LA QUESTIONE ABUSI E VIOLENZE SESSUALI TIENE BANCO SU MEDIA E SOCIAL E NON C’È GIORNO IN CUI UN NUOVO CAPITOLO E UN NUOVO VOLTO NON SI AGGIUNGANO ALLA GIÀ LUNGA LISTA DI VITTIME E CARNEFICI

Roma – Una volta era…”farò di te una star”. Oggi pure.
Un’ondata, uno tsunami, una valanga, una montagna. Tutto sembra venir giù e non si salva nessuno dallo scandalo delle molestie sessuali in ambito cinematografico.
L’antefatto: Ronan Farrow (figlio di Mia e Woody Allen) avvia una inchiesta sul tema e sul New Yorker riporta le testimonianze delle donne molestate dal produttore Harvey Weinstein.
Da quel momento web, carta stampata, tv ma soprattutto web, danno largo spazio alla vicenda anche perché, al ritmo di twitt e post, molte attrici che oggi vanno per la maggiore iniziano a puntare il dito sul produttore molestatore. Tra queste Asia Argento che “denuncia” sui social di essere stata vittima anche lei di Weinstein durante il periodo di lavoro oltreoceano. Con lei Gwyneth Paltrow e Angelina Jolie e ormai non si contano più.
Ronan Farrow, figlio biologico di Mia Farrow e Woody Allen, è tra i più accaniti accusatori del padre che ritiene colpevole di aver abusato della sorella Dylan.

Questi i fatti originari che poi hanno visto scendere in campo, in qualità di accusato, attori del calibro di Dustin Hoffman e Kevin Spacey. A puntare il dito contro quest’ultimo, Harry Dreyfuss. Attore anche lui, ha raccontato che una sera del 2008, quando aveva 18 anni, Spacey gli toccò i genitali davanti a suo padre.

Perché riprendere questa vicenda e proprio alla vigilia del 25 novembre, giornata deputata ad essere “contro la violenza sulle donne”?
Perché amiamo la giusta misura o, almeno ce la mettiamo tutta per farlo.
E deve pur esserci una giusta misura in tutto questo.
Le molestie sessuali ci sono in tutti gli ambienti e probabilmente da sempre. Pensiamo allo stereotipo del direttore o capo ufficio che molesta la/il classica/o segretaria/o; e che dire degli ospedali dove, si dice, le storie di questo tipo sembrano essere frequenti.
Questa volta nel calderone mediatico è stato messo di tutto: avances, molestie, violenze e ricatti.
Basta parlarne una volta ed è subito corsa per accaparrarsi la vittima che accusa. Che sia carta stampata o salotto tv, non fa differenza.
Un posto di lavoro? Un avanzamento di carriera? Si cede o meglio, spesso si sopporta o si sceglie o ancora ci si vergogna di raccontare, di denunciare per non incorrere in ritorsioni del tipo “non lavorerai mai più in questo campo”.
E degli ambienti politici ne vogliamo parlare? Meglio no.
Da quando poi ci troviamo davanti al femminicidio è un susseguirsi di “bisogna denunciare”. In questo caso le denunce sono arrivate seppure tardive e basta giudicare nel caso specifico Asia Argento e chiedersi perché non lo ha fatto prima.
Il problema a nostro avviso è smontare un sistema ma abbiamo l’impressione che ci vorrebbe la bacchetta magica.
“Avoglia” o per eliminare il gergo, hai voglia a parlare di scuola, famiglia, tv, istituzioni, leggi! Qualsiasi sia l’analisi, la soluzione del problema non è certo dietro l’angolo. Ma da qualche parte è necessario iniziare.
Dalla giustizia per esempio. Considerato il fatto che siamo ancora molto indietro.
E dall’educazione sentimentale precipitata e speriamo ancora recuperabile.
Dalla regolamentazione dei social perché anche qui a precipitazione…

Lungi da noi bacchettare o per assurdo indicare la via maestra.
Ma a volte si dà per scontato quello che non è.
A proposito di denunce, gli ultimi fatti di cronaca indicano che il 70 per cento delle vittime di femminicidio, aveva avanzato denuncia contro chi sarebbe diventato il suo assassino. È chiaro comunque che bisogna denunciare ma è
sufficiente questo dato per risalire alla questione giustizia perché evidentemente c’è qualcosa che non va.
Cosa succede dopo una denuncia? Spesso nulla e spesso se accade qualcosa si va molto a rilento. Questo nonostante molti tra i giudici siano donne. Anche se, come stiamo vedendo in questa triste vicenda hollywoodiana, gli abusi e le violenze vedono vittime molti uomini e spesso minori.
Un altro esempio? La scorsa estate Nadia Orlando, 21 anni viene uccisa dal fidanzato di 36 che gira in auto per ore con il cadavere della sua donna appena strangolata.
Si ferma davanti ad una sede di polizia, si consegna e viene arrestato, fa 57 giorni di carcere per poi tornare a casa ai domiciliari in attesa di processo. Certo, fino a quando non c’è la condanna… ma allora, procedure processuali più snelle per favore.
Ed ecco che i tre punti indicati si intrecciano, si amalgamano.
Nel caso che tiene banco in questo periodo le denunce sono tutte tardive. Vergogna, timore di ritorsioni e altri motivi soggettivi hanno prevalso su tutto evidentemente.
Poi c’è il rischio di fake news (anche qui!) a volte “per vetrina” e più il nome del presunto colpevole o della presunta vittima è grosso e più fa sensazione.
Una ridimensionata a tutti i livelli su un argomento così delicato ed importante, no?
Viene in mente “Misura per misura” di Shakespeare e non è per fare una citazione colta.