la zona del Pontile e del lungomare fin dalle prime ore del mattino, si sono risvegliati con una bizzarra ma piacevole sorpresa: su una scogliera poco distante dal Pontile di Piazza dei Ravennati qualcuno ha posto una statua che ritrae il dio romano dei mari Nettuno in tutta la sua divina fierezza. Sistemata tra le rocce e circondata dai cavalloni che dall’orizzonte si avvicinano alla spiaggia, l’effetto che crea la statua è quello di un nume che dà la sua benedizione ai pescatori e ai nuotatori che solcano le acque del mare, il suo regno. La statua, scolpita in uno stile che richiama la statuaria classica, non è stata commissionata dal Comune di Roma né da alcun privato: l’opera è stata realizzata e sistemata da alcuni ignoti che, nella notte tra domenica 3 e lunedì 4 marzo, lontani da sguardi indiscreti e impiccioni, si sono occupati di sistemarla sulla scogliera prima ancorandola con cinghie di acciaio e poi cementandola, in modo tale che neanche la tempesta più burrascosa possa scalfire l’integrità del dio delle onde. 
E, come diceva il buon De Andrè, “una notizia un po’ originale non ha bisogno di alcun giornale. Come una freccia dall’arco scocca, vola veloce di bocca in bocca…”: in poche ore, il “Nettuno Ostiense” è stato assalito da foto ricordo e addirittura da selfie scattati da qualche audace sub che ha deciso di nuotare fino alla scogliera pur di ammirare da vicino quel magnifico simulacro che ritrae il dio dei mari. 

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Farsi fotografare con i calciatori o i VIP è da pivelli. I veri uomini si fanno le foto con gli Dèi dell’Olimpo!

Ma gli ostiensi sono già abituati a questi “blitz culturali” e alle benedizioni degli antichi dèi romani: già nel 2014, sul Pontiletto dei Pescatori di Via delle Sirene (divelto in due parti da una serie di mareggiate) degli anonimi artisti avevano collocato una statua della dea Venere. Non era un caso che la dea romana della bellezza e della sensualità si trovasse proprio su un pontiletto in legno, luogo di abituale ritrovo di pescatori: il significato, allora, era quello che la bellezza (Venere) di Ostia è proprio il suo mare. Purtroppo, nel 2017, la statua di Venere è andata distrutta, inghiottita dalle onde di una tempesta violenta. Ma da oggi, a proteggere Ostia e il suo mare ci penserà Nettuno, quel dio che gli Etruschi chiamavano Nethuns e i Greci Poseidone.

Ma chi è questo dio, e qual è la sua storia?

Essendo una divinità collegata all’acqua e, di conseguenza, alla forza primordiale della natura, il culto di Poseidone/Nettuno è molto antico, risalente addirittura all’età micenea (XV-XI secolo a.C.). Il mito racconta che Poseidone era figlio di Crono (il romano Saturno), dio del tempo, e di Rea. Crono, nume vissuto nell’epoca immediatamente precedente alla canonizzazione olimpica, era diventato re degli dèi dopo aver evirato (e quindi privato della propria potenza generatrice) suo padre Urano. Il regno di Crono dura per diversi anni, fin quando Gaia (la dea Terra, la stessa che aveva incitato Crono a castrare il padre) non annuncia al sovrano divino un nefasto oracolo: uno dei suoi figli è destinato a spodestarlo, proprio come aveva fatto lui con Urano. Crono, spaventato, divora tutti i suoi figli neonati, tra cui Poseidone. L’unico che viene risparmiato dal pasto cannibalico è il figlio più giovane, Zeus (lat. Giove), che la madre Rea nasconde sull’isola di Creta. Scampato al supplizio e diventato grande, sarà lui a liberare i suoi fratelli e a spodestare il suo trono. 

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Poseidone/Nettuno si distinse anche in un’altra guerra divina: quella contro i Giganti che tentarono di assediare l’Olimpo. In questo fondo di coppa a figure rosse dell’inizio del V secolo a.C. il dio è intento a dare il colpo di grazia al gigante Polibote con un affondo del suo tridente.

