È in atto una vera e propria stretta sulle ONG che, fino ad oggi, hanno operato in Turchia. A centinaia sono state chiuse e i loro dipendenti arrestati o minacciati. È il caso di Taner Kilic, Presidente di Amnesty International Turchia

Istanbul – Le storie di Gabriele Del Grande e di Taner Kiliç sono molto diverse tra loro, ma non troppo. Il primo, giornalista e documentarista, era stato arrestato nella provincia di Hatay, al confine con la Siria, mentre svolgeva il suo lavoro perché sprovvisto del necessario permesso stampa. L’altro, Taner Kiliç, è un avvocato turco che da sempre si occupa di diritti umani ed dal 2014 è stato nominato Presidente di Amnesty International Turchia. Quello che accumuna le loro storie, oltre al fatto di essere in prima linea nella difesa dei più deboli, è il contesto in cui si sono trovati a svolgere il lavoro.

Cioè, quello di un paese ricco di storia e cultura affetto, ultimamente, da un preoccupante deficit di democrazia. Ostaggio di un Presidente, Recep Tayyip Erdoğan, sempre più solo al comando e sempre meno disposto a condividere il potere con gli altri, come democrazia vorrebbe. Un paese dove, da qualche mese a questa parte, gli oppositori vengono marchiati con il timbro di traditori, incarcerati e torturati. Dove il dissenso è considerato oltraggioso e può costare caro. In cui lo stato d’emergenza, ormai, perenne, non ha fatto altro che sopprimere le più basilari libertà civili e politiche e i diritti umani, allontanandolo da quel sogno europeo di cui sembrava poter essere parte.

Per questo l’arresto di Taner Kiliç, avvenuto come mi riferisce Riccardo Noury Presidenti di Amnesty International Italia all’alba di 3 giorni fa nella sua abitazione di Smirne, è sembrata a tutti la classica goccia che fa traboccare il vaso. L’ultimo atto di forza di un uomo isolato e che, dopo il fallito colpo di stato, vede nemici da per tutto. Se non fosse altro, perché insieme a Kiliç sono stati arrestati altri 22 avvocati per i diritti umani. Destinati ad infoltire le file dei 40.000 detenuti in custodia processuale e degli oltre 100.000 licenziamenti tra professori, dipendenti pubblici e giornalisti. Tutto questo, all’insegna di una vera e propria purga generalizzata di dimensioni epocali.

Ad oggi, sempre secondo Riccardo Noury, non sono state mosse accuse specifiche nei confronti Taner Kiliç, se non un generalizzato riferimento al Movimento di Fethullah Gülem. Leader ed ideatore dell’improvvisato colpo di stato del 2016 e subito sventato dagli agenti della sicurezza turca. L’arresto di Kiliç non avrebbe nulla a che vedere con l’attività svolta dall’ONG nel paese, che ad onor del vero sono gestite direttamente da Amnesty International.

Riccardo Noury, tuttavia, non si sente di escluderlo. In fondo Tenar Kiliç, mi dice, aveva preso posizione nei confronti di quanto sta accadendo in Turchia poco prima del golpe. Un dubbio che sembra farsi certezza. Secondo il rapporto annuale 2016/2017 della stessa ONG (p. 496), infatti, questa eventualità sarebbe rafforzata dalle accuse di appartenenza all’”Organizzazione terroristica Fetö” che la stessa aveva già ricevuto inseguito ad una pubblicazione su comprovati casi di tortura e maltrattamenti, poi confermati anche da Human Rights Watch.

Il pessimi rapporti tra il Governo turco e Amnesty International sarebbero davanti agli occhi di tutti, aggiunge il dottor Noury, inseribili nella tipica dialettica tra governativo e non governativo. Ha lasciarmi sbigottito, però, è il fatto che l’ONG non abbia mai scelto di manifestare sotto la sede dell’Ambasciata turca di Roma, quanto più tosto nei pressi di una farmacia poco distante.

Amnesty International è solo l’ultima tra le ONG bersaglio del governo turco, però. A novembre, sempre secondo il rapporto annuale 2016/2017 (p. 494) almeno 375 organizzazioni non governative sono state chiuse. Tra questi, molti gruppi per i diritti delle donne, associazioni di avvocati e organizzazioni umanitarie non si sono viste rinnovare il permesso per svolgere attività nel paese. Un giro di vite orchestrato per minare il dissenso globale, che ha detta del dottor Noury, fa eco quanto sta accadendo anche in altri paesi, vedi Russia ed Egitto, e aggiungerei io anche in l’Italia. Le aspre polemiche, infatti, sull’operato delle ONG al largo delle coste italiane accusate di lucrare sugli sbarchi ne è la prova provata. 

Ritornando alla Turchia, secondo molti osservatori internazionali, le misure restrittive adottate nei confronti delle ONG dal 2016, compreso l’obbligo alla registrazione, sarebbe la “naturale” conseguenza di una sempre maggiore diffidenza da parte del Governo nei riguardi di Organizzazione che non comprende e di cui non si fida affatto. Da qui, anche gli stringenti controlli sui permessi di lavoro degli operatori umanitari. Molti, infatti, giurano che l’esecutivo starebbe cercando di sostituirsi alle ONG internazionali, ampliando da un lato i finanziamenti per la Mezzaluna Rossa e l’Afad. Dall’altro, invece, favorendo l’attività di organizzazione come Diyanet o l’IHH di cui Erdoğan si fida molto di più in quanto condividono gli stessi principi ideologi e religiosi.

Congetture per il momento. Quel che è certo, secondo Riccardo Noury, è la montate preoccupazione da parte del Governo per tutte quelle ONG che operato nelle zone a maggioranza curda al confine Siriano. Dove, secondo Amnesty International, sarebbe impossibile accedere nonostante la grave situazione umanitaria e gli oltre 500.000 sfollati che le operazioni contro il PKK avrebbe causato. Il tutto nel completo e colpevole silenzio da parte della Comunità internazionale, convinta probabilmente che l’alleato turco sia indispensabile nell’interminabile guerra contro il Califfato nero

Mattia Bagnato