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MANFREDI RICORDA GERMANICO: “SICURAMENTE AVREBBE CONQUISTATO LA GERMANIA”.

Ad Amelia (TR) in apertura del Bimillenario Germanico, Valerio Massimo Manfredi celebra in una conferenza Cesare Germanico, il generale romano vendicatore della strage di Teutoburgo: “La statua di Germanico ad Amelia è uno spettacolo. Un’effige meravigliosa e impressionante”. 

«Solo in Italia il filo rosso della tradizione non si è mai strappato.», così introduce il suo discorso Valerio Massimo Manfredi, scrittore e archeologo di fama internazionale. Ad ascoltarlo, pendendo dalle sue labbra, è una platea gremita che prima del suo ingresso ha riempito in pochi minuti l’intero Teatro Sociale di Amelia. A introdurre la conferenza sono i saluti di rito da parte del sindaco Laura Pernazza e una breve introduzione da parte del Presidente del Comitato Nazionale per il Bimillenario, il prof. Daniele Manacorda. Manfredi intanto siede su una seggiola di plastica, con lo sguardo concentrato, mentre fissa le centinaia di persone che sono lì per dissetarsi della sua infinita conoscenza del mondo antico. Una volta afferrato il microfono, Manfredi ripaga il pubblico dell’attesa che si è creata in tutto il ternano nelle settimane precedenti alla conferenza. Valerio Massimo Manfredi racconta una storia, quella della Roma all’alba del I secolo d.C., come solo lui è in grado di raccontare: facendola vivere, immergendo l’ascoltatore nei luoghi e nell’epoca dei fatti. Manfredi parla di una situazione sociale e politica non troppo diversa dalla nostra: «All’epoca di Augusto, l’Europa era già fatta.», ragiona Manfredi, citando e partendo da una frase di Rutilio Namaziano:

O Roma (…) Fecisti patriam diversis gentibus unam

O Roma, da tante genti hai formato una patria.

Piano piano, Manfredi arriva a raccontare la storia di un grande personaggio, Germanico, del quale il Comune di Amelia ne celebra il Bimillenario proprio quest’anno. Partendo dalle imprese del padre Druso Maggiore, geniale stratego, Manfredi descrive un personaggio straordinario, intelligente e ambizioso come Germanico, il cui successo, ci tiene a precisare lo scrittore, è dovuto anche all’affascinante figura della moglie Agrippina Maggiore. Il periodo è quello delle campagne militari tra il Reno e l’Elba. Manfredi azzarda un’ipotesi:«Non c’era nessun disegno di espansione o di conquista. Augusto voleva spostare il confine perchè intuiva che le popolazioni germaniche sarebbero state così pericolose da arrivare a Roma.» 
Ma il tradimento di Arminio, un barbaro ufficiale di una legione romana, scatenò quella che viene ricordata come la più grande tragedia della storia romana: la strage di Teutoburgo, un’imboscata in cui persero la vita ben 15.000 legionari romani. Tra i caduti di quella strage, Manfredi ricorda un suo concittadino, il centurione Marco Celio. A riguardo, lo scrittore racconta un curioso aneddoto: poco tempo dopo la pubblicazione di Teutoburgo, suo penultimo romanzo, Manfredi si mise in viaggio proprio verso la selva di Teutoburgo per commemorare con una rosa bianca quel centurione bolognese a cui il fratello Publio Celio dedicò una stele.

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A MARCO CELIO FIGLIO DI TITO DA BOLOGNA DELLA TRIBÙ LEMONIA, CENTURIONE NELLA LEGIONE XVIII, DI ANNI 53 E 6 MESI. CADUTO NELLA BATTAGLIA DI VARO. È AUTORIZZATA LA TRASLAZIONE DELLA SALMA. IL FRATELLO PUBLIO CELIO FIGLIO DI TITO DELLA TRIBÙ LEMONIA POSE. (CIL 13, 8648)

Sei anni dopo quella disfatta, Germanico condusse le operazioni militari in Germania per vendicare quella ferita mai rimarginata di Teutoburgo. Dopo mesi e mesi di marce e spedizioni, Germanico sconfigge Arminio nella battaglia di Idistaviso, e recupera due delle aquile che i Germani avevano sottratto alle legioni romane in quel di Teutoburgo. Nonostante l’umiliazione di Teutoburgo fosse stata vendicata, l’imperatore (nonché zio) Tiberio richiamò Germanico a Roma: a nulla valse l’insistenza del generale, convinto di poter portare a termine la spedizione. Manfredi si sbilancia, e concorda con il condottiero romano:«Sicuramente avrebbe conquistato la Germania, se non fosse stato richiamato
Poco tempo dopo i successi militari tra il Reno e l’Elba, Germanico venne trasferito in Oriente, dove morì in circostanze sospette, quasi sicuramente avvelenato. A soli 34 anni morì un grande generale, sottolinea lo scrittore, destinato a vestire la porpora imperiale. La rinuncia da parte di Tiberio di proseguire la campagna in Germania (frutto di una cieca obbedienza a una delle ultime volontà di Augusto) rendeva vani i successi di Germanico, la cui gloria tuttavia non svanì. La statua di Amelia, lodata e apprezzata da Manfredi, è infatti la prova che la popolarità che godeva Germanico a Roma non morì con lui. 

Tuttavia, i Germani potevano ancora esultare per la strage di Teutoburgo. «Per citare Mommsen.», conclude Manfredi, «Il giorno della strage di Teutoburgo Roma perdette la Germania, ma la Germania perdette Roma.»

Il servizio completo qui: 

 

Servizio e montaggio di Michele Porcaro

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Michele Porcaro

Giornalista, scrittore e archeologo. Nato a Benevento nel 1995, è diplomato al Liceo Classico “Anco Marzio” di Ostia e laureato in Lettere Classiche presso l’Università degli Studi di Roma “Sapienza” con tesi in Archeologia. Appassionato di lingua, civiltà, storia e archeologia greca e romana, è autore di saggi e romanzi storici sul mondo antico, e ha girato il documentario "ASSTEAS - Storia del Vaso più bello del mondo" in collaborazione con Vittorio Sgarbi. Nel tempo libero svolge attività di rievocazione storica, collaborando a progetti di ricostruzione archeologica sperimentale sull'ambito religioso, civile e militare dei Greci, Romani ed Etruschi.

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