Storie dall'Italia

Mannocchi: la malattia come strumento per conoscersi

Intervista all’autrice di "Bianco è il colore del danno". Il racconto della sua quotidianità dopo la diagnosi di sclerosi multipla

Roma – Una voce quieta, che tranquillizza quasi. È quella della giornalista Francesca Mannocchi, mentre risponde alle domande che le vengono poste. Quesiti che fanno riferimento ad un dolore che, certo, non può essere rimosso ma accettato. Quello sì. Con forza, tantissima forza. Con il coraggio di una donna, di una professionista, di una madre, di una compagna.

Penna de «L’Espresso» e collaboratrice per diverse testate italiane e internazionali, oltre che per trasmissioni televisive, la Mannocchi è abituata a muoversi e realizzare i suoi reportage giornalistici in territori non facili: l’Iraq, la Libia, la Siria o l’Afghanistan. Questi lavori, per i quali ha ricevuto riconoscimenti, l’hanno spinta ad avvicinarsi anche alla regia col documentario Isis, Tomorrow, co-diretto col fotografo Alessio Romenzi e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia.

Due anni fa arriva in libreria, per Einaudi, con il primo libro Io Khaled vendo uomini e sono innocente, in cui racconta la tragedia dei migranti attraverso la voce del carnefice, ovvero un trafficante di essere umani, e per il quale ha vinto il Premio Estense. Poi il volume Porti ciascuno la sua colpa per i tipi di Laterza, Libia per INK Mondadori, pensato con l’illustratore Gianluca Costantini. Qualche settimana fa, sempre per Einaudi, è invece uscito il suo ultimo libro Bianco è il colore del danno, sulla cui copertina c’è una donna, che è proprio l’autrice, seduta su un letto e disegnata da Manuele Fior. Un corpo, quello della scrittrice, di Francesca, che ha dovuto fare i conti con la diagnosi di una malattia, la sclerosi multipla. Una rivelazione che le ha cambiato l’esistenza, ed è contemporaneamente diventata uno strumento di analisi.

Il primo pensiero che l’ha spinta a scrivere Bianco è il colore del danno.

L’articolo che scrissi per «L’Espresso» nel 2018. La risposta di tanti lettori che vivevano la stessa situazione mi ha dato la spinta, la voglia di rendere allargato e collettivo un racconto individuale, personale.

Oggi che significato dà alla parola “malattia”?

È una parola con cui bisogna fare i conti ogni giorno. Chi ha una malattia cronica, destinata forse a durare per sempre se non vengono trovate cure efficaci, vive sulle montagne russe. Ci sono momenti nei quali la convivenza con la condizione della malattia è più facile, nel senso che la malattia diventa un pezzo in più, scomodo senz’altro, della vita di un individuo. E poi ci sono dei momenti in cui si sente più fortemente la dimensione dell’ingiustizia, soprattutto perché nel caso delle malattie autoimmuni, come la mia, la consapevolezza più difficile da maturare è quella di un corpo che si ribella contro se stesso. Un corpo che diventa, in qualche modo, nemico. Posso dire che la malattia abbia assunto per me la funzione di una rivelazione. Sto cercando, attraverso la convivenza forzata con una patologia, di lasciarmi rivelare un altro sguardo sulle cose. A volte è più semplice, a volte meno. Però è il mio allenamento, una specie di ginnastica quotidiana.

Che rapporto ha con la paura?

Un rapporto che si consuma di notte e per me non è qualcosa di nuovo, avendo un lungo rapporto di amore e odio con l’insonnia. Spesso battagliamo, con la paura: certe volte mi arrendo io, altre lei. Dopo la diagnosi ho un rapporto lucido col timore: nella mia cassetta degli attrezzi ho cercato di fare scorta di razionalità e sono proprio piccoli cacciavite di razionalità quelli che cerco di usare quando ho delle paure irrazionali. Ad esempio, con domande come “cosa può succedere domani”: non avendo una risposta, cerco di non farmi assalire da un’ondata di panico. Non sempre è possibile, ma credo che nominare il timore posso contribuire a neutralizzarlo. È come dare un’identità a un antagonista. Quando l’hai identificato è più facile sfidarlo.

La malattia può essere uno strumento per entrare in profondo contatto con sé. Analizzare la propria vita, afferrando significati che spesso non comprendiamo. Per lei è stato così?

