Gli studi antropologici e i discorsi di M.L. King dimostrano come superare le disuguaglianze sociali radicate negli stati nazionali.

 

Nelle ultime settimane il dibattito politico sulla modifica della legge sulla cittadinanza n.91/1992 ha scatenato incredibilmente il pensiero dell’opinione pubblica come di ogni singolo italiano nel paese. La lezione d’inciviltà al Senato, con la spettacolarizzazione del dissenso di alcuni senatori leghisti e le baruffe che hanno mandato il ministro Fedeli in infermeria; i fumogeni e gli striscioni di Casapound sotto Palazzo Madama; la polemica sui social a colpi di odio sono stati lo specchio di un’Italia che non vuole affrontare le sfide della contemporaneità e del futuro, che senza coraggio rinuncia a riflessioni per uscire dalla sua mediocrità.
Ius soli o Ius sanguinis? “Prima gli italiani e no all’invasione degli stranieri! Tra 50 anni non ci saranno più italiani veri se diamo la cittadinanza agli stranieri!”.
Si è sentito un po’ di tutto, dalla voce dei social a quella degli autorevoli osservatori, eppure si è rimasti sempre alla superficie del problema, di una questione che nella sua profonda complessità raccoglie oggi i temi dell’integrazione, della sicurezza e del terrorismo; ma anche quelli dell’immigrazione, dei diritti umani e della politica. Riflettere sulla cittadinanza significa farlo sulla disuguaglianza, rivedendo la strada che vogliamo intraprendere come società civile.

Il testo della legge presentata in Senato prevede lo Ius soli (diritto del suolo), per cui “solo chi è nato nel territorio della Repubblica da genitori stranieri, di cui almeno uno sia titolare del diritto di soggiorno”, abbia diritto alla cittadinanza così come “chi sia residente da almeno sei anni e  abbia  frequentato regolarmente, nel medesimo territorio, un ciclo scolastico, con il conseguimento del titolo conclusivo, presso gli istituti scolastici appartenenti al sistema nazionale di istruzione”. Un passo in più dell’attuale Ius sanguinis (diritto per nascita) che indica l’acquisizione della cittadinanza per nascita, riconoscimento o adozione, da anche un solo genitore cittadino italiano.
Ma cosa significano cittadinanza, identità e nazionalità? Perché è così complicato trovare accordi e benefici comuni su questi temi?

L’antropologia culturale studia da decenni ormai queste situazioni e può farci riflettere, mettendo in discussione i soliti stereotipi e avvicinandoci all’altro da noi, allo straniero che incute timore perché diverso. Genere, classe, casta, razza, etnicità e nazionalità non esistono, sono invenzioni culturali che non coincidono con classificazioni biologiche. Sono espedienti creati dai gruppi di potere per vivere nei privilegi e mantenersi, creando barriere sociali ormai radicate nell’ignoranza e nella storia umana, difficili da sradicare. La nazionalità, quella che qui interessa, è il senso di identificazione con uno stato nazionale e di lealtà nei suoi confronti; da sempre alimentata e controllata dal nazionalismo e dagli stati nazionali, cioè dalle entità costituite da cittadini con linguaggio, cultura e valori condivisi ed omogenei. Un modello di stato che regge ormai da secoli e che però dal ‘900 va incrinandosi per l’esplosione dei nuovi fenomeni della globalizzazione che con i suoi flussi di capitali, persone e ideologie sta portando a rivedere le idee convenzionali su queste entità nazionali. I grandi spostamenti incontrollati di persone, anche se permessi dagli stati che ne hanno necessità (lavoro, tasse, studenti, turisti), riducono il diritto sovrano degli stessi a determinare quello che avviene all’interno dei loro confini. Così gli stati devono fare i conti con i valori politici e le convinzioni religiose che gli stranieri portano con sé, concedendo la possibilità per lo straniero di un’assimilazione (magari permanente) nel territorio e tessuto sociale. Con la globalizzazione le nozioni tradizionali di cittadinanza diventano pericolosamente inadeguate. Che senso hanno le divisioni e le cristallizzazioni in un mondo-villaggio globale? Sulla bilancia dell’umanità pesano più i vantaggi o i rischi di una cittadinanza allargata? Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo?

