Dopo questo viaggio posso dire di essere stato su Marte. Non mi importa se mi daranno del pazzo. Tra montagne svettanti e antichissime tradizioni, il Marocco sembra un luogo sospeso nel tempo.

Marrakech – Per un ragazzo europeo, abituato a camminare tra moderni grattaceli e maestose cattedrali gotiche, barocche o rinascimentali, il Marocco è veramente un luogo strano. I colori qui sembrano avere la meglio su tutto, condizioni di vita difficili e problemi politici sopra ogni cosa. Li puoi trovare sui tappeti appesi fuori dalle case, nelle lunghe tuniche dei marocchini o nei variopinti foulard delle ragazze. Un esplosione di tinte che si intona, perfettamente, con il colore rosso della terra. In un attimo, ti sembra di essere appena sbarcato su Marte.

Quando arriviamo all’aeroporto di Marrakech ad accoglierci, oltra alla corriera che per 20 dirham ci porterà in città, non c’è nessun’altro. Il sole, che infuoca la piazzetta antistante fino a farla sembrare un forno, deve aver scoraggiato chiunque a mettere un piede fuori da casa. Gli unici impavidi, pronti a sfidare le alte temperature, sono i taxisti. Come trottole impazzite affollano le strade della città nuova. Sorpassano, cambiano corsia improvvisamente e si tagliano la strada l’uno con l’altro. Tutto questo senza chi ci sia la benché minima traccia di segnaletica stradale. Un cosa, questa della segnaletica, che nel corso del nostro viaggio ci complicherà non poco la vita.

Dopo un percorso, che definire ad ostacoli sarebbe un eufemismo, arriviamo a in piazza Jemaa el Fea. Il vero cuore pulsante della città, come scopriremo più tardi al calar del sole. Prima, però, urge trovare una sistemazione per la notte. Così, messe da parte le strade asfaltate, entriamo nei meandri della Medina. Una miriade di stradine strette e tortuose attraversate da flotte di souq carichi fino all’invero simile. Vista dalla città vecchia, Marrakech sembra un luogo sospeso nel tempo. Le antiche mura di cinta di epoca Almoravide fanno da cornice ad un patrimonio artistico-culturale con pochi eguali al mondo. Le cicogne appollaiate in cima, invece, sembrano guardie del Sultano intente a controllare che tutto, all’interno, si svolta regolarmente.

Finalmente, troviamo un posto per dormire. Un incantevole chiostro con al centro una fontana in perfetto stile arabo, tappetti ed enormi cuscini a terra oltre ad un paio di profumatissime piante di limoni. La decisione è presa, sarà questo il nostro quartier generale dal quale partiremo alla volta di questo affascinante paese. Fatto di paesaggi mozzafiato e ancestrali tradizioni mai nel tutto abbandonate. Di culture antiche, come quella berbera, dove il baratto è ancora praticato e i bambini sono costretti ad interminabili camminate per raggiungere la scuola. Mentre le mamme, come in un film italiano di cinquant’anni fa, lavano i panni al fiume. Siamo appena arrivati ma ho già capito questo paese non li dimenticherò mai.

 

Matti

a Bagnato