A pochi giorni dall’ennesima notizia dell’uccisione in turchia di 11 siriani, di cui 4 bambini, avvenuta proprio nel giorno della memoria dei rifugiati, e’ piu’ importante che mai raccontare le storie di chi questo dolore l’ha vissuto in prima persona

Roma- Un vecchio detto dice che “la speranza è l’ultima a morire”, ed è proprio la speranza a spingere milioni di persone a prendere il primo gommone per scappare da una vita segnata dalla guerra che ha ridotto in frantumi tutto quello che avevano, portandoli a sognare un posto sicuro in cui ripartire da zero. Ma non sempre all’arrivo trovano una mano pronta ad accoglierli; ancora più spesso il loro viaggio verso la salvezza si interrompe; lì, nell’acqua, sotto il sole, schiacciati dal peso delle persone intorno a loro, troppe per quel gommone, incapace di contenere i sogni di ognuno.

Come il sogno di una famiglia siriana scappata alla guerra salendo proprio su un barcone per raggiungere le coste del Mediterraneo. Peccato che la barca si sia rovesciata e che tutte le persone siano finite in acqua: uomini, donne, bambini, tutti lì, nello stesso mare, cercando di dimenarsi per poter sopravvivere. Il padre racconta di aver preso tra le braccia la sua piccola, scuotendola affinché potesse buttar fuori tutta l’acqua ingoiata: “Io so nuotare, lei no”. O come la storia di tanti arrivati in Grecia, sempre via mare, con la speranza di raggiungere le proprie famiglie in Germania. Hala racconta che ha lavorato giorno e notte per potersi permettere quel viaggio; viaggio in cui ha rischiato di perdere la vita perché il barcone, ancora una volta troppo pieno, rischiava di ribaltarsi. Ma ce l’ha fatta, è riuscita a raggiungere la Grecia; ora, però, si trova davanti una rete che non le permette di proseguire il cammino.

Queste sono solo alcune delle storie che Medici Senza Frontiere ha raccontato nell’ospedale da campo che ha ricostruito a Piazza San Silvestro nei giorni di giovedì, venerdì e sabato scorso. Un’esperienza virtuale, e non solo, che ha permesso di vivere in prima persona il dolore e le condizioni disperate dei migranti in fuga dai loro paesi dove guerre, violenze, regimi oppressivi e condizione di estrema povertà rendono la vita invivibile.

Il simbolo del divieto delle armi dà il benvenuto nell’ospedale da campo, all’interno del quale sono ricostruiti cartonati di persone realmente incontrate e situazioni di maggior pericolo che i migranti sono costretti a subire. E così, attraversato il primo corridoio ci si ritrova catapultati all’interno di un edificio in macerie, dando soltanto una piccolissima immagine di quello che persone come Falmatou hanno vissuto. La donna, infatti, porta sul volto i segni della violenza causata da Boko Haram che ha colpito il suo villaggio, distruggendo tutto. Ora vive in una tenda, molto piccola. Il suo sogno è quello di poter vivere un giorno in una casa solida, sicura. Se un giorno potrà avere questo, allora la sua vita sarà perfetta.

È soltanto indossando gli occhiali virtuali, però, che si capisce cos’è realmente il coraggio. Sei lì, fianco a fianco a persone che stanno scappando, a ragazzi che cercano di attraversare un fiume con una barchetta di legno tutt’altro che sicura, e sei sempre li mentre cercano di ricostruire la loro vita all’interno di un villaggio dove il cibo scarseggia e le malattie abbondano.

Bastano questi pochi minuti per capire le dimensioni del fenomeno migratorio. 3.771 sono le morti nel Mediterraneo nel 2015 e già 2868 quelle del 2016. In generale si contano circa 60 milioni di persone costrette nella condizione di rifugiati. Questi sono i dati di un’emergenza umanitaria senza precedenti che vede l’Europa chiamata in prima persona a rispondere alla richiesta di protezione delle popolazioni in fuga. È importante che i sentimenti di accoglienza, integrazione e umanità siano sempre vivi in noi, in modo che l’intolleranza non ci renda colpevoli delle morti di altri innocenti che come noi sognano una vita migliore.

Francesca Interlandi