VOCABOLARI ALLA MANO: GLI STUDENTI DEL LICEO CLASSICO ALLA SECONDA PROVA AFFRONTANO IL FILOSOFO ROMANO LUCIO ANNEO SENECA.

Dopo il consueto e tradizionale tema d’italiano, quest’oggi i Maturandi si preparano ad affrontare la temibile seconda prova: Matematica per lo scientifico, Economia Aziendale per l’indirizzo Amministrazione, Finanza e Marketing, Prova di Lingua per il linguistico, e Scienze Umane e Diritto ed Economia Politica per i due indirizzi del Liceo delle Scienze Umane. Invece al Liceo Classico, come ogni anno, gli studenti dovranno armarsi di vocabolario, concentrazione, pazienza e tanta buona volontà in vista della fatidica versione. Ogni anno, ad alternarsi per la prova di traduzione sono le due materie d’indirizzo, greco e latino. L’anno scorso i maturandi del Liceo Classico si sono ritrovati a tradurre un testo del retore ateniese Isocrate, mentre quest’anno sui banchi dei Licei Classici gli studenti si soffermeranno su un testo di Lucio Anneo Seneca, filosofo e pensatore romano vissuto nel I secolo d.C. Nonostante le previsioni dessero tra i favoriti il leggendario e sempre temuto Marco Tullio Cicerone, il Ministero ha voluto scegliere come autore dell’anno l’esponente dello stoicismo romano, precettore dell’Imperatore Nerone, assente dai banchi del Liceo Classico dal 2011.       
Il titolo della versione lascia poco spazio all’immaginazione:  “Il valore della filosofia”. Poco più sotto, come didascalia di supporto, leggiamo:                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  “Non possiamo rinunciare al pensiero e all’indagine continua sul senso della vita e delle nostre azioni. La filosofia è l’antidoto alla passività degli atteggiamenti e ci consente di comprendere sempre ciò che siamo e ciò che facciamo. L’autore ribadisce il valore della filosofia all’allievo Lucilio, invitandolo in ogni caso a non perdere mai la passione per l’impegno nella riflessione critica e consapevole.

Il brano è tratto dalle “Epistulae Morales ad Lucilium”, una raccolta di lettere dal contenuto sapienziale e filosofico, che l’autore recapita a un presumibile allievo di nome Lucilio. Ancor oggi i latinisti e i filologi dibattono sulla veridicità dell’epistolario: sebbene molti pensino che la raccolta sia una finzione letteraria d’ispirazione platonica ed epicurea, non sono pochi gli indizi che suggeriscono che queste lettere siano state realmente inviate dal filosofo latino (la forte intimità, varie richieste di saluto e risposta, riferimenti a lettere non inserite nella raccolta ecc…). In ogni caso le “Epistulae Morales” o le “Epistulae ad Lucilium” che dir si voglia, raccolgono in sintesi tutto il pensiero senecano: i temi trattati spaziano dall’etica alla pedagogia, dalla concezione della fortuna a quella della morte, e dal significato di felicità a quello di libertà. Particolarità delle Epistulae sono le numerose “Sententiae” presenti al loro interno: sono delle frasi molto brevi, concise e sentenziose, usate dall’autore per riassumere in pillole il proprio pensiero. Un esempio di “Sententia” senecana la troviamo nell’incipit della versione assegnata oggi ai maturandi classicisti:         
“Non est philosophia populare artificium nec ostentationi paratum; non in verbis, sed rebus est.”           
“La filosofia non è un artificio popolare né è fatta per essere ostentata; non consiste in parole, bensì in fatti.”

MA CHI È SENECA?

Lucio Anneo Seneca fu un filosofo, un politico e un autore romano. Nato nella città ispanica di Corduba (oggi Cordova) nel 4 a.C., Seneca è il rampollo della nobile famiglia degli Annaei. Con il padre, Lucio Anneo Seneca (che oggi, per distinguerlo dal figlio, viene definito “il Vecchio” o “il Retore”) non condivide solo il nome, ma anche la passione per le arti umanistiche e per la grammatica. Il fratello Marco Annea Mela sarà invece padre di un altro importante autore della letteratura latina: Lucano. Oltre alla carriera letteraria, Seneca si dedica al cosiddetto “Cursus  Honorum”, ricoprendo importanti cariche politiche quali quelle di Senatore e Questore. L’indole marziale e il carattere ferreo lo portano ad avere diversi asti e dissapori con alcuni Imperatori: Caligola, in virtù della sua fama d’oratore e per la sua rigorosa difesa delle libertà civili (in contrasto con il progetto di Caligola di un impero monarchico di stampo ellenistico) tenta di farlo uccidere, mentre Claudio lo fece esiliare in Corsica. Durante la permanenza sull’isola, Seneca scriverà delle lettere alla madre, oggi raccolte nell’epistolario “Ad Helviam Matrem de consolatione”. Tuttavia, l’Imperatore Claudio non sfuggirà all’ironia sagace e mordente di Seneca: alla sua morte infatti, l’autore romano scriverà un poema satirico in cui l’Imperatore, anziché essere accolto tra gli dei dell’Olimpo, viene deriso dalle divinità per i suoi evidenti difetti fisici: questa satira menippea passerà alla storia come “Apokolokyntosis”, ovvero “l’ascensione al cielo di una zucca”.              
Quando si parla di Seneca, non si può non accostare il suo nome a quello dell’Imperatore Nerone. Sotto incarico di Agrippina infatti, Seneca diventa precettore e consigliere del giovane Cesare, con cui intrattiene un rapporto maestro-discepolo, tipico della filosofia greca. Sotto i consigli del filosofo romano e del prefetto del Pretorio Afranio Burro, Nerone provvede a una politica pacata ed armoniosa, volta a potenziare le strutture imperiali e burocratiche create dai suoi predecessori: non a caso, il periodo che intercorre tra il 54 e il 59 d.C. passerà alla storia come “quinquennius felix”.               
Ma i rapporti tra Nerone e Seneca si incrinano, fino ad arrivare ad un momento di rottura: l’Imperatore brama un potere totalmente autonomo e indipendente, che non può trovare l’appoggio di una mente come quella di Seneca, che vuole fare di Nerone un sovrano illuminato. Inoltre, Seneca attira su di sé l’antipatia di Poppea Sabina, nuova moglie dell’Imperatore. Seneca, temendo per la propria vita, si ritira a vita privata, restituendo a Nerone tutti gli averi guadagnati nel quinquennio felice. A questo periodo risalirebbe il presunto scambio epistolare tra Seneca e Lucilio, oggi oggetto di traduzione per i classicisti maturandi. Ma Seneca gode ancora dell’appoggio dell’aristocrazia senatoria e del ceto equestre, e allo stesso tempo dell’invidia di Nerone, che non aspetta che un pretesto per farlo uccidere. L’occasione si presenta di lì a poco, nel 65 d.C. : a Roma viene scoperta una congiura ai danni dell’Imperatore, ordita da Lucio Calpurnio Pisone. I congiurati, tra i quali figurano, oltre a Pisone, due noti autori della letteratura latina, Gaio Petronio Arbitro e Marco Anneo Lucano (nipote di Seneca), ambivano ad assassinare Nerone, vittima dei suoi vizi e delle sue stravaganze, e di porre sul trono imperiale Pisone stesso. Nonostante non ci siano prove di un coinvolgimento di Seneca all’interno della congiura, Nerone lo accusa di far parte dei cospiratori, e lo costringe al suicidio. Il filosofo affronta l’ora ultima con stoico valore, formidabile distacco e serena consapevolezza: la sua morte, per molti versi, ricorda quella del filosofo greco Socrate. Lo storico Tacito ci descrive la sua morte, raccontando che non potendo intestare nulla ai suoi discepoli (essendo i suoi beni stati confiscati da Nerone) Seneca volle lasciare come eredità la sua immagine di saggio, che con la sua morte ha raggiunto l’apatia, ovvero l’imperturbabilità dell’animo. Dopo aver pronunciato questo discorso ai suoi cari, Seneca si uccise, tagliandosi le vene delle braccia e delle gambe.

Di lui ci rimangono: nove tragedie (più una di attribuzione incerta) i venti libri delle Epistulae Morales, sette libri delle Quaestiones Naturales (di argomento scientifico) dodici libri di Dialoghi, la già citata satira menippea “Apokolokyntosis” e due trattati etico-politici, il De Clementia e il De Beneficiis.

LA VERSIONE DI OGGI

Il brano, come già detto, è tratto dalle Epistulae Morales (per la precisione, XVI.3). Sebbene gli studenti siano ritrovati di fronte a un brano filosofico (quindi di caratura più complessa rispetto a un semplice testo di prosa storiografica o mitologica) esso non presenta particolari complessità. La sinteticità di Seneca vuole che i periodi non siano lunghi e troppo artificiosi, ma sono tuttavia carichi di un forte messaggio, che richiede dunque la scelta di precisi vocaboli, più adatti rispetto ad altri per un testo del genere per una comprensione più lineare. Seneca occulta infatti i nessi dell’argomentazione e gioca su più piani di comunicazione: la discussione filosofica, il dialogo intimo, la suggestione delle immagini e dei rimandi all’esperienza quotidiana. La linearità della sintassi è pertanto compensata dalla pregnanza dei significati e specificamente dall’impiego massiccio della metafora, con transizioni sottili, affidate alle analogie, fra i vari ambiti di riferimento. Di seguito, riporterò una mia personale traduzione del brano proposto oggi ai maturandi:

La filosofia non è un artificio popolare né è fatta per essere ostentata; non consiste in parole, bensì in fatti. E non la si usa per trascorrere piacevolmente le giornate, né per scacciare la nausea da ozio: forma e plasma l’animo, regola la vita, governa le azioni, mostra le cose da fare e quelle da evitare, siede al timone e dirige il corso tra i pericoli delle onde in burrasca. Senza di essa, nessuno può vivere tranquillamente, nessuno (può vivere) al sicuro. In ogni momento accadono innumerevoli circostanze che richiedono un consiglio, che è da richiedere a questa (ndr. il soggetto è sempre “philosophia”). Qualcuno dirà: “A che mi serve la filosofia, se esiste il fato? A cosa serve se è il dio il governatore? A che serve, se comanda il caso? Le cose prestabilite infatti non possono essere cambiate e non si può preparare nulla contro quelle incerte, ma o un dio si è impadronito della mia ragione e ha deciso cosa dovessi fare oppure la sorte non permette nulla alla mia ragione.”
Qualunque cosa tra queste (sottinteso “sia vera”) o Lucilio, anche se lo sono tutte, bisogna filosofare (philosophandum est: “Fare filosofia”): sia che il fato ci vincoli con legge inesorabile, sia che un dio arbitro dell’universo ha già disposto ogni cosa, sia che il caso scuota e agiti senza ordine le vicende (res, letteralmente “le cose”) umane, la filosofia deve proteggerci. Essa ci esorterà a obbedire volentieri al dio e fieramente alla sorte; ci insegnerà a seguire il dio e a sopportare il caso.”

Trad. Michele Porcaro.

Con l’augurio che la versione sia andata bene a tutti i maturandi di liceo classico, a quest’ultimi (e ai maturandi di tutti i licei ed istituti) porgo i miei più sentiti auguri per il loro esame di maturità!

CURIOSITÀ FINALE

Con questo brano, Seneca si ripresenta sui banchi di liceo classico come seconda prova d’esame di maturità per la sedicesima volta, e per la quarta volta dall’inizio del nuovo millennio.

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 Michele Porcaro