Dopo le sei estenuanti ore di tema della prima prova, i maturandi del Liceo Classico devono vedersela con la temibile versione di greco. L’autore da affrontare è Aristotele, con un brano tratto dall’Etica Nicomachea. Nell’articolo: vita di Aristotele, commento sull’opera e traduzione del brano.

Il frenetico fruscio della carta delle pagine sfogliate dei vocabolari – che siano essi il GI o il più vetusto e solenne Rocci– stamattina sarà la colonna sonora che riecheggerà nelle aule di migliaia di Licei Classici sparsi per lo Stivale: mentre i loro colleghi dello Scientifico saranno impegnati a picchiettare con i polpastrelli sui tasti delle calcolatrici per risolvere i quesiti della seconda prova di matematica, i maturandi classicisti dovranno svolgere la versione di greco. Dopo aver svolto il tema di italiano, nel quale gli studenti hanno avuto modo di analizzare un testo di Bassani o di comporre testi analitici affrontando temi come la solitudine, la creatività, la cooperazione internazionale (partendo tra l’altro da citazioni di Moro e De Gasperi!) e addirittura la clonazione, i diplomandi avranno a disposizione quattro ore di tempo e la compagnia del vocabolario di greco (fedele destriero cartaceo di cinque anni di battaglie!) per tradurre il testo che avranno di fronte ai loro occhi. Come di consueto, tra gli studenti scatta il “TotoAutore”: di chi sarà la versione da tradurre? Da quale opera sarà tratta? Sarà un testo letterario di retorica, storiografia o filosofia? L’ultimo testo di greco snocciolato e tradotto dai maturandi del 2016 era tratto dall’orazione “Sulla Pace” di Isocrate, che ad esempio presupponeva una dettagliata conoscenza della grammatica greca e una certa abilità nella scelta del lessico, tale da restituire allo scritto isocrateo la dovuta eleganza tipica della retorica. Quest’anno la speranza degli studenti era riposta in autori elementari come Esopo, Plutarco e Apollodoro, ma il rischio di affrontare mostri sacri della letteratura greca dalla sintassi non sempre lineare (come non citare Eschine, Tucidide e il sempreverde Platone?) rimaneva comunque alto. Ma dopo tante congetture, previsioni e riti apotropaici di circostanza, arriva sui banchi la versione di greco: il testo è di Aristotele, autore che manca dai banchi di Liceo Classico dal 2012. Aristotele, un autore non certo semplice per lingua e contenuti, si presenta quest’anno come oggetto di traduzione di seconda prova con un brano tratto dall’Etica Nicomachea, opera che costituisce il pilastro del pensiero etico, appunto, del filosofo di Stagira. Ma prima di vedere il testo in sé, analizziamo la vita, il periodo storico e l’opera da cui è tratta la versione di seconda prova.

L’AUTORE: ARISTOTELE

Quanto seguirà non sarà una biografia dettagliata di Aristotele (del resto, il web pullula di siti che potrebbero parlarne più di me e in maniera esaustiva) ma un vademecum volto a spiegare come la vita e il periodo storico in cui visse l’autore e filosofo greco si rispecchino nella sua prosa e soprattutto nel suo pensiero

Aristotele nacque a Stagira, colonia greca situata nella parte nord-orientale della penisola calcidica della Tracia, nel 384 a.C. Fin da bambino Aristotele fu a stretto contatto con la corte macedone: suo padre Nicomaco era medico personale di re Aminta III, e lo stesso filosofo, come è noto, sarà chiamato a Pella da re Filippo II come tutore del figlio Alessandro. Rimasto orfano di padre (che fino a quel momento aveva avviato il figlio allo studio delle scienze e della matematica) Aristotele visse prima in Asia Minore per poi trasferirsi intorno al 367 a.C. ad Atene. Nel grande capoluogo attico, il pensatore (all’epoca diciassettenne) visse come meteco, ovvero come cittadino straniero risiedente in città non pienamente godente di diritti politici, e studiò presso la prestigiosa Accademia di Platone, maestro i cui insegnamenti costituiranno la base della filosofia aristotelica (sebbene Aristotele stesso metta in discussione alcuni principi espressi da Platone). Ma quando Aristotele si iscrisse all’Accademia platonica, l’omonimo fondatore della scuola era fuori dalla Grecia: infatti fino al 364 a.C. Platone si trattenne a Siracusa presso la corte dei Dinomenidi. Ma questo non fu certo un ostacolo nell’educazione di Aristotele, che nel frattempo imparò la matematica e la dialettica da tanti valenti maestri e “vice” di Platone quali Eudosso di Cnido. Aristotele rimase nell’Accademia ateniese per vent’anni, mostrandosi agli occhi di tutti (e soprattutto dei suoi insegnanti e del direttore Platone) come uno studente laborioso e una mente brillante. Il suo acume e la sua profondità intellettuale erano tali che tutti gli accademisti erano convinti che Aristotele, alla morte di Platone, sarebbe divenuto direttore dell’Accademia. Ma quando il discepolo prediletto di Socrate si spense alla veneranda età di ottant’anni, alla direzione della scuola filosofica fu chiamato Speusippo, nipote dello stesso Platone. Aristotele, deluso da questa scelta, abbandonò l’Accademia e la pòlis di Atene per tornare in Asia Minore, in quei luoghi che erano stati teatro della sua infanzia. Di lì a poco il filosofo, assieme ad altri “veterani” della scuola platonica, fonderà un cenacolo di pensatori che si proporrà come unica e vera erede del pensiero di Platone. Fu proprio in Ionia che Aristotele incontrò Teofrasto, suo allievo più apprezzato e suo successore “spirituale”. Lo stesso Teofrasto invitò il suo maestro a fondare un’altra scuola filosofica platonica a Mitilene, capoluogo dell’isola di Lesbo. Quivi Aristotele rimase fino al 342 a.C., anno in cui Filippo II di Macedonia, sorpreso dalla crescente fama che stava guadagnando il filosofo sia nella Grecia continentale che insulare, lo volle come maestro per il figlio Alessandro, giovane rampollo della stirpe degli Eacidi. I Macedoni infatti si proponevano sempre di più come subentranti di quello spirito greco che nel frattempo cominciava a svanire dopo il declino delle pòleis, e non deve stupire certo che per l’educazione di un giovane principe il re di Macedonia abbia preteso un saggio greco. Il carattere di quel giovane che sarebbe passato alla storia come Alessandro Magno non era certo facile: su di lui gravava il peso di “discendere” da due grandi eroi come Eracle e Achille, e molte erano le voci che lo volevano addirittura figlio di Zeus. Ma Aristotele formò il ragazzo secondo i canoni della paidèia greca, facendo stilare per lui una versione “personalizzata” dell’Iliade, poema che influenzerà non poco il futuro sovrano di Macedonia. A Pella Aristotele rimase per diversi anni, finché Filippo non decise di allontanare Alessandro dalla vita di palazzo per farlo suo generale durante le campagne in Grecia e reggente al trono macedone. Nel 335 Aristotele tornò ad Atene, e con lui si trasferì forse Erpillide, compagna dalla quale ebbe un figlio, Nicomaco (a cui dedicò l’Etica). Qui, in un pubblico ginnasio dedicato ad Apollo “sterminatore di lupi” (Λύκειος, Lykeios o “Liceo”) Aristotele fondò il Peripato. L’edificio consisteva in un colonnato dove maestri e discepoli camminavano discutendo sul sapere in tutte le sue forme. A comprare la struttura in tutta probabilità non fu Aristotele stesso, il quale essendo meteco non poteva arrogarsi il diritto di comprare terreni, ma sappiamo che molto presumibilmente il “mecenate” che sosteneva le attività culturali del Peripato era lo stesso Alessandro. Durante la sua seconda permanenza ad Atene, Aristotele compose le sue opere più celebri, dette appunto “Opere della maturità”, e mostrò per la prima volta una rottura con il pensiero platonico (di cui rimarrà comunque evidente l’impronta) dando vita a quella dottrina autonoma, puramente aristotelica, che sarà tra le basi del pensiero occidentale, influenzando notevolmente anche la filosofia Medievale Scolastica. Oltre alla filosofia, all’etica e alla retorica, non mancò mai, all’interno del Peripato, lo studio di quelle scienze (botanica, zoologia e astronomia) che Aristotele aveva cominciato a studiare fin dalla più tenera età.

Aristotele guidò la sua nuova scuola e insegnò la sua nuova dottrina per più di dieci anni. Quando Alessandro il Grande morì nel 323 a.C., in tutta la Grecia risorse il sentimento antimacedone che già Demostene aveva fomentato contro Filippo II. Aristotele, visto con sospetto per essere stato precettore di Alessandro (e di averlo quindi “incitato” a guidare le sue campagne militari contro la Grecia) per timore di attentati contro la sua persona, si trasferì nella penisola calcidica, dove morì un anno dopo. A guidare il Peripato, dopo la dipartita del filosofo, sarà il suo discepolo-pupillo Teofrasto.

IL BRANO E L’OPERA: L’ETICA NICOMACHEA

Il testo che costituisce il campo di competenza della seconda prova è tratto dall’Etica Nicomachea, il primo vero e proprio trattato che affronta l’etica come argomento di filosofia, anzi, come la definisce Aristotele stesso una “scienza pratica“. L’opera, articolata in dieci libri e pubblicata postuma, affronta temi particolari ma pur sempre attuali, quali la politica, la morale, la giustizia, la virtù e l’amore per le arti e si configura come una serie di precetti e “lezioni” che il filosofo impartisce al figlio Nicomaco. All’inizio dell’VIII libro, Aristotele si propone di delineare l’amicizia in tutte le sue sfaccettature teoriche e pratiche. E i maturandi classicisti di quest’anno, nel corso della seconda prova, devono tradurre proprio l’incipit dell’ottavo libro dell’Etica Nicomachea. Il testo originale è il seguente:

Foto presa da Lumos TV su Twitter.

Di seguito proporrò una mia personale traduzione, scorrevole ma al tempo stesso fedele al testo originale e alla grammatica greca. 
(se volete “copiaincollare” su social o articoli potete farlo, l’importante è citare la fonte!)

Dopo tali cose, dovrà seguire una trattazione sull’amicizia: essa infatti o è una virtù o è con una virtù, ed è assolutamente necessaria per l’esistenza. Infatti senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, neppure se avesse ogni altro bene. Invero, sembra che i ricchi e coloro che detengono cariche e poteri siano quelli che hanno maggior bisogno di amici. Infatti quale utilità vi è in questa prosperità se vi è tolta la possibilità di trarne beneficio, che sorge ed è lodata soprattutto nei riguardi degli amici? E come potrebbe essere salvaguardata e protetta senza amici? Infatti quanto più essa è grande, tanto più è assolutamente insicura. Si ritiene che nella povertà e nelle altre sventure gli amici siano l’unico sostegno: ai giovani serve per non sbagliare, ai vecchi per aiuto e per la mancanza d’agire a causa della debolezza, e a quelli che sono in forze per le loro belle azioni: “Due che insieme vanno” (N.B. In questo passo Aristotele cita un verso del decimo libro dell’Iliade, che vede Odisseo e Diomede collaborare per stanare Reso e Dolone) sono infatti più capaci di pensare e agire. Per natura è opinione comune che ciò sia insito in chi genera verso chi è generato e in chi è generato verso colui che genera, non solo negli uomini ma anche negli uccelli e nella maggior parte degli animali, in quelli della stessa specie tra di loro, e soprattutto in quegli uomini che noi lodiamo come “filantropi“. E qualcuno potrebbe osservare anche nei viaggi come ogni uomo sia affine e amico a un altro uomo. Sembra, poi, che sia l’amicizia a unire le città, ed i legislatori si preoccupano più di essa che della giustizia: infatti, la concordia sembra essere qualcosa di molto simile all’amicizia.  Ed essi mirano soprattutto a questa, ed è la discordia, che le è nemica, che cercano di tenere lontana.”

ARISTOTELE, Etica Nicomachea, Libro VIII, 1155b, Traduzione di Michele Porcaro.

Gli studenti maturandi si trovano dunque di fronte a un testo filosofico non impossibile, ma non per questo semplice. Alcune frasi presentano infatti una sintassi macchinosa e ostica. Il periodare è costituito da frasi brevi e schematiche, dove il discorso è così essenziale da risultare spesso di difficile comprensione. Lo stile di Aristotele, infatti, è quello proprio degli appunti schematici, caratterizzati da bruschi passaggi logici, lacune e anacoluti di vario tipo. Tuttavia, rispetto ai classici testi filosofici, che richiedono un’oculata scelta del lessico in sede di traduzione, gli esaminandi possono accontentarsi di inserire nella loro traduzione anche il primo significato trovato sul vocabolario. L’abilità dello studente classicista consisterà dunque in una mirata applicazione delle regole grammaticali studiate nel corso del quinquennio e in un’attenta operazione di resa, in modo tale che la traduzione in italiano del testo risulti comprensibile (è infatti inimmaginabile tradurre letteralmente un autore come Aristotele) e fluida.

Con l’augurio che la versione sia andata bene a tutti i maturandi di Liceo Classico, a quest’ultimi (e, ovviamente, ai maturandi di tutti i licei ed istituti) porgo i miei più sentiti auguri per il loro esame di maturità!

                                                                                                                             Michele Porcaro