Oltre il Ponte

NEL SEGNO DELL’ACCOGLIENZA

Dalla Repubblica Ceca che marchia i migranti ai continui morti nel Mediterraneo, forse quello che serve è più aiuto reciproco. Perché non solo il migrante ha bisogno d’aiuto, anche il Paese che accoglie necessita di una mano che gli permetta di non affondare.

Roma-  Alla luce degli ultimi fatti accaduti in termini di migrazioni non si può non dar voce a determinati interrogativi che, ahinoi, chissà se troveranno mai la strada per una risposta concreta. I morti nel Mediterraneo pesano sulla coscienza di tutti, e l’affermazione secondo cui esistono guerre da cui l’unica via d’uscita è la fuga non può che essere condivisa. Nonostante nei libri di storia si legga anche di persone che hanno preferito combattere sino alla fine pur di restare liberi di vivere nel proprio Paese, capisco che la fuga possa essere una scelta oltremodo rispettabile (e comunque il mio giudizio in tal senso è di parte in quanto provengo da una famiglia di carbonari, garibaldini, partigiani e combattenti di vario genere i quali mi hanno regalato il lusso di poter star qui a scrivere dietro ad un pc senza correre il rischio di venir ucciso o perseguitato).

Se capisco la fuga, quello che proprio non capisco è la mancanza di un forte controllo attuato da parte delle istituzioni nei confronti di chi riesce a mettere piede nel nostro Paese. O meglio, quello che non capisco è un certo astio verso più efficaci forme di controllo. Certo, sarebbe bello poter dire che la Terra appartenga a tutti e che quindi certe affermazioni come “il nostro Paese”, siano moralmente scorrette, ma non è così. I confini esistono, le regole esistono ed un adeguato controllo affinché i primi e le seconde vengano rispettati è una necessità.

A tal proposito, e solo per fare un esempio, non è assurdo chiedersi come sia possibile che chi è ancora in attesa di essere riconosciuto come rifugiato (o sia in attesa di un altro tipo di riconoscimento) abbia determinate libertà di movimento o, nel caso, le pretenda. Se marchiare i migranti come sta accadendo nella Repubblica Ceca può chiaramente apparire come una pratica barbara, che riporta alla mente periodi oscuri della nostra storia e che, giustamente, va condannata, come si può fare? Dove, in che cosa, si può trovare quella moderazione (intesa come giusta misura) capace di dar vita ad un rapporto equo e sicuro tra migrante e Paese d’accoglienza?

Il lavoro da fare è tanto è difficile, la popolazione italiana è già allo stremo e l’UE barcolla. Forse non solo nelle leggi si può trovare la risposta, forse, una presa di coscienza che richiami a quella reciprocità che insegna che io riconosco te nel momento in cui tu riconosci me sarebbe già qualcosa. Tale reciprocità affonda le sue radici nel fatto che l’accoglienza è un obbligo morale, certo, che però nasce sempre e comunque da una scelta: quella di voler rispettare tale obbligo. L’accoglienza rappresenta la volontà di dar spazio a quel sentimento trascendente, e biologicamente inesistente, quale è il vero altruismo, in luogo ad un spesso più semplice e utile egoismo. Tale volontà va però rispettata, riconosciuta e supportata in quanto questo nobile gesto è allo stesso tempo dovuto e concesso.

A nulla serve l’odio di fronte ad un dato di fatto quale è il fenomeno delle migrazioni oceaniche che oggi, con forza, sta mettendo alla prova una buona parte della popolazione mondiale. Lo stiamo provando sulla nostra pelle: l’odio porta confusione, la confusione porta disgrazie, le disgrazie portano altro odio. Ciò che aiuterebbe molto, e qui mi rivolgo ai migranti, sembrerebbe essere l’accettazione. Accettazione delle necessità di controllo e verifica da parte delle autorità competenti. Accettazione del fatto che, se è vero che si è riusciti a scappare da morte certa, alcune privazioni sono in realtà un piccolo prezzo da pagare di fronte al grande dono che è la possibilità di vivere ancora. Accettazione del fatto che prima di voler raggiungere i propri familiari, prima di avere ciò che si desidera, si deve dimostrare con vigore la volontà di aiutare chi sta aiutando. In tutti i modi possibili e con la più completa disponibilità, donando e offrendo il proprio impegno e non solo chiedendo e rivendicando a chi già ha tanti problemi ma che, nonostante tutto, ha deciso di tendere comunque una mano a chi ha bisogno. Solo così, solo aiutandosi a vicenda, solo perseguendo con fermezza chi si oppone a questa reciprocità, forse, si riuscirà a calmare queste acque sempre più mosse e sempre più rosse.

Federico Molfese

Federico Molfese

Laureato in Relazioni internazionali presso l’Università di Roma La Sapienza, ha approfondito i suoi studi seguendo un master in Mediazione interculturale e interreligiosa presso l’Accademia di Scienze Umane e Sociali di Roma. Appassionato di geopolitica e attento a temi quali diritti umani, dialogo nelle sue più svariate forme, fondamentalismi e metodi per la risoluzione dei conflitti, ha svolto diverse conferenze presso alcuni istituti scolastici di Roma. Attraverso un periodo di stage presso l’Onlus “InMigrazione”, nel campo dell’accoglienza dei migranti in territorio nazionale, ha potuto ulteriormente approfondire la sua conoscenza riguardo il rapporto che intercorre tra lo Stato italiano, l’Unione Europea ed il fenomeno migratorio. Per diletto si interessa allo studio delle religioni e della simbologia sacra, nonché all’insegnamento di diverse discipline marziali. Ama storie fantasy di autori come Tolkien, Michaele Ende, Jule Verne e Stevenson e nutre una grande passione per la scrittura.

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