Tra le varie canzoni natalizie cantante nelle scuole medie compare una canzone di cui proprio si poteva fare a meno. Tra superficialità e sfumature politiche “Natale di Cioccolata” , la canzone del libro “Buon Natale in 100 lingue”, di Marco Testoni e Mario Zanotelli, più che amore rischia di regalare rabbia e parzialità…si potrebbe dire: bella l’idea, peccato per la realizzazione.

Si avvicina il Natale, una festa per tutta la cristianità in quanto si celebra la nascita di Gesù. Ma il Natale non è “solo” questo, chi lo celebra lo sa bene. L’abete decorato e, accanto a questo, il presepe, rappresentano quel mezzo che riconnette alcune persone a certi valori nei quali credere e attraverso i quali ci si riconosce in quanto comunità. Piccola o grande che sia. Valori antichi che vanno preservati, adattandoli ai tempi, certo, ma preservati. Da cristiano vien da chiedersi quanto questi valori siano effettivamente protetti, quanto siano utilizzati come strumento di propaganda e quanto siano osteggiati da coloro che di Natale non ne vogliono proprio sentire parlare.

Poco importa che il cristanesimo sia una delle primissime culle del dialogo tra le religioni e tra i popoli. Poco importa il riconoscimento che vari Papi hanno fatto guardando agli errori che la Chiesa ha commesso nel tempo chiedendo letteralmente scusa. Poco importa che la parola “cattolico” voglia dire “universale”, che abbraccia tutti, e che per alcuni con “universale” ci si riferisca anche ad una universale accettazione e riconoscimento dell’importanza dell’altro rispetto all’individualissimo “me” (cosa non di poco conto in questi tempi nei quali l’individualismo domina). Poco importano tutte queste conquiste, sempre ci sarà chi schernisce il Dio di questa religione (consapevole che nessun gruppo fanatico gli mozzerà la testa) o si approprierà di un credo che accoglie in sé una comunità enorme, anzi, che accoglie in sé tutti, per farne, consapevolmente o inconsapevolmente, un qualcosa di folkloristico in odor di propaganda. Non sarà sfuggita in tal senso la polemica scoppiata in quel di Sorbolo (Parma) dove delle audaci maestre di una scuola media hanno proposto di far cantare ai bambini una canzone scritta da altrettando audaci (o superficiali?) canzonettisti che si sono prodigati nello scrivere di un Babbo Natale che porta un bel sacco pieno di permessi di soggiorno ai bambini più bisognosi. “Natale di cioccolata”, il nome della canzone. Target: bambini e rispettive famiglie.

Superficiali. Si perché la canzone fraintende completamente il significato del Natale. A mio avviso, sia ben chiaro. La sveglia esistenziale che il Natale dovrebbe portare riguarda tutte le sofferenze, non solo alcune; riguarda tutte le persone, non solo alcune; tutte le situazioni in cui c’è bisogno d’amore e riconciliazione, non solo alcune. Natale è la speranza in una realtà più luminosa e gloriosa indirizzata a tutti, nessuno escluso. Famiglie in difficoltà, poveri, ammalati, persone in guerra… Ma anche persone e famiglie serene che nel Natale possono trovare un modo per essere grate di ciò che hanno e di ciò che non hanno. Nelle parole della canzone, purtroppo, passa il messaggio che quest’anno ci si deve concentrare solo sui permessi di soggiorno, calpestando tutti gli altri problemi.

Ho lavorato all’interno di uno SPRAR, ho avuto modo di parlare con chi scappa da una guerra e con chi non si capisce bene se stia scappando o se stia cercando casa. Ho sentito storie atroci e storie ambigue. Il Natale serve a ricordarsi anche di queste persone, certo, nessuno lo mette in dubbio, mi auguro dal profondo del cuore che chi è in seria difficoltà venga aiutato con tutti i mezzi possibili. Ma non si può sintetizzare il Natale in questa o quella situazione contingente perché questa festa è molto di più del permesso di soggiorno e di un Babbo Natale che si impegna ad interrogare ogni richiedente asilo, contattare la commissione territoriale e ottenere i permessi (magari facendo pure chissà quanti ricorsi). Natale è molto di più di queste iniziative che sanno troppo di buonismo politicizzato.

A chi ha scritto questa canzone di cui si poteva fare a meno, oltre che invitarlo a riflettere sul vero significato del Natale vorrei dedicare una storiella zen che forse può aiutare a capire cosa si intenda quando si dice “pensare a tutti e non solo ad alcuni”.

Recitare i sutra”

Un contadino chiese a un prete Tendai di recitare i sutra per sua moglie che era morta. Finita la recitazione, il contadino domandò: «Tu credi che mia moglie ne trarrà vantaggio?». «La recitazione dei sutra sarà di beneficio non solo a tua moglie, ma anche a tutti gli esseri senzienti» rispose il prete.

«Se dici che sarà di beneficio a tutti gli esseri senzienti,» ribatté il contadino «sta’ a vedere che mia moglie è troppo debole e gli altri ne approfitteranno per rubarle il vantaggio che toccherebbe a lei. Sicché recita i sutra soltanto per lei, su da bravo». Il prete gli spiegò che un buddhista vuole elargire benedizioni e augurare benefici a ogni essere vivente. «Questa è una bella regola,» tagliò corto il contadino «ma stavolta fa’ un’eccezione, per piacere. Ho un vicino che è un gran villano e mi fa sempre un sacco di sgarbi. A me basta che da tutti quegli esseri senzienti tu escluda lui».

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