“Se ne stava seduto lì, in barba alle ordinanze municipali, a cavalcioni del cannone Zam-Zammah che fronteggiava la vecchia Casa delle Meraviglie, come gli indigeni chiamano il museo di Lahore. Chi detiene Zam-Zammah tiene il Punjab e quel gran pezzo di bronzo verde è sempre stata la preda più ambita del conquistatore. A parziale giustificazione di Kim c’era il fatto che gli inglesi tenevano il Punjab, e Kim era inglese”.

Chi non conosce l’incipit di Kim, il più celebre e celebrato romanzo di Rudyard Kipling, la storia di vita del ragazzino indiano di strada, mezzo indiano e mezzo inglese con la pelle caffelatte che compie un viaggio in treno e a piedi nel continente misterioso tra piccoli e grandi intrighi di potere, truffatori di piccolo cabotaggio, ufficiali coloniali di pochi scrupoli, mercanti arabi di cavalli e monaci buddisti alla ricerca di fiumi sacri? Diventerà inconsapevolmente una pedina della Storia, di quel Grande Gioco delle potenze europee di fine Ottocento che disgraziatamente disegnarono la mappa sballata di quel Medio Oriente che da allora non ha più trovato pace.

Questo nuovo magazine non poteva scegliere nome più azzeccato e insieme più suggestivo per dichiarare la sua missione: raccontare storie dal mondo (soprattutto), ma anche dall’Italia e da Roma, ritornando alle origini del giornalismo, cioè l’inchiesta in presa diretta. Quello  che, come dicono loro stessi, ci ha insegnato “il primo reporter dell’antichità, quell’Erodoto che alle sue storie dalla Babilonia alla Persia ha dedicato un libro che parla di mondi lontani e popoli sconosciuti. Lui che ha raccontava città e popoli piccoli e grandi, senza far differenze”.  Reporter è un po’ riduttivo per un gigante come Erodoto, uno dei massimi storici dell’antichità, ma chiedendogli umilmente scusa prendiamolo a padrino de Il Kim, che ha dalla sua un progetto davvero grande, qualcosa che ha a che fare con una sorta di rifondazione del giornalismo. Sì perché, parafrasando proprio il giornalista Kipling che seguì conflitti e drammi umani ovunque, e che diceva che “ci sono due tipi di uomini, quelli  che stanno a casa  e quelli che non ci stanno ”, noi potremmo dire che anche i giornalisti si dividono in quelli che partono e quelli che non partono.

Questo magazine sarà fatto dai primi di questi. Ed è tanto di guadagnato per tutti: gli ultimi anni che hanno portato alla grande crisi della professione e della sua credibilità, guarda caso coincidono proprio con la diffusione a tappeto delle tecnologie e di internet, di per sé ottimi supporti, ma quando non diventano sostitutivi del contatto di pelle con le persone, le loro esperienze, le loro gioie e le loro sofferenze. Quei giornalisti che non stanno a casa, spesso vanno a rischio e spese proprie, per portare però testimonianze molto più credibili, perché viste con i propri occhi e non diffusi da video o foto o messaggi “virali” che nessuno può verificare. E allora tutto il mestiere torna ad essere credibile, con vantaggio per tutti. Anche per quelli che stanno a casa.