Dagli scavi pompeiani della Regio V, non lontano dal recentemente rinvenuto affresco di Leda e il Cigno, riemerge un suggestivo dipinto del bellissimo Narciso. Una piacevole scoperta archeologica che si inserisce nell’infinita lista dei tesori di Pompei.

L’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. ha lasciato nell’area soggetta al cataclisma danni ingenti e irreparabili. Ma, tra le tante sciagure di quel disastro, quella tragedia ha avuto il “pregio” (se così si può chiamare) di aver scattato una meravigliosa istantanea della vita di una florida e vivace città romana del I secolo d.C. come Pompei e ha permesso di poterne assaporare quella quotidianità che fu infranta dalle bollenti colate laviche del vulcano. Sotto strati di livida pomice, gli scavi archeologici degli ultimi tre secoli hanno restituito alla luce suggestivi capolavori, tra i più belli dell’arte romana. L’ultimo di questi è un meraviglioso affresco rinvenuto nella Regio V pompeiana, ritraente il mito del giovane Narciso.

Nella stessa area, solo pochissimi mesi fa gli archeologici avevano scoperto un altro bellissimo affresco, raffigurante il mitico amplesso di Leda e Giove, con quest’ultimo che aveva assunto le sembianze di un cigno per sedurre la bellissima regina spartana. Repentine sono state le dichiarazioni da parte della direzione amministrativa dell’area archeologica. La professoressa Alfonsina Russo, direttrice ad interim del Parco Archeologico di Pompei, ha dichiarato sulla pagina web del sito:

“La bellezza di queste stanze, evidente già dalle prime scoperte, ci ha indotto a modificare il progetto e a proseguire lo scavo per portare alla luce l’ambiente di Leda e l’atrio retrostante. Ciò ci consentirà in futuro di aprire alla fruizione del pubblico almeno una parte di questa domus”.

Il prof. Massimo Osanna, Direttore Generale uscente del Parco, incalza e aggiunge con pari entusiasmo:

“Tutto l’ambiente è pervaso dal tema della gioia di vivere, della bellezza e vanità, sottolineato anche dalle figure di menadi e satiri che, in una sorta di corteggio dionisiaco, accompagnavano i visitatori all’interno della parte pubblica della casa”

L’intero atrio su cui trova spazio l’affresco di Narciso è caratterizzata da schemi decorativi appartenenti al IV Stile (l’edificio risale quindi agli anni ’60 del I secolo d.C.), con imitazioni dei rivestimenti marmorei e delle strutture architettoniche, adornate da tralci, elementi vegetali e nature morte. A pochi passi dal dipinto di Narciso, gli archeologi hanno individuato delle rimanenze strutturali che fanno pensare alla presenza di una scala che conduceva a un piano superiore. La presenza di contenitori in vetro, anfore e imbuti in bronzo fanno supporre che il sottoscala dell’atrio era utilizzato come deposito. In ogni caso, l’edificio apparteneva sicuramente a un facoltoso personaggio pompeiano che si ritrovava spesso ad accogliere nelle sue stanze numerosi ospiti: il tema della bellezza e della sensualità, che funge da comune denominatore degli affreschi presenti nella struttura, doveva deliziare e solleticare non poco lo sguardo dei visitatori che frequentavano la domus.

L’affresco da poco rinvenuto nella Regio V mostra il bel Narciso specchiarsi su una pozza d’acqua. Come fa notare il prof. Osanna, la postura e le forme del giovane seguono gli stessi schemi artistici di tutti i personaggi mitologici legati alla bellezza e alla sensualità. Narciso osserva incantato il suo riflesso sullo specchio dell’acqua, morbidamente adagiato su un seggio mentre si guarda estasiato, rapito dalla sua stessa bellezza. A fianco al giovane sono dipinti un cane, animale simbolo della caccia nel mondo antico (tutte le versioni del mito sono infatti concordi nell’affermare che Narciso era un cacciatore) e un erote alato (quello che oggi chiameremmo “putto” o “angioletto”). A circondare i tre personaggi, troviamo una ricca e folta vegetazione che conferisce alla scena una maggiore vivacità e un colore più intenso, inserendola in un contesto soave e bucolico. L’affascinante giovane è completamente nudo, fatta eccezione per un panneggio color rosso carminio che dalle gambe e i genitali si estende fino al braccio destro, e regge una corona d’alloro nella mano sinistra e uno scettro nella destra. Il dipinto è giunto a noi in condizioni quasi ottime: il volto di Narciso è quasi del tutto abraso, e anche i tratti facciali dell’erote sono leggermente sbiaditi. Solo una crepa che scorre orizzontalmente al centro dell’affresco rovina la bellezza di un dipinto che è sopravvissuto per circa 2000 anni: per il resto, l’affresco di Narciso conserva, con i suoi colori vivaci e le delicate pennellate, una bellezza impareggiabile. Come per il caso dell’adiacente affresco di Leda e il Cigno, è presumibile pensare che il pittore del dipinto di Narciso si sia ispirato a un originale greco d’età ellenistica.

Ma chi è Narciso?

Il mito di Narciso, da cui deriva l’aggettivo “narcisista” che indica l’atteggiamento di una persona che mostra eccessiva dedizione e vanità verso la propria persona, ha bisogno di poche spiegazioni. Quello che in pochi sanno è che su questo racconto aleggiano numerose versioni. C’è un unico dettaglio su cui tutti gli autori che riportano il mito sono d’accordo: Narciso era un giovanissimo cacciatore, noto a tutti per la sua bellezza. Nonostante il suo fascino però, Narciso era freddo e sprezzante con tutti i suoi corteggiatori, che puntualmente ricevevano il due di picche dal giovane, troppo bello per ognuno dei suoi pretendenti.         
Da qui in poi, le versioni del mito differiscono: nella versione greca del mito (riportata da Conone e giunta a noi attraverso un’epitome del bizantino Fozio) Narciso, dopo aver costretto al suicidio Aminia, uno dei tanti giovani innamorati di lui, fu punito dagli dèi, che lo fecero innamorare della sua immagine riflessa. Quando Narciso scoprì che quella che vedeva nello specchio dell’acqua era solo una parvenza illusoria, si pentì di aver rifiutato il bell’Aminia. Disperato per la morte del giovane che non poteva più fare suo, Narciso si uccise con la stessa spada con cui Aminia si era dato la morte.  
La versione “latina” del mito di Narciso, probabilmente la più nota, la leggiamo invece tra i versi del III libro delle Metamorfosi di Ovidio. In questa variante in salsa romana, a corteggiare il vanitoso Narciso è la ninfa Eco. Ma nonostante la sensualità e la bellezza della ninfa, Narciso non ricambia il sentimento di Eco che, disperata per il rifiuto, si lascia morire nei boschi, fin quando di lei non rimane che la voce (l’eco, appunto). Nemesi, dea della vendetta, impietositasi per la ninfa Eco, punisce il bel Narciso facendolo innamorare della sua stessa immagine riflessa nell’acqua. Quando il giovane un giorno, per abbeverarsi, si accuccia di fronte a una pozza d’acqua, non può fare a meno di rimanere senza fiato di fronte alla sua immagine riflessa nell’acqua. Quando dopo poco Narciso si accorge che non avrebbe mai potuto ottenere quell’amore, il giovane muore di dispiacere e crepacuore.          
Sul finale della storia, le due versioni ritornano a coincidere: secondo il mito, laddove Narciso si lasciò morire, la terra fece sbocciare un bellissimo fiore, che da allora porta il nome del bellissimo ragazzo che morì… per amore di sé stesso.

                                                                                                                 Michele Porcaro