Dopo le grandi proteste, Trump fa marcia indietro sulla disumana separazione forzata delle famiglie di immigrati clandestini che cercano di entrare negli Stati Uniti dal Messico; ma conferma la tolleranza zero contro l’immigrazione.

 

WASHINGTON — Il presidente americano Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo per non separare i bambini dai genitori che tentano di entrare illegalmente negli Stati Uniti dal confine con il Messico, sottolineando però come la linea della tolleranza zero contro l’immigrazione clandestina andrà avanti. «Avremo confini molto forti e terremo insieme le famiglie», ha detto Trump, firmando il testo, assicurando che «non gli piace vedere» le famiglie divise. «Avremo molta gente felice», ha aggiunto il presidente.
Finora il presidente e la sua amministrazione avevano scelto di arrestare i genitori alla frontiera per reati di immigrazione illegale e strappare loro i figli minorenni, a volte bambini di pochi anni: l’idea alla base della nuova linea era scoraggiare gli ingressi illegali nel paese; secondo l’amministrazione Trump, i minori erano usati spesso come “trucco” per fare entrare adulti negli Stati Uniti. L’ordine firmato è una mossa allora per annullare questa parte più contestata della politica rigorosa sull’immigrazione illegale adottata da due mesi per ordine della Casa Bianca. Dal 19 aprile a oggi, oltre 2.300 bambini sono stati separati dai loro genitori e inviati anzitutto in centri di accoglienza in Texas. Psicologi e pediatri che hanno visitato i centri avevano descritto scene di bambini in preda a pianti inconsolabili e a cupi silenzi. Ma lungo il confine tra Texas e Messico la situazione resta confusa: le autorità stanno preparando tre tendopoli in cui ospitare i figli dei migranti illegali e probabilmente le strutture serviranno per tenere in custodia le famiglie riunite.
Questa condotta aveva suscitato durissime polemiche, interne e internazionali, accusata di provocare traumi ai bambini, ma era basata su precedenti legali che vietano l’incarcerazione dei bambini al momento dell’arresto degli adulti. In un’intervista alla Reuters, la prima da un anno a questa parte, il Papa aveva definito «contraria ai nostri valori» la linea dura trumpiana, aggiungendo: «non è facile, ma i populismi non sono la soluzione». Era intervenuto anche il premier canadese Justin Trudeau, attaccato duramente da Trump dopo il G7 nel Québec: «inaccettabile». Inoltre dalla Silicon Valley a star come Bruce Springsteen e Bono Vox, dai repubblicani agli evangelici sino a Theresa May, molti si erano espressi contro le sue politiche più discutibili e regressive, rispetto al grado di evoluzione civile ed economica raggiunta dal contesto globale.
Il decreto stabilisce che le famiglie in attesa che un giudice federale decida sul loro diritto di rimanere negli Stati Uniti vengano detenute insieme, a meno che genitori o parenti siano considerati “un pericolo” per i bambini. L’ordine invita anche il ministero della Giustizia ad affrontare per primi i casi con minori coinvolti e quindi detenuti, e chiede al Pentagono di mettere a disposizione spazi nelle sue basi militari per ospitare le famiglie. L’ordine potrebbe però violare una decisione della corte del 1997, conosciuta come “Flores settlement”, che stabilisce che i bambini accompagnati al confine dai genitori non possano essere detenuti per più di 20 giorni. Trump ha ordinato al procuratore generale Jeff Sessions di richiedere una modifica al “Flores settlement” per consentire al governo di detenere le famiglie di stranieri insieme. La decisione di Trump è una buona notizia per le persone che verranno fermate da oggi in avanti al confine con il Messico, ma non fa nulla per risolvere la situazione delle famiglie che sono state fermate nelle ultime settimane e sono ancora detenute in attesa di giudizio, con genitori da una parte e figli dall’altra. Le storie di più di duemila bambini allontanati da genitori e parenti e detenuti in centri che assomigliano molto a prigioni perciò restano al centro delle attenzioni preoccupate di giornalisti, commentatori, persone comuni e politici statunitensi, anche Repubblicani, cioè dello stesso partito di Trump, che chiedevano al presidente di sbloccare la situazione attraverso un ordine esecutivo.
Nell’annunciare la sua nuova decisione, Trump ha infine aggiunto, parlando ai giornalisti dalla Casa Bianca, che non intende abbassare la guardia: «Dobbiamo mantenere un atteggiamento duro sull’immigrazione. Non possiamo essere deboli, altrimenti il nostro Paese sarebbe sommerso da milioni di migranti».

Le leggi
Il complesso di norme americane sull’immigrazione, fino ad ora, lascia molto spazio, troppo spazio alla discrezionalità. Il provvedimento quadro risale al 1965, all’epoca delle presidenza Lyndon Johnson. Poi ci sono state diverse modifiche negli anni ottanta, con Ronald Reagan e nei novanta, con Bill Clinton alla Casa Bianca. Nel 1997 un contenzioso sulla punibilità dei migranti minorenni arrivò fino alla Corte Suprema. Fu poi risolto con un accordo stragiudiziale, “il caso Flores”, che diventò di fatto giurisprudenza per tutto il Paese, stabilendo, appunto, che i bambini non potessero essere incriminati e, men che meno incarcerati, per violazioni della legge sull’immigrazione. Negli anni delle amministrazioni di George W.Bush e di Barack Obama il problema non si è posto. Ci sono stati controlli più intensi, più respingimenti e più deportazioni. Ma nell’aprile scorso il governo di Donald Trump ha deciso di cambiare passo e di applicare in modo rigido le norme. C’è nell’ordinamento la possibilità di considerare un crimine l’immigrazione illegale. Il ministro della Giustizia, Jeff Sessions, ha dato ordine alla polizia di frontiera di farlo in modo sistematico: ecco che cos’è la “tolleranza zero”. Il “caso Flores” impedisce di incriminare anche i bambini, quindi vanno separati dai genitori destinati alla prigione. Un obbrobrio disumano e anche un corto circuito giuridico: la ratio dell’”accordo Flores” era quello di tutelare i minori, non certo di infliggere una sofferenza crudele come la divisione da madri e padri.

Evitando così una separazione che sino a ieri si riteneva obbligatoria per legge, e dopo che il ministro della Giustizia Jeff Sessions già ventilava test del dna per verificare i rapporti di parentela tra minori e genitori, alla fine quindi, anche se per motivi elettorali e di immagine, è prevalso il cuore invocato da Melania, la first lady che, secondo una fonte della Casa Bianca citata dalla Cnn, avrebbe lavorato dietro le quinte per spingere il marito ad agire. Ivanka ha rotto il suo lungo silenzio per ringraziare il padre e invitare il Congresso ad «agire adesso e trovare una soluzione duratura che sia coerente con i nostri valori condivisi; gli stessi valori che in tanti vengono qui a cercare nel tentativo di creare una vita migliore per le loro famiglie». Trump ha persino rinviato il tradizionale picnic con i parlamentari e i loro famigliari previsto per domani alla Casa Bianca: «Non mi sembra giusto farlo», ha spiegato, timoroso che circolassero scene di divertimento in contrasto con quelle dei bimbi che piangono nelle gabbie alla frontiera.
Con la sua mossa, Trump dà ragione di fatto ai vituperati democratici, secondo cui il presidente ha il potere di mettere fine alla separazione dei bimbi. E mette una toppa in attesa di un voto incerto domani al Congresso. Il disegno di legge sponsorizzato dallo speaker Paul Ryan prevede lo stop alla divisione delle famiglie, il finanziamento del muro e un percorso per dare la cittadinanza a circa 1,8 milioni di dreamers, i figli di immigranti irregolari arrivati nel Paese quando erano minorenni. Ma i dem sono contro il muro, mentre l’ala più radicale dei repubblicani è contro i dreamers. Il leader Usa ha giocato così d’anticipo per sedare una protesta dilagante contro un dramma che non paga in termini elettorali, come confermano i sondaggi. Gli si erano messi contro persino il governatore repubblicano della Florida Rick Scott e gli evangelici, cruciali per la sua elezione e per il voto di midterm, in cui il miliardario Michael Bloomberg ha annunciato proprio oggi di voler spendere almeno 80 milioni di dollari a favore dei democratici.

 

Emanuele Forlivesi