Con il declino di Crono, si crea l’Olimpo così come tutti lo conosciamo. Ma Crono non accetta di buon grado la sconfitta, e fomenta la furia dei Titani contro i nuovi dèi. La guerra che ne viene fuori prende il nome di Titanomachia, e si combatte per più di dieci anni senza effettivi risultati. A dare una svolta alla guerra sono gli Ecatonchiri, creature enormi dotate di cento braccia, e i Ciclopi, i giganteschi fabbri divini monoftalmi. Questi ultimi, forgiano per gli dèi le armi che gli assicureranno la loro vittoria contro i sanguinari titani: mentre a i fratelli Zeus e Hades spetteranno rispettivamente i fulmini e un elmo rivestito di pelle di cane, al nostro Poseidone tocca invece il tridente, un forcone di bronzo dotato di tre rebbi. Con queste nuove armi, gli dèi ottengono presto la vittoria. Gli sconfitti titani saranno rinchiusi in una fortezza blindata con porte di metallo creata proprio da Poseidone. Dopo la vittoria sui Titani, i tre fratelli si spartiscono il potere: Zeus prende il comando del cielo e dei fenomeni atmosferici, Hades diventa sovrano dell’oltretomba, mentre Poseidone diventa il dio dei mari e dei terremoti
Come tutti gli dèi dell’Olimpo, anche Nettuno è un dio dai tratti “umani”: talvolta saggio e prudente, ma non di rado capriccioso e vendicativo, i marinai e i mercanti che sapevano di dover affrontare un viaggio per via marittima stavano bene attenti a non scatenare la furia del dio. In una società come quella greca o romana, che molto puntava sul commercio marittimo, assicurarsi che il dio dei mari fosse sempre appagato e compiaciuto era un dovere da osservare con attenzione. Il mito parlava chiaro: chiunque in passato aveva osato mettersi contro Nettuno aveva pagato cara la sua insolenza. A farne le spese, tra i tanti, ci sono due eroi della guerra di Troia: Odisseo (Ulisse) e Aiace Oileo. Il primo infatti, per aver accecato Polifemo, il ciclope figlio di Poseidone/Nettuno, fu costretto a peregrinare per mare per anni. L’altro, particolarmente empio e sprezzante nei confronti degli dèi, alla fine della guerra osò salpare da Troia senza omaggiare i dovuti sacrifici al dio dei mari. Nettuno, indispettito per il gesto, scatenò dunque una tempesta che fece affondare la sua nave. Aiace si salvò, e mentre la sua nave colava a picco nelle profondità dell’abisso, si aggrappò a uno scoglio. Nettuno volle dare un’ultima chance all’eroe greco, il quale però cominciò a ridere istericamente, gridando al cielo che era per merito suo se si era salvato, e non grazie agli dèi. Il dio dei mari, in preda alla furia, scagliò dunque sullo scoglio un potentissimo cavallone, il quale fece cadere e affogare il misero Aiace. 

In quanto dio dei mari, molte isole e città greche e romane (soprattutto quelle in prossimità del mare o che comunque vantavano un discreto commercio marittimo) adoravano Poseidone/Nettuno come patrono e nume tutelare: a Corinto sorgeva un gigantesco santuario dedicato a Poseidone, in prossimità del quale si disputavano i Giochi Istimici (agoni sportivi panellenici, inferiori di fama solo alle Olimpiadi). La campana Paestum invece in epoca magnogreca prendeva il nome di Poseidonia proprio per la devozione che la popolazione riservava al dio del mare. Ad Atene, città talassocratica, il culto di Poseidone era secondo solo a quello di Atena. Il mito attico vedeva infatti Atena e Poseidone contendersi l’intera Attica, la regione di cui Atene è tuttora il capoluogo. Di fronte al giudizio di Cecrope, re della città, e degli abitanti, i due numi furono invitati a mostrare i doni che avrebbero omaggiato alla città. Poseidone mostrò allora alla popolazione un bellissimo cavallo nero, dal pelo lucente e dalla criniera ordinata, simbolo di potenza e dominio. Gli ateniesi sobbalzarono dallo stupore di fronte alla maestosità dell’animale, ma Atena, sicura di sè, rispose per le rime: conficcando la punta della lancia sul suolo, fece sorgere dal terreno un rigoglioso albero d’ulivo, allegoria della pace e dell’ordine ma anche simbolo della prosperità economica della regione. Il giudizio fu unanime, e la città prese subito il nome di Atene proprio dalla dea dagli occhi di civetta che ne divenne orgogliosamente la divinità protettrice. Una versione alternativa del mito, narrata dal grammatico Apollodoro di Atene (o più probabilmente da un suo imitatore) racconta che i fatti andarono così:

Poseidone per primo si recò in Attica, vibrò un colpo di tridente in mezzo all’Acropoli e fece apparire un mare che oggi chiamano Eretteide. Dopo di lui venne Atena, che prese Cecrope come testimone del suo insediamento e piantò un ulivo. Scoppiò una contesa fra Atena e Poseidone per il possesso del territorio e Zeus volle comporla dando loro come giudici non già Cecrope e Cranao, come hanno detto alcuni, bensì i dodici dei. Essi decisero che il territorio fosse assegnato ad Atena, perché Cecrope testimoniò che la dea per prima aveva piantato l’ulivo. Atena diede quindi il suo nome alla città e Poseidone, incollerito, inondò le campagne.

Apollodoro, Biblioteca, III, 14.1.

Tuttavia, la versione “classica” della contesa dell’Attica tra Poseidone e Atena era così importante che, nei lavori di ricostruzione dell’Acropoli avviati nel 447 a.C., Pericle ordinò all’architetto e scultore Fidia che su uno dei frontoni del Partenone fosse ritratta la scena. Del frontone occidentale è rimasto molto poco, e per avere un’idea di come doveva apparire il  gruppo scultoreo, bisogna affidarsi a ricostruzioni come questa qui sotto:

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Una grande vivacità e una suggestiva intensità dei movimenti contraddistinguono il frontone occidentale del Partenone. Al centro, Atena e Poseidone, circondati dai rispettivi carri e dall’albero di ulivo innalzato dalla dea, dibattono per la contesa della città di Atene e della regione. Le altre figure partecipano più o meno attivamente alla disquisizione. Questa ricostruzione del frontone è conservata al Museo dell’Acropoli di Atene.

Come tutti gli dèi, anche Poseidone si lasciava andare ai piaceri della lussuria. Solitamente, i poeti indicano come sua moglie la Nereide Anfitrite (nota ai Greci fin dai tempi di Omero, ma quasi completamente sconosciuta ai Romani) con la quale generò Tritone ma, proprio come il fratello Zeus, anche Poseidone/Nettuno vanta una miriade di amanti sparse tra dee, ninfe e mortali. Tra i suoi figli, legittimi e bastardi, oltre al sopracitato Polifemo figurano anche Cicno, Anteo, Erice (tutti e tre uccisi da Eracle/Ercole) Nauplio, Teseo, Taras (il fondatore di Taranto) e molti altri. Anche Pegaso, il celebre cavallo della mitologia greca, è figlio di Poseidone. La sua nascita è frutto di un’avventura sessuale assai poco onorevole del dio. Secondo la leggenda il dio, invaghito di una giovane di nome Medusa, la cominciò a corteggiare con petulante insistenza, ricevendo da lei solo rifiuti. Avvilito dai “no” ricevuti dalla mortale, il nume la inseguì per possederla. La ragazza cercò la salvezza nella fuga, dirigendosi al tempio di Atena, dove avrebbe chiesto asilo alla dea. Ma Poseidone/Nettuno, in preda  alla sua furia sessuale, la violentò nella cella principale del tempio, sotto lo sguardo della statua di Atena. La dea della saggezza rimase così inorridita da quella scena che trasformò la ragazza in una Gorgone, creatura mostruosa dalla pelle viscida e dagli occhi di serpente che pietrificava chiunque la fissasse negli occhi. Da quel rapporto violento nacquero Pegaso, il cavallo alato domato dall’eroe Bellerofonte, e Crisaore, un gigante che brandiva una lancia d’oro.

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A Roma, sotto il nome di Nettuno, il dio dei mari era onorato con una festività, i Neptunalia, celebrati il 23 di Luglio. L’ingresso del culto di questo dio nella religiosità romana fu graduale: estrapolato dal pantheon degli Etruschi, che adoravano il dio con il nome Nethuns, in un primo momento questi era identificato come divinità protettrice delle acque correnti, degli specchi di acqua dolce, dei pozzi e delle irrigazioni. Solo con il diffondersi del costume ellenistico a Roma il dio fu del tutto e per tutto assimilato come controparte romana del greco Poseidone, anche se purtroppo il dio dei mari a Roma non vantò mai la stessa devozione che riceveva invece da parte dei Greci. Nelle raffigurazioni artistiche, anche i Romani immaginavano Nettuno con gli stessi attributi con cui lo ritraevano gli artisti Greci: un uomo maturo e barbuto con i capelli lunghi e ondulati, dalla corporatura robusta e muscolosa, che impugna un tridente e talvolta guida un carro trainato da ippocampi (cavalli con la coda di pesce che corrono sul pelo dell’acqua). E chiunque abbia scolpito quella statua che da diversi giorni domina il lido romano, si è ispirato probabilmente a quelle meravigliose statue antiche che ritraggono il dio in tutta la sua potenza. Con l’augurio che alla città di Ostia e ai suoi abitanti il “Signore del mare e delle acque” si mostri generoso e benefico. 

                                                      
                                                                                                                  Michele Porcaro

 

Fotografie della statua a cura di Emanuele Valeri