Se si vuole mettere in discussione la sovranità nazionale bisogna fare lo stesso con la concezione di cosa significhi essere un cittadino; ma forse è proprio questo che non si vuole fare, che la politica e la società dello stereotipo e del non-pensiero non vogliono affrontare. E allora la cittadinanza legale e quella sostanziale non coincidono, lasciando al fallimento del multiculturalismo (le relazioni fra Stato e minoranze) le responsabilità per una pace sociale sempre più difficile. In Francia l’assimilazionismo etnocentrico (cittadinanza con adozione cultura francese), in Gran Bretagna il pluralismo ineguale (immigrati devono rispettare e non mettere a repentaglio lo stile britannico), in Germania l’istituzionalizzazione della precarietà (immigrati ospiti temporanei nello Stato), rappresentano infatti dei modelli di integrazione che solo in questi anni si sono rivelati negativi, nella vendetta terribile dei terroristi “lupi solitari” di seconda generazione. Se vuole superare questa crisi l’Europa come Unione deve studiare ed attuare un approccio condiviso alle sfide dell’immigrazione e del multiculturalismo, sostenendo delle concezioni della cittadinanza che assicurino il diritto all’assimilazione così come il diritto a vedere la propria diversità riconosciuta e supportata nella sfera pubblica e privata. Poiché la partecipazione alla cultura pubblica o nazionale è necessaria ai fini dell’effettivo esercizio della cittadinanza e perché allo stesso tempo va difeso e riconosciuto il diritto ad ampliare e adattare la cultura nazionale, che già proviene da secoli di scambi e arricchimenti culturali.
L’Italia storicamente non è mai stato un paese razzista eppure oggi l’intolleranza verso l’altro è cresciuta (soffiata da gruppi politici e gruppi facebook) per la sottovalutazione del peso che i cambiamenti globali hanno sulla società. Dobbiamo ridefinire i presupposti legali del vivere comune: garantire una ragionevole accoglienza, una buona istruzione, una fiducia nell’altro che vada dalla cucina alla religione.
Una buona integrazione-cittadinanza ha effetti anche nella gestione della sicurezza (quindi contro il terrorismo) e del futuro delle prossime generazioni che dovranno vivere un mondo davvero senza nazionalità, intesa come organismo chiuso e immobile. Non possiamo più permetterci una popolazione di migranti e rifugiati dallo status sociale anomalo e ambiguo che apra la strada a nuovi cicli di lotta sociale. Discutere di cittadinanza oggi è una realtà e un dovere per una generazione di uomini e ragazzi senza identità.

È il momento che la politica e ciascuno di noi abbia questa consapevolezza, mettendosi al servizio dei temi che questo tempo ci impone. Ricordando le azioni e le parole che Martin Luther King spese in quel sogno per i diritti dei neri americani in quei non troppo lontani anni ’60. Anni di disuguaglianza, paure, violenza e odio; che oggi neri, arabi, cristiani, musulmani e quanti altri vivono.
“I negri sono stati intimiditi, umiliati e oppressi a causa del solo fatto che erano negri. Molti di loro ora sono persi nella fitta nebbia, dell’oblio. Viene il momento, amici miei, in cui la gente è stanca di essere precipitata nell’abisso dell’umiliazione, dove fanno l’esperienza della desolante e persistente disperazione. Viene il tempo in cui la gente è stanca di essere allontanata da una vita scintillante del sole di luglio e lasciata in mezzo al freddo acuto di un alpino novembre. Ma la grande gloria della democrazia americana è il diritto di protestare per i diritti”.
“In questa congiuntura della storia della nostra nazione, c’è una la necessità urgente di una coscienziosa e coraggiosa capacità di governo. Se dobbiamo risolvere i problemi in anticipo e rendere la giustizia razziale una realtà, l’attuale capacità di governo deve essere quadruplicata. Noi dobbiamo contrapporre l’amore all’odio. Dobbiamo cercare un’integrazione sulla base del mutuo rispetto”.
“Fu la normalità a Marion che condusse alla morte brutale di Jimmy Lee Jackson. Fu la normalità a Birmingham che condusse la domenica mattina alla morte di quattro meravigliose, inoffensive, innocenti ragazzine. Fu la normalità sulla Highway 80 che indusse le truppe statali ad usare i gas lacrimogeni ed i cavalli e i manganelli contro esseri umani disarmati che stavano semplicemente marciando per la giustizia. Fu la normalità in un caffè di Selma, in Alabama, che portò alle brutali percosse del reverendo James Reeb. E’ la normalità che lascia per tutto il nostro paese che il negro perisca su una desolata isola di povertà nel mezzo del vasto oceano della prosperità materiale. E’ la normalità per tutta l’Alabama che impedisce ai negri di esercitare il diritto di voto. No, noi non permetteremo all’Alabama di tornare alla normalità. La sola normalità di cui noi ci accontenteremo è la normalità che riconosca la dignità ed il valore di tutti i figli di Dio. La sola normalità di cui ci accontenteremo è la normalità della fratellanza, la normalità della pace vera, la normalità della giustizia. Ci sarà un giorno non dell’uomo bianco ne dell’uomo nero. Ci sarà il giorno dell’uomo quale uomo”.
“Ho un sogno questo pomeriggio, che un giorno bimbi bianchi e bimbi negri saranno in gradi di stringersi la mano come fratelli e sorelle”.
“Chi tira via da me la mia libertà mi deruba di quello che non lo arricchisce e che rende me più povero. So che l’amore è in definitiva la sola risposta ai problemi dell’umanità; quando mi facevo le domande sull’intera società, questo significava vedere alla fine che il problema del razzismo, il problema dello sfruttamento economico ed il problema della guerra sono tutti legati insieme”. 

La varietà, la creatività e la consapevolezza delle alternative, se vogliamo seguire questo sogno, sono connaturate alla specie umana. Siamo una specie vincolata dalla nostra cultura e al tempo stesso libera di cambiarla. Questa libertà è rischiosa e fa paura, ma è in questa reciproca interazione tra libertà e costrizione che risiede il nostro futuro. Tocca a noi crearlo.

 

Emanuele Forlivesi