Versi dell’Agamennone di Eschilo usati per minacciare un assessore che denunciò una Tangentopoli: storia di un’intimidazione tra il geniale e il grottesco.

Nei film polizieschi degli anni ’70-80 i delinquenti della mala minacciavano gli ispettori sulle loro tracce con lettere minatorie fatte di ritagli di giornale.
Ma i criminali si evolvono, arrivando a creare espedienti sempre più raffinati. Ma Austacio Busto, assessore ai lavori pubblici di Acquaviva Delle Fonti (provincia di Bari) non si aspettava certo di ricevere una minaccia così inedita (per quanto terrificante nel suo contentolito) come quella che si è vista recapitare: un foglio di carta, con la scritta greca Ἀγαμέμνων sul frontespizio, seguita da un altro testo greco chirografo. I versi sono quelli dell’Agamennone di Eschilo, la prima delle quattro opere che compongono la tetralogia dell’Orestea, la saga tragica che racconta il triste assassinio del re argivo da parte della moglie Clitemnestra e dell’amante Egisto, a cui segue la vendetta dei figli Elettra e Oreste.

Ma tornando nella Bari dei giorni nostri, la bizzarra intimidazione giunta nelle mani di Austacio Busto, colui che nel 2015 denunciò la “Tangentopoli della Murgia“, ovvero il circolo di denaro sporco e di corruzione che lordava il barese, nella sua stravaganza e apparente innocenza, nasconde dei messaggi fin troppo espliciti.

I versi in questione fanno riferimento al quarto episodio del dramma, nel quale Cassandra, la profetessa maledetta la cui voce non era mai creduta da nessuno, divenuta schiava di re Agamennone (la guerra di Troia è infatti volta al termine) prevede il tragico epilogo. Il coro, composto da vecchi argivi, si rivolge così alla donna:

Il tuo discorso combacia con il precedente vaticinio. Sicuramente uno spirito maligno, cadendo su di te con pesante picchiata ti spinge a recitare i tuoi pietosi dolori portatori di morte. Ma sono ansioso di scoprirne la fine.”
(Eschilo, Agamennone, vv.1173-1175. Trad. Michele Porcaro)

Sono queste le parole che erano scritte nella lettera: decontestualizzate, inserite in una lettera che non nasconde doppi sensi e interpretazioni.
Del resto Busto è anche un archeologo, e non ha sicuramente fatto molta fatica a tradurre e interpretare quel messaggio che nasconde un brusco avvertimento: se parli, sei morto.
Proprio tra qualche giorno, il 18 Aprile per la precisione, Busto dovrà testimoniare in tribunale e raccontare nei dettagli quel tentativo di corruzione da parte di un imprenditore che nel 2015 gli aveva offerto 5mila euro per pilotare una gara da 3,9 milioni per la ristrutturazione del teatro comunale di Altamura. Una volta consegnata la lettera alla questura dei Carabinieri di Gioia del Colle, che al momento stanno cercando di capire tramite la calligrafia chi sia il mittente di questa angosciante epistola, Busto non ha nascosto che non sarà questo ennesimo tentativo di intimidazione a farlo desistere dal continuare la sua battaglia contro la corruzione.

Ma c’è un dettaglio ancor più preoccupante, da ricondurre sempre al campo filologico da cui provengono i versi contenuti in quella lettera minatoria: queste parole del Coro rispondono a un monologo di Cassandra in cui la donna lamenta i danni causati dall’insana passione del fratello Paride, il cui nome (per triste coincidenza) è lo stesso del figlio di Busto. In tutta probabilità, chi ha copiato quei versi tragici su un foglio di carta, voleva minacciare anche il figlio dell’assessore.

Siamo di fronte a dei malviventi filologi? Delinquenti grecisti? Malavitosi dal pallino del mondo antico? In ogni caso, questo episodio è un palese esempio di come la classicità antica non vada adoperata.

                                           Michele Porcaro