Volfango De Biasi scrive e dirige “Crazy for Football” un film che documenta nascita, crescita e sviluppi della prima nazionale italiana di calcio a 5 composta unicamente da malati psichiatrici. Abbandonando le vesti di pazienti ed indossando le divise di giocatori concorreranno ai primi mondiali a loro dedicati, in un viaggio che li condurrà fino ad Osaka, in Giappone.

Quando si parla di calcio, si pensa subito ai grandi nomi del pallone che guadagnano cifre da capogiro e sono spesso oggetto di gossip o di campagne acquisti, ma si perde lo spirito che lega i giocatori di calcio, ossia la costruzione di un lavoro su una collettività che possa condurre alla formazione di una squadra, dove ognuno, confrontandosi con il proprio compagno, risulta necessario per l’altro. In quest’ottica uno sport come il calcio in generale ed il calcio a 5 in particolare è in grado di avvicinare più persone, persone con un differente background alle spalle, diverso temperamento e carattere, persone che per la prima volta nella loro vita verranno accomunate perché facenti parte di una squadra di calcio e non perché malati psichiatrici. È questo il progetto narrato da “Crazy for Football”, il film-documentario diretto da Volfango De Biasi che non rappresenta un mero prodotto audiovisivo per mostrare, ma vuole essere un progetto teso a documentare la formazione, gli allenamenti, le difficoltà e le vittorie, sul campo e fuori dai suoi confini, della prima nazionale italiana di calcetto formata interamente da pazienti con disturbi psichiatrici.

Tutto nasce dall’idea del Presidente dell’Associazione Italiana di Psichiatria Sociale, Santo Rullo, di portare avanti il lavoro di reinserimento sociale dei pazienti affiliati al Dipartimento di Salute Mentale impostato da Franco Basaglia (autore della Legge numero 180 del 13 maggio 1978, o Legge Basaglia, che determinò la chiusura dei manicomi e la regolamentazione del trattamento sanitario obbligatorio, facendo sì che l’Italia si catalogasse come il primo Paese al mondo ad abolire gli ospedali psichiatrici). Il DSM, Dipartimento di Salute Mentale rappresenta per propria definizione l’insieme delle strutture e dei servizi che si occupano delle richieste di assistenza, cura e tutela della salute mentale in Italia, rispondendo alle necessità delle Asl (Aziende sanitarie locali) territoriali offrendo servizi, tra i quali quelli legati all’assistenza diurna dei Centri di Salute Mentale (CSM), il primo punto di riferimento per i cittadini che manifestano disagi psichici. Per poter continuare a lavorare al reinserimento dei pazienti nella società il dottor Santo Rullo ha optato per un modo pratico e divertente, il gioco del calcio. Il campo di calcio assume quindi la valenza di luogo fisico in cui l’individuo, che è rimasto per più o meno tempo ai margini della società, confinato nei Centri di Salute Mentale, valica quel muro che lo vedeva isolato in un piccolo cantuccio riservato ai “malati come lui”, e ricomincia a vivere a contatto con gli altri, riavvicinandosi in modo sano e terapeutico al suo quartiere, ai cosiddetti “sani”. Entrando sul campo da gioco, accettano di rispettare delle regole, di far fede agli insegnamenti provenienti da una guida esterna, l’allenatore, cominciando non solo ad abbattere tutto ciò che li teneva segregati in un mondo di malattia, ma reinserendosi attivamente nella società, una società che questa volta è chiamata ad osservarli non come malati mentali, ma come talentuosi giocatori di calcio.

L’esperimento di chiamare a raccolta pazienti e farli diventare una squadra di calcio ha dato i primi frutti. I primi risultati, che prendono in considerazione l’esperienza di una trentina di squadre, la cui gestione è spesso affidata direttamente alle Asl di appartenenza, sono più che incoraggianti, avendo condotto ad una diminuzione notevole della percentuale di ricoveri. E allora il regista Volfango De Biasi, affascinato dai prodigi di questa innovativa forma di recupero sociale ha deciso, dopo la realizzazione di “Matti per il calcio” (2004), un piccolo documentario destinato ai piccoli schermi italiani ed europei, di investire in un prodotto destinato al grande schermo. E così la formazione della prima nazionale italiana di calcetto che partecipa ai mondiali per pazienti psichiatrici a Osaka è pretesto per raccontare questo mondo in ripida ascesa. E allora assumendo lo psichiatra, Santo Rullo, come direttore sportivo, un ex giocatore di calcio a 5, Enrico Zanchini, come allenatore, e un campione del mondo di pugilato, Vincenzo Cantatore, come preparatore atletico, si parte per il viaggio che, iniziato dalla selezione della rosa dei 12 candidati ritenuti idonei a partecipare al ritiro e quindi a volare verso il mondiale, termina con le partite sul campo, quel campo riservato a loro e loro soltanto, mostrando come la malattia incida pesantemente sulla quotidianità dei neo-giocatori, ma questa volta non assumerà il ruolo di protagonista perché sarà sfondo attraverso cui raccontare le singole, commoventi e tratti divertenti, storie dei giocatori.

Presentato all’XI Festa del Cinema di Roma, il film ruota attorno alla preparazione di quest’atipica nazionale che concorre ai mondiali per pazienti psichiatrici a Osaka, dove la preparazione ed il viaggio verso il Giappone nascondono il viaggio più profondo nei meandri della malattia, cercando di reinserirli a pieno nella società, anche dando loro la possibilità di fare del calcio il loro mestiere. «Questo campionato è il primo step del movimento sportivo per le persone con disabilità mentale. Per il futuro spero che le persone con problemi di salute mentale possano anche lavorare nell’organizzazione e nella promozione dell’evento – spiega, durante un’intervista nel corso del film, Nobuko Tanaka, organizzatrice dei mondiali di Osaka – Loro pensano di essere solo giocatori, ma noi vorremmo dar loro anche la possibilità di far altro, di lavorare attivamente per questo progetto, in cui stanno dimostrando di credere», integrandoli nella società ancora più praticamente, consegnando nelle loro mani un vero e proprio lavoro, perché molti di loro vivono ad occhi aperti dei sogni che si tramutano troppo spesso in incubi, mentre questo progetto vuole essere solo un bel sogno, dal quale non svegliarsi più.