L’intervista all’artista italo-belga da anni attivo nella capitale per trasmettere il suo messaggio: Protect People not Borders.

 Roma – Una vita svoltasi al di sopra dei confini, una sincera e sentita interculturalità, un talento connaturato, ma più di tutto un’abbondante dose di interesse per il sociale sono gli ingredienti che rendono Antoine Sibomana un’artista necessario in un mondo dominato dall’intolleranza.

Italo-belga, cresciuto tra l’Europa e l’Africa, attraverso l’unione di pittura e fotografia restituisce ai nostri occhi un’immagine dei migranti pura in cui a parlare sono volti autentici privi di filtri e censure. Nell’intervista per Kim ha raccontato la sua storia, fatta di viaggi, incontri e una personale perpetua lotta per distruzione delle barriere.

Raccontami di te.

Mi chiamo Sibomana, sono italo-belga e sono cresciuto prima in Congo e in Ruanda, poi a Bruxelles. Attualmente sono a Roma da dieci anni. Ho un background di dieci anni di graffiti, ma dal mio arrivo in Italia ho abbandonato le bombolette: ho iniziato a dipingere con i pennelli e a fare grandi murales per strada. Quattro o cinque anni fa ho iniziato a lavorare su poster e a unire pittura e fotografia, lavorando su grandi formati. C’è stato un momento di svolta in cui ho deciso di abbandonare il figurativo per lavorare su tematiche che mi stavano a cuore. Ho realizzato che mi piaceva molto l’idea di fare passare un mio messaggio attraverso l’arte. Per questo nel 2015 sono approdato alla tematica della migrazione. È tutto iniziato con un murales fatto al centro Baobab, allora aveva sede a Via Cupa. È seguito poi un viaggio molto lungo sulle rotte della migrazione di cui ho visitato molte tappe. Ogni volta che ne visito una incontro molte persone e scatto molte foto su cui lavoro per poi portale nella successiva tappa.

Credi che attraverso l’arte pubblica si possa combattere l’intolleranza?

Io lo spero e ci sto provando da tanti anni. Per me l’arte è un modo di far vedere le cose da un punto di vista differente, in un modo diverso da quello che presentano i media. Soprattutto se lavoro per strada con i miei disegni provo a far fermare le persone, a stimolarle a riflettere. Davvero non so se questo tipo di arte farà cambiare il punto di vista delle persone, ma io ci provo con tutto me stesso.

Parliamo un po’ di più del tuo rapporto con il centro Baobab che negli scorsi mesi è stato protagonista della cronaca romana e nazionale. Come è iniziata la vostra collaborazione e cosa ti ha dato questa esperienza?

Era l’estate del 2015. All’epoca i flussi migratori erano più importanti perché le rotte erano ancora aperte. C’era un accampamento abbastanza grande a Ponte Mammolo che è stato poi sgomberato. Sono venuti con le ruspe e circa duemila persone si sono trovate per strada intorno alla stazione Tiburtina. Ti parlo di mamme di neonati, di bambini. Era una situazione davvero molto grave. Da lì è nato il Baobab come lo intendiamo ora. Esisteva già, ma era un po’ un centro culturale e un po’ un piccolo centro accoglienza con solo 100 posti letto. Dopo lo sgombero di cui ti dicevo, dato il disinteresse del Comune e dello Stato, il gestore ha deciso di accogliere tutti. Dopo poche settimane sono andato lì per vedere la situazione, per portare un po’ di vestiti per i ragazzi. In cinque minuti, mi sono ritrovato a cucinare e preparare la cena. È iniziato così un periodo lunghissimo in cui ho messo la mia vita da parte: ero lì dodici ore al giorno e lavoravo di notte. Dopo mesi, ho sentito il bisogno di distaccarmi pur continuando a lavorare per i migranti. Ho iniziato questo viaggio lungo le rotte della migrazione. Sono rimasto comunque sul campo, ma in un altro senso, provando a far passare il mio messaggio. Ho continuato a lavorare con il Baobab negli anni. A ottobre 2018 è stato costruito un muro attorno all’accampamento del Baobab: una ringhiera alta tre metri. È stato un gesto che davvero non mi è piaciuto: i muri di separazione sono ghettizzazione. Mi ricordano un passato di cui non dobbiamo vantarci. Ho deciso di fare un intervento artistico su quella ringhiera (Walls of  shame, ndr). Ho lavorato una settimana e creato un’opera di 14 metri di lunghezza per circa 3 metri e mezzo di altezza. Ho attaccato uno ad uno uno stormo di 350 uccelli neri, alcuni però erano fatti con gli occhi dei migranti. Ho installato una struttura che passava oltre il limite più alto della ringhiera così ché lo stormo potesse superarne il confine. Mi piace molto la simbologia degli uccelli. Sono animali liberi, che dall’alto possono volare oltre tutti i confini e le barriere. Purtroppo ho finito l’intervento il venerdì e il lunedì successivo un gruppo di persone ha strappato via gli striscioni pacifici del Baobab ma anche metà della mia opera, circa 100 o 200 uccelli. Il martedì il Baobab è stato sgomberato dalla polizia.

C’è un progetto che ti ha visto protagonista e che mi ha davvero molto appassionata. È quello di Explora, il Museo dei Bambini di Roma. Non deve essere facile dialogare con dei bambini di una tematica delicata come quella della migrazione.

È stata un’esperienza meravigliosa, la prima per me con i bambini così piccoli. Sono stato contatto dal Museo Explora per una mostra sulla migrazione. Ho deciso di mettermi in contatto con un centro accoglienza di Roma Est e ho chiesto di lavorare con una decina di bimbi. Sono stato più volte con i bambini lì al centro per conoscerci, disegnare e parlare. Sono molto contento del risultato di quel lavoro perché la prima volta che li ho visti erano molto timidi. Sono bambini arrivati in Italia nel modo che conosciamo tutti, è stato difficile trovare il giusto modo di interagire, ma poi, pian piano, si è creato un rapporto speciale e si sono aperti tantissimo. Un giorno abbiamo scattato le foto ai loro volti e poi ho iniziato a dipingere. Inizialmente non sapevo bene in quale direzione andare, per cui una volta ho portato un book con i miei lavori. Lo hanno sfogliato loro tutti insieme, e sono arrivati a queste immagini in cui si vedevano i giubbotti salvagente e il fischietto. Un tempo facevo lavori molto forti e di impatto. Vedendo quelle immagini, hanno avuto tutti una reazione estremamente negativa. Hanno fatto tutti segno che erano brutti ricordi, non volevano farli riemergere. Ho deciso quindi di lavorare in una direzione diversa: di non far emergere la negatività del loro passato ma di mettere in mostra i loro sorrisi. È incredibile vedere quanto siano felici dopo tutto quello che hanno attraversato. Ho voluto far vedere questo loro lato, per cui non ho usato elementi che richiamano troppo alla migrazione. Ho usato solo il mare, che è diventato la parola chiave della mostra, e i loro ritratti. È stata una bellissima esperienza conclusasi il giorno dell’inaugurazione con un workshop a cui tutti loro hanno partecipato insieme a dieci bambini di Roma.

Hai un progetto nel cassetto?

Il mio progetto più grande è di andare in Palestina e lavorare lì per un po’ di tempo, magari creare dei workshop e mettermi in contatto con gli artisti locali. Credo sia questo il mio sogno più grande, però ci vuole tanta preparazione. Un altro progetto molto importante per me è su mio nonno dalla parte belga della mia famiglia. È stato resistente durante la guerra e arrestato dalla Gestapo sopravvivendo ai campi di concentramento. Ho iniziato a lavorare con lui, ma è un percorso lungo e delicato su cui sto ancora molto riflettendo.

Cosa ti senti di dire alle nuove reclute dell’arte?

Niente è impossibile se davvero lo vuoi e dai tutto quello che hai dentro di te. Arrivarci non è facile, ma non fermarti mai se nel profondo sai che quella strada è la giusta per te.

A cura di Serena Mauriello