Spazio Kabul

MATTONE DOPO MATTONE

Testimonianza di un soldato italiano sulla ricostruzione dell’Afghanistan. Nella fase di fine missione è tempo di bilanci: “Questo paese lascia tanto dentro ognuno di noi”.

Herat (Afghanistan)- Oltre dieci anni di presenza del contingente italiano in Afghanistan possono essere riassunti nelle esperienze singole di ciascuno delle migliaia di militari impiegati nel corso della missione Isaf.

Soldati dell’Esercito, Carabinieri, marinai, avieri e per una parte del periodo finanzieri hanno concorso a rendere diverso l’Afghanistan e in particolare la zona Ovest di Herat, di cui l’Italia tramite la missione Isaf è responsabile. Mattone dopo mattone, soldato dopo soldato, le condizioni di sicurezza e sociali sono migliorate palpabilmente, tanto da consentire alle donne di arrivare a costituire il 45% sul totale delle persone iscritte all’università di Herat, che conta 13 facoltà.

Alle recenti elezioni nella regione Ovest le donne hanno votato compattamente. E a proteggerle c’erano le forze armate e di polizia afghane, formate dagli uomini e dalle donne del contingente italiano. Questa è la testimonianza del maggiore Francesco De Santis, in Italia in forza al Multinational Cimic Group di Motta di Livenza. Al suo attivo ci sono un anno a Kabul tra il 2008 e il 2009, quando all’Head Quarter ha monitorato tutti i progetti di ricostruzione e sviluppo dell’ Afghanistan, un’esperienza semestrale nel 2011 e una nel 2014, questa volta ad Herat.

“Nel tempo Le Forze Armate Italiane, con l’indispensabile ausilio del Governo italiano, del Governo afghano e delle popolazioni e maestranze locali, hanno costruito il principale terminal della regione Ovest, l’aeroporto intitolato al capitano Matteo Ranzani di Herat – racconta – ma sono anche sorte scuole, scavate fognature, costruite strade e realizzati centri medici”.

Il maggiore De Santis con i suoi racconti riesce a fare toccare con mano l’importanza di quanto fatto nel corso della missione dagli italiani, che probabilmente sono i militari più amati dagli afghani a causa della loro umanità e simpatia.  “Il nostro lavoro si è sempre svolto a contatto con la popolazione, perché è fondamentale non imporre il nostro stile di vita o i nostri usi e costumi ma rispondere ai loro bisogni ed esigenze. L’italiano si pone, non si impone – racconta il maggiore De Santis – io non ho mai avuto problemi con gli afghani, mi sono sempre sentito a mio agio insieme a loro”.

Da marzo a settembre grazie al contingente italiano sono stati portati a termine ben 50 progetti divario tipo, come la realizzazione di una conference hall e di una cucina nel carcere maschile di Herat. Nella struttura sono attualmente detenute tremila persone cui il cibo era garantito da cucine disastrose, con camini a presa d’aria in grandi stanze a volta. Ora ci sono forni e pentole, sono state realizzate nuove celle e i servizi e le condizioni igieniche sono migliorati nettamente. Anche il carcere femminile è stato reso più umano. Grazie al contingente è stato rialzato di un piano, dove alloggiano le signore in attesa di giudizio. Sono stati comprati abiti, giochi per i bimbi, arredi e materiali per la sartoria. “Abbiamo anche ricostruito la caffetteria dell’università di Herat – spiega De Santis – era andata distrutta quando venne messo a segno un attentato contro il consolato americano. Con poca spesa siamo riusciti a soddisfare i ventimila studenti, maschi e femmine, dell’università. Negli ultimi tempi abbiamo anche asfaltato due strade e realizzato due canali fognari”.

I risultati, dunque, sono tangibili. “L’Afghanistan, a me, come a ogni mio collega ha lasciato tanto. Gli afghani non sono così diversi da noi. Amano il calore, la gestualità, parlare e stare insieme. Stare a loro contatto mi ha arricchito professionalmente e umanamente. Credo che accada a ciascuno di noi. La mia vita sono la famiglia e la divisa. In Afganistan ho lasciato parte del mio cuore”.

Milla Prandelli

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Milla Prandelli

Giornalista professionista iscritta all'Ordine, in Italia è corrispondente del Giorno e del QN da Brescia. Opera come giornalista embedded dal 2008. Con il suo libro "Sguardi di Pace Guardiani di Pace - Viaggio in Afghanistan al seguito delle Forze Armate Italiane" ha vinto il premio giornalistico Sodalitas nella categoria fotoreportage. Oltre che sul Giorno ha all'attivo pubblicazioni su prestigiose riviste e portali di informazione come Diva e Donna e Tgcom. Ha eposto le sue fotografie, tra gli altri, a Milano alla caserma Santa Barbara ospite del Reggimento Artiglieria a Cavallo Voloire, a Saronno, A Brescia a Palazzo Martinengo, a Iseo a Castello Odoffredi, Capriolo, Sarnico, Mairano e Paratico. E-Mail: millaprandelli@yahoo.it

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