La malattia può essere senz’altro uno strumento, è la parola giusta. Non parlerò mai di dono, mai di occasione, perché la malattia in tutte le sue forme è pur sempre una sciagura. Allo stesso tempo, poiché si è presentata alla mia porta – io la chiamo, talvolta, la mia miglior nemica – non posso fingere che non ci sia. Sarebbe controproducente, faticoso e tossico negarla. È qui pur essendo un’ospite inattesa. Dunque, da un lato quello che posso fare è farle spazio, dall’altro la faccio sentire scomoda. Dal momento che è qui, quello che posso fare è chiederle “cosa me ne faccio con te?”, “cosa me ne faccio del significato che tu porti alla mia vita?”. Attraverso il Bianco ho cercato così di prendere lo strumento della letteratura e chiedermi cosa significhi realmente l’esperienza della malattia per una persona, per una famiglia, per la collettività, per un lavoro, per un amore, per una maternità. Quindi, certo, l’ho resa strumento. È il mio forcipe, perché ha tirato fuori qualcosa che evidentemente era già dentro di me e che si è un po’ illuminato.

Da madre come vive il rapporto con la malattia?

Esattamente come lo vivo da giornalista, da lavoratrice, da compagna. Con maggiore consapevolezza del tempo che vivo, come sfortunatamente capita alle persone malate. Tutti sappiamo che il nostro è un tempo finito. Siamo corpi che vanno incontro a un normale decadimento. Questa è una consapevolezza che abbiamo dal momento in cui veniamo al mondo eppure, per difenderci dal timore della fine, cerchiamo di non pensarci. Quando ti viene diagnosticata una malattia questo pensiero inizia a camminare accanto a te costantemente, con più forza. E, di conseguenza, rafforza anche il tuo rapporto col tempo. Come dicevo, talvolta ho delle furibonde paure di non poter fare delle cose con mio figlio in futuro e, allora, non perdo occasione di farle nel presente.

ph. Chiara Pasqualini

 

È cambiato qualcosa nel suo approccio al lavoro?

Sì, in due modi. Uno organizzativo: nel mio lavoro dopo la diagnosi, il tema non è mai stato se fare ma piuttosto come fare. Perciò ho addestrato il mio tempo e la mia organizzazione, inserendo un elemento di difficoltà in più, che è la terapia o sono le medicine. Oppure incastro le mie trasferte e i miei viaggi negli intervalli tra le terapie. È diventato tutto un po’ più complesso, ma non impossibile. Non ho mai smesso di lavorare in questi anni e mai di farlo in posti complessi.

Il secondo?

Riguarda lo sguardo, il modo in cui guardo il mondo. L’esperienza della malattia ha di sicuro messo sui miei occhi delle lenti nuove e ha pulito quelle che portavo prima, attivando altre antenne. Ora guardo alcune cose con maggiore sensibilità. In qualche modo, l’esperienza della malattia ha ristabilito un ordine di gravità delle cose che vivo. Lavorando in luoghi molti complessi, dove le condizioni sanitarie e ospedaliere sono inesistenti o meno strutturate di quelle che fortunatamente abbiamo nel nostro Paese, tendo sempre a rimettere in scala la gravità degli eventi quando mi capita di lamentarmi.

Quale messaggio le piacerebbe trasmettere ai lettori?

La malattia e la vulnerabilità sono processi sociali, prima che individuali. Non ci siamo abbastanza addestrati a considerarci fallibili, finiti. Ad esprimere la nostra vulnerabilità. Il superamento della vergogna perciò, o quantomeno la capacità di affrontarla, è un processo che a mio avviso deve essere comune, collettivo. Come comune e collettiva deve essere la tutela della nostra sanità pubblica. In ultimo, mi piacerebbe che ai lettori arrivasse il messaggio che bisogna cercare di dare, con fatica, un nome a quello che si prova e quello che si vive. Perché quando abbiamo nominato le cose le abbiamo rese vive, e le abbiamo disintegrate se ci spaventano.

Simona Cappuccio

Laureata in Italianistica, le sue grandi passioni sono la letteratura, il cinema, il teatro, la scrittura creativa. Ha collaborato per anni con magazine online di letteratura e critica cinematografica. Lavora inoltre come ufficio stampa nell'ambito formazione